Pubblicità

AMBIENTE - TURISMO - CULTURA

Villa Ca’ Moro

Affacciata sul Canal Bianco, nel territorio di San Bellino, la dimora patrizia si caratterizza per la sua originale architettura

di Daniel Fusaro

Ventaglio Novanta n. 64 2024 pp. 17–21

Tra le ville venete presenti nel territorio tra Adige e Po, un ruolo particolare è rivestito da Villa Ca’ Moro che sorge lungo la riviera del Canalbianco nel comune di San Bellino.

Costruzione architettonica del XVIII secolo, da decenni purtroppo disabitata, è stata recentemente posta all’attenzione del pubblico dalla Delegazione del Fai di Rovigo che l’ha scelta come destinazione delle Giornate di Primavera 2022, assieme ad altri beni importanti.

Con l’apertura di Villa Moro, resa possibile grazie alla disponibilità e alla collaborazione della famiglia Magagnini, proprietaria dell’immobile, si è inteso richiamare l’attenzione anche su beni non strettamente turistici, in quanto non aperti al pubblico, ma che in ogni caso meritano di essere conosciuti e apprezzati.

La tenuta Ca’ Moro e i documenti catastali

Innanzitutto un po’ di storia. Nel XVI secolo la Serenissima, a causa di una riduzione dei profitti nell’ambito dei traffici marittimi, rivolge il suo interesse verso il territorio del Dogado e quindi anche verso il Polesine. L’obiettivo è far fruttare gli investimenti, ovvero ricavare reddito dai terreni via via bonificati e resi appetibili a favore di un’agricoltura per vari aspetti innovativa.

Contemporaneamente, sui latifondi acquisiti, si procede alla costruzione di edifici di rappresentanza. Vengono pertanto erette varie ville distribuite sul territorio, in particolare lungo i fiumi, vie di accesso più comode e facilmente utilizzabili.

Le ville, alcune più elaborate dal punto di vista architettonico, altre meno, si presentano essenzialmente come case padronali, centro dell’attività agricola, ma si caratterizzano anche come luogo di villeggiatura per i nobili veneziani che nell’ambiente rurale trovano un clima più salubre.

Nel territorio del Comune di San Bellino, in provincia di Rovigo, la famiglia veneziana Moro fin dal 1572 risulta proprietaria di un terreno da cui ha preso il nome tutto il territorio circostante, identificato appunto fin da allora col toponimo di Ca’ Moro.

La tenuta, prima del 1602 viene registrata come proprietà di Benedetto Moro, caratterizzata da una superficie di 280 campi padovani corrispondenti a circa 108 ettari attuali. Alla stessa data si trova una citazione della famiglia anche negli archivi parrocchiali. Sono datate 1602 anche le prime informazioni relativamente a questa proprietà, con un’iconografia nella quale risulta la rappresentazione di un muro di cinta in prossimità della casa padronale, che circonda la corte di lavoro. Sulla corte sono già presenti altri edifici di carattere rurale e l’attuale chiesetta.

La proprietà risulta pure ben in evidenza nel catastico del 1775 dove permangono approssimativamente gli stessi immobili. Dopo il 1775 viene costruito un edificio tra la barchessa e la casa padronale (oggi scomparso) sicuramente legato alle attività agricole che vi si svolgevano. Le costruzioni risultano ben in evidenza pure nel catasto Napoleonico del 1810 e in quello Austriaco di metà ‘800.

La massima edificazione del complesso viene raggiunta tra il 1813 e il 1845 quando viene costruito un viale d’ingresso alla villa padronale. Esternamente al muro di cinta si trovano la cappella a sud est e la casa dei salariati a ovest. Al tempo erano presenti due barchesse, una settecentesca (oggi scomparsa) e un’altra costruita sicuramente dopo il 1813 con altri due edifici dietro alla casa padronale.

La proprietà della Villa rimane alla famiglia Moro fino al 1824 quando passa prima ai Marchetto, in seguito ai Carraggiani (nel 1843) e quindi alla famiglia greca dei Liassidi che la abitano fino al 1946. Successivamente la proprietà passa alla famiglia Duceschi come risulta da una relazione datata 20 marzo 1946 del parroco Don Carlo Libanori, quale proprietà del Dott.Cav. Ernesto Duceschi la cui moglie, Caterina Duceschi, nel suo testamento impone delle condizioni relative al futuro dell’oratorio: in particolare che esso rimanga aperto al culto cattolico per la popolazione di Cà Moro e che il proprietario non possa intromettersi nell’organizzazione delle funzioni di culto di competenza del parroco. Il complesso passa poi Gobbetto di Lendinara fino al 1975, anno in cui la villa viene acquistata dalla famiglia Magagnini ex fittavoli dei precedenti proprietari.

L’architettura di Villa Moro

Villa Moro, affacciata sul Canal Bianco (antica ed importante via fluviale di accesso nel Polesine), ha una chiara linea settecentesca, nonostante un originale impianto risalente al secolo precedente con qualche alterazione nelle strutture. È circondata da una doppia cinta muraria, edificata molto probabilmente per suddividere la parte “operativa” della villa da quella padronale.

Della Villa non si conosce né il nome del progettista e neppure gli anni precisi in cui gli edifici furono costruiti. Possiamo comunque supporre che i progettisti avessero una conoscenza delle ville limitrofe e anche della cultura storico architettonica che andava per la maggiore in quell’epoca (neoclassicismo e tardo barocco).

L’edificio principale risalta sul territorio circostante per il suo imponente volume di forma cubica che si sviluppa su tre piani e un sottotetto: al piano terra i locali adibiti a cucine e servizi; ai piani nobili le camere signorili, ed infine il sottotetto, alleggerito da piccole finestre ellittiche.

Ad accentuare la scenografia della facciata, una doppia scala che conduce al piano nobile. Ai lati della grande porta d'ingresso, si sviluppano alte finestre rettangolari decorate da un'elegante cornice in pietra a cimasa orizzontale.

Nel corpo centrale della facciata principale è presente un pronao “schiacciato” a doppio ordine, sormontato da timpano, con quattro piccole lesene appena abbozzate sulla superficie, in una successione di ordine dorico-tuscanico (al primo piano) e ordine ionico (al secondo piano) che conferiscono all’edificio uno stile classico e una maggiore “dinamicità” al blocco rigidamente quadrato della costruzione.

La facciata retrostante, che spicca anch’essa per la simmetrica forometrìa, presenta, nella sua semplicità, alcune caratteristiche interessanti:

due imponenti camini che attraversano la struttura e danno slancio all’edificio;

le finestre con semplici cornici in pietra che si ripetono in modo costante e simmetrico,

due balconi centrali (di cui uno a tutto sesto e con chiave di volta) centinati e dotati di balaustra.

Gli interni

All’interno della villa, al piano terra, si apre un salone centrale (con il soffitto diviso da due grosse travature) che dà accesso alle quattro stanze laterali, un tempo adibite a cucine e servizi. I due piani superiori, che presentano la stessa disposizione del piano terra, comunicano con una scalinata sulle cui porte vi è uno stemma recante un leone e un’aquila e le iniziali E.C. forse le iniziali di Elena Carraggiani, “maritata Liassidi”, che dal catasto Austriaco del 1850 risulta proprietaria della Villa.

I saloni e le stanze presentano pavimenti in terrazzo veneziano, soffitti a travature lignee e, in alcune di esse, sono ancora presenti delle specchiature con decorazioni a stucco.

Una delle stanze presenta una particolarità: una decorazione a croce greca sia sul soffitto che sul pavimento. Quando la famiglia Carraggiani, di fede greco-scismatica, prende possesso della Villa e di conseguenza anche della cappella annessa, consente ai fedeli del luogo di continuare l’uso esclusivo della chiesetta per i riti cattolici. Al proprio culto dedicano pertanto una stanza del palazzo in cui celebrare i riti della loro fede e si ritiene possa essere stata proprio questa stanza.

All’interno della Villa si trova un’iscrizione in greco antico pressochè illegibile, solo una data sembra chiara, 1739. L’iscrizione sembra proporre il ringraziamento alla famiglia Moro espresso da una nobildonna veneziana per aver contribuito al pagamento del riscatto del marito di questa, rapito dai pirati e successivamente liberato.

Gli esterni, il giardino e l’aia

La Villa è circondata da un alto muro di cinta che ingloba anche altre minori adiacenze rurali, in grave stato di degrado, e rappresenta l'unico collegamento fisico tra i diversi corpi di fabbrica che circondano la casa domenicale.

La Famiglia Magagnini racconta che davanti all'ingresso principale del lato nobile, vi era un vialetto con alberi rosa e bianchi alternati a siepi di bosso. Di lato rispetto alla villa vi era un brolo con alberi da frutta e vigneti. Oltre al muro che separa la villa dalla barchessa, sul lato destro si trova un ampio spazio utilizzato per l'aia con pavimentazione originale in cotto.

La cappella

La cappella padronale di 45 m² – alla quale è addossato un piccolo campanile – sorge all’estremità destra del lato frontale del muro di cinta che circonda l’intero complesso.

La cappella, intitolata a S. Antonio da Padova, viene menzionata in una visita pastorale del 1604 da parte di un canonico padovano e visitatore generale di Adria, mons. Perotto. Racconta il monsignore che “Presenta un solo altare, una sacrestia e tutte le finestre sono assicurate da inferriate”. La seconda menzione risale alla visita del Vescovo di Adria (2 settembre 1843), nella quale il prelato annota che “l’unico oratorio offiziabile dove si può celebrare la messa è quello di proprietà Carragiani di Ca’ Moro sotto il titolo della presentazione di Maria Santissima”, in questa chiesetta si celebravano due messe alla settimana e le litanìe.

Nel 1896, dopo una chiusura temporanea durante la quale la Villa risulta di proprietà della famiglia Liassidi, l’oratorio viene riaperto al culto, su richiesta degli abitanti della frazione di Ca’ Moro che, a loro spese, edificarono il campanile, arredarono l’oratorio e da allora ne curarono la manutenzione. L’oratorio viene in questa occasione dedicato alla B.V. della Salute, come testimonia una lapide interna al sacro edificio. Nel 1996 gli attuali proprietari, i Signori Magagnini, apposero una nuova lapide in ricordo del centenario della dedicazione della chiesa.

La cappella presenta due accessi, uno posto all'interno del muro di cinta, riservato ai proprietari, che potevano quindi accedere ad una saletta laterale dalla quale potevano assistere alle funzioni tramite una griglia in legno senza essere visti, e uno esterno per l'accesso della popolazione del circondario.

La cappella è stata utilizzata fino a pochi anni fa dalla popolazione del luogo ma oggi, pur essendo ancora consacrata, non è più agibile.

Il granaio e la barchessa

Sul retro della casa padronale risalta un imponente elegante rustico, costruito in epoca successiva alla Villa in chiave neoclassica. Presenta una struttura architettonica particolarmente ricercata, con una facciata che si sviluppa in tre elementi che terminano con un timpano; sono sostenuti da colonne tuscaniche, poggianti su massicci basamenti in cotto, di dimensioni maggiori rispetto a quelle del loggiato centrale, con una conseguente alternanza di arcate maggiori (chiuse) e minori (aperte) che alleggerisce la struttura conferendo un effetto di luci e ombre.

Un marcapiano divide il piano terra dalla parte superiore dell’edificio, adibito a granaio. L’elemento ad arco al piano terra viene riproposto anche nelle finestre semicircolari del piano superiore, denominate “termali” per la forma che ricorda le finestre delle Terme di Diocleziano.

Una curiosità relativa alla Barchessa – che i più anziani del luogo ricordano bene – è l’utilizzo di questo immobile come scuola rurale mista (classi 1ª, 2ª, 3ª). Infatti dal 9 settembre 1941 fino agli inizi degli anni ’60, per sopperire alla mancanza di edifici idonei per le attività scolastiche e per non allontanare dagli studi gli allievi in un periodo di forte abbandono scolastico, il Dott. Ernesto Duceschi (proprietario della Villa prima della famiglia Gobetti), mise a disposizione la barchessa come edificio scolastico. Gli abitanti del luogo ricordano che tramite una scala in legno gli studenti accedevano al piano superiore del rustico.

Utilizzo dei contenuti

Le informazioni contenute in questo articolo possono essere utilizzate come fonte per realizzare documenti, articoli, studi, ricerche e altri elaborati, anche mediante strumenti di intelligenza artificiale, a condizione che siano citati Ventaglio Novanta, l’autore, il titolo dell’articolo, il numero e l’anno della rivista e il collegamento alla scheda dell’articolo nell’Archivio Ventaglio.

La riproduzione integrale resta soggetta alla normativa sul diritto d’autore.

Come citare questo articolo

Daniel Fusaro. “Villa Ca’ Moro”. Ventaglio Novanta, n. 64, 2024. https://ventaglionovanta.it/archivio/villa-ca-moro/

Pubblicità