UNA RAGAZZA ESPERTA DI STELLE
Quando scese il crepuscolo, la sponda del lago appariva incerta all’orizzonte. Davanti alle acque che sciabordavano lente, m’infilai sul terrazzo: nessuno mi vide e sospirai rilassato. Finalmente, celandomi nel buio calante, mi ero liberato delle allegre persone, praticamente avvinazzate, che animavano la festa degli sposini felici. “Magari fossero felici senza di me!” pensai.
Mia moglie parlava e riparlava senza sosta, trascinandomi su argomenti così vitali che non potevano interessarmi di meno: disputava con i nonni, i fratelli, le zie e gli zii e un nipote mai visto che veniva dal Perù. Il rumore della festa andava scemando, la quiete del lago mi invitava a godere un briciolo di pace, ma, allungando il passo, mi accorsi che non ero il solo a cercare il silenzio.
Una donna, seduta con eleganza su una sottile panchina, velata dall’ombra del sole morente, rimirava come un miraggio il peregrinare delle minuscole onde. Le passai accanto e, per remota abitudine, la sfiorai con lo sguardo. Lei sollevò i suoi occhi sui miei: occhi dorati, sognanti, ma insidiosi, che in me avrebbero acceso un amore a prima vista, con trent’anni di meno, ma che fui costretto ad ammirare nell’ora tiepida di quel tramonto romantico.
Sembrava annoiata, con le gambe accavallate, sotto un soffice vestito rosato. Fui attratto dalla figura slanciata, dalla scollatura che occhieggiava sui piccoli seni, dal viso morbido che volgeva verso di me, quasi interessata.
“Bella serata” mi disse, tanto per dire.
“Bella serata” risposi, non sapendo che aggiungere, non abituato, ormai da anni, ad un simile evento.
“Mi fanno spavento i matrimoni” aggiunse lei, con un rapido sorriso.
“Io ne sono terrorizzato!” risposi in sintonia. E mescolammo due lievi risate.
Pensai che, se l’avessi conosciuta, avrei preferito scriverle o inviarle una mail, invece di parlarle, ma, sollecitato da un incerto coraggio, sedetti vicino a lei, pensando che forse la sconosciuta mi avrebbe respinto. Tuttavia, il suo atteggiamento fu amabile.
Conversammo con piacere: mi confessò che era lì per affari, ma non mi disse quali, che quella sera avrebbe ballato volentieri, perfino con gli sposi, però il calare delle stelle, lassù nel cielo, le dava un po’ di tristezza, le ricordava la vita che spesso ci delude. Azzardai che forse, per qualche ragione, era infelice.
“Ma no,” esclamò “per me tutto procede bene!”. Esitò un attimo: “Se permetti, ti do del tu. Devi sapere che io posso fare ciò che voglio e, con un po’ di fortuna, sono padrona di me stessa”. Lo affermò con la certezza di chi conosce la vita. Osservò il cielo brillante di stelle e indicò tra esse il suo segno, la Bilancia, simbolo dell’equilibrio.
Ora mi osservava pensierosa e il suo pensiero mi turbava.
“Forse non hai capito.” mi riferì con discrezione “Per te sono cinquecento, ho una camera in albergo, confortevole, e il portiere è d’accordo”.
Pensai che ero un vecchio rimbambito: la sua delicatezza era entrata nel mio cuore e lo stava dolcemente zuccherando. Un poco mi stupii, ma finsi di non esserlo.
Le sussurrai: “Ahi, ahi, mia cara ragazza! Tu sei incantevole, ma per me troppo tempo è passato, ho anche perso l’abitudine a certe attività. Inoltre sono atteso, in quel magnifico salone, da moglie nonni fratelli e da un cugino del Perù”.
Mi alzai, mascherando lo scricchiolio delle ginocchia. La salutai piano piano con la mano, come fa un papà quando la figlia parte per il viaggio di nozze. Stavo tornando nella sala, tra i ballerini, non proprio felice… quando, ecco, che un pensiero m’entrò in testa e mi rivolsi di nuovo alla ragazza.
“Tu sei una professionista” stavo per dire prostituta o escort, ma non mi pareva il caso “e io ti ho fatto perdere del tempo… che avresti usato in modo, diciamo, più utile. Quanto ti devo per la gradevole serata in riva al lago?”.
Forse con gli anni mi sono un po’ confuso, forse desideravo perdere un po’ di tempo, ma quella splendida donna così dolce, così graziosa, mi attirava come se avessi vent’anni. Sulla sua bocca di rosa lampeggiò un sorriso: “Non preoccuparti. Ti ho fatto uno sconto”.
Dissi a mia moglie che ero uscito per respirare aria pura e, sul terrazzo, avevo incontrato un’astrologa, una ragazza esperta di stelle. Era un ragazza insolita, diversa, era gentile… ti capiva al volo.
AMORE MECCANICO
In un tempo futuro, gli uomini erano scomparsi o erano i servi di un mondo di Robots che popolavano ciò che era rimasto della Terra. I Robots non erano certamente umani, ma i loro cervelli sintetici erano stati assemblati con i resti di cervelli ricavati dall’uomo. In loro rimaneva il sottile ricordo di ciò che era umano, ma non ne avevano precisa memoria. Facevano lavori di alta e precisa tecnologia, compresi i viaggi attraverso lo spazio stellare.
In un giorno imprecisato, un’astronave partì dalla Luna: era pilotata da R1 e R2 e si dirigeva verso Alpha Centauri. R1 e R2 si trovarono a convivere per un lungo periodo: questo fatto sollecitò la parte umana del loro cervello ad uno strano e atavico tipo di convivenza. Nei momenti di riposo, parlavano della bellezza delle stelle e dei pianeti che sfioravano nel loro viaggio. Il loro contatto si trasformò in qualcosa che decisero di chiamare “amicizia” e poi, col tempo, “amore”.
Ma, scoperto l’amore, come potevano dargli una soddisfazione naturale, se vogliamo, più intima? Erano ignoranti sull’argomento, ma consultando tra i files dell’astronave, antichi documenti elaborati da esseri umani, scoprirono che potevano ricorrere a una specie di “congiunzione” dei corpi. Gli umani lo chiamavano appunto “amore”, ma si poteva attuare solo se c’era l’umano/donna e l’umano/maschio. Si guardarono stupiti, avevano capito la differenza tra donna e maschio, ma chi tra loro era un robot/donna e chi era un robot/maschio? A lungo provarono diversi e complicati artifici meccanici di “congiunzione”, ma fu tutto vano e si persero in arzigogolate contorsioni da cui, con difficoltà, riuscirono a districarsi.
Trecento anni dopo arrivarono su Alpha Centauri e, d’accordo, decisero di divorziare. Ma per divorziare bisognava sposarsi e, in quei tempi, non esistevano ne’ il matrimonio ne’ il divorzio. Non fecero come gli esseri umani, che per ogni difficoltà litigano e si separano: s’amavano e rimasero uniti, cercando per anni un metodo di copulazione robotica che tenesse legate, per sempre, le loro anime artificiali.
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Come citare questo articolo
Francesco Lanzoni. “Amori e…”. Ventaglio Novanta, n. 63, 2022. https://ventaglionovanta.it/archivio/amori-e/