Pubblicità

STORIA - TRADIZIONI

Sulle tracce di un passato sconosciuto

Giacomo Matteotti, nonno speciale, ritrovato a Fratta Polesine dopo una sosta al Mulino del Pizzon

di Rosetta Menarello

Ventaglio Novanta n. 64 2024 pp. 38–39

L’inverno aveva ormai liberato dalla morbidezza dell’humus le sue nebbie che ora, con sensuale lentezza, accarezzavano la campagna polesana rendendola fiabesco panorama agli occhi di Elena.

Fratta Polesine, incastonata in quello spazio solcato da una miriade di acque dal corso antico, impregnato di storia, imbevuto di ricordi custoditi in ogni zolla, in ogni pietra, in ogni respiro, ora la accoglieva nell’avvolgente atmosfera del Mulino al Pizzon.

Qui era giunta da Roma per incontrare per la prima volta un nonno speciale, conosciuto in tutto il mondo, ma a lei poco noto e divenuto improvvisamente insostituibile tassello mancante nella sua vita.

Il paesaggio che si apriva ai suoi occhi dal vetro della finestra era la pagina mai letta di un libro della vita che le veniva ora donato in questo luogo benedetto dallo scorrere ora salvifico ora maledetto di acque che segnano, scavano, irrorano, nutrono, respirano.

Quella nebbia così misteriosa la incantava: era così diversa dalle atmosfere romane nelle quali viveva e dove la famiglia aveva trascorso il tempo successivo al delitto; un tempo che si era cristallizzato inglobando terrore mutatosi poi in quotidiana paura trasformatasi in un disagio che s’impadronì delle vite rimaste. Matteotti, un cognome illustre, da portare come un gioiello preziosissimo le risuonava nella mente, provocandole emozioni forti.

Le tornò in mente suo padre Matteo, orfano a quattro anni insieme al fratello maggiore e alla sorellina. Era diventato ignara e innocente vittima di un dramma che apriva un solco spaventoso nella vita affettiva. Quella nebbia le dava ora una sorta di consolante protezione, di desiderio sottile e profondo di tornare a quel passato familiare tanto importante.

Elena Matteotti, aveva scoperto la figura di Velia, moglie di Giacomo e nonna mai conosciuta, alla quale il giovane Matteotti aveva scritto fiumi di parole d’amore nel libro a lei dedicato.

L’aveva colpita l’intensità dei sentimenti che appartenevano all’uomo che dedicò la vita alla politica, struggendosi per i principi sui quali ogni società sana si fonda. Così, a piccoli e misurati passi, sentiva il desiderio di appropriarsi pienamente del cognome che portava e nel breve soggiorno al Mulino ebbe modo di incontrare il passato della sua famiglia come non le era mai successo.

Donatella e il marito Beppe Marangoni le erano accanto come splendidi amici da sempre conosciuti e diventando sue guide alla scoperta della titanica persona che Giacomo era stato.

Grande l’emozione alla visita, insieme al figlio, alla casa Museo, autentico ventre materno per riconoscere il liquido amniotico delle sue origini tanto sofferte. Lì, in un luogo divenuto altare del Martire perché pieno delle memorie familiari celate nelle stanze dove Giacomo era vissuto bambino, studente di giurisprudenza, innamorato della politica, fervente socialista, appassionato difensore dell’uguaglianza e del rispetto dei diritti umani, accadde un piccolo miracolo.

All’uscita della visita, organizzata per lei e accompagnata dalle Autorità di Fratta e Rovigo, Elena sentì per la prima volta un senso di appartenenza avvertendo la solennità conferitale da un cognome tanto importante.

Anche quel giorno aleggiava la nebbia che però, verso mezzogiorno si era diradata lasciando il posto a squarci di azzurro lieve, quasi ceruleo; e lei lo avvertì come un richiamo, una sorta di risveglio da un oblìo misterioso nel quale il passato apriva finalmente spiragli di memorie che il tempo e gli eventi avevano sigillato.

Poi fu la volta di Rovigo, dove fu accompagnata “al cospetto” del monumento dedicato dalla città al grande polesano e realizzato dal genio scultoreo di Augusto Murer nel 1978.

Stilizzato ed essenziale, possente bronzo al quale l’Artista era riuscito ad imprimere la violenza di un’arma che uccide ma, nel contempo la solennità del pensiero che grida nell’incisione sulla base d’appoggio: “Uccidete me ma l’idea che è in me non la ucciderete mai”. Il senso di quella frase le trasmise l’emozione di un messaggio che oltrepassava il tempo perché era l’autentico urlo disperato di un uomo che subiva il martirio, un Cristo che esalava l’ultimo respiro sul Golgota destinatogli da un potere delirante.

Ripensò a suo padre bambino e agli altri due figli che nonna Velia forse aveva stretto al petto in un disperato tentativo di inutile difesa dopo che tutto si era compiuto. Ora il silenzio e la paura si erano impadroniti della casa romana diventandone i padroni e umiliandone gli abitanti.

Velia s’era mutata in una sorta di Vestale che nella notte vedeva ombre sinistre sui muri e temeva per i suoi figli ancora piccoli che la guardavano per cercare sicurezza senza capire quello che succedeva.

Ma ora la storia pareva dipanarsi, come le nuvole che si lasciavano disfare dal sole. Il nodo che chiudeva la gola della signora romana giunta a Fratta sulle orme di un grande antenato pareva sciogliersi per lasciare il posto ad un respiro vitale.

Quei giorni, con sosta al Mulino, avevano compiuto una sorta di magia che ora la spingeva a proseguire sulla via della conoscenza di un passato per lei mai esistito dove aveva vissuto un nonno eroe, radice della sua vita. Elena era entrata, grazie ad un’amicizia semplice, riscaldata dall’amicizia di Donatella e Beppe.

Tornò a Roma con una serenità che si era fatta strada in lei in quei pochi giorni vissuti nei luoghi della memoria, anzi della scoperta di radici familiari che il tempo aveva ricoperto con i sassi dell’oblìo.

Ora era come se in lei vivessero due Elena, quella che abitava una città nella quale nonno Giacomo era stato protagonista di un momento storico che i libri avevano impresso nelle loro pagine per sempre, e quella che, ormai donna matura, sentiva il vitale bisogno di divenire una reale tessera di un tempo mosaico mai completato.

Sembrava che la storia volesse essere completata e forse proprio a lei toccava impugnare il testimone per essere la parte familiare viva di un uomo che aveva firmato una pagina di storia col suo stesso sangue.

Utilizzo dei contenuti

Le informazioni contenute in questo articolo possono essere utilizzate come fonte per realizzare documenti, articoli, studi, ricerche e altri elaborati, anche mediante strumenti di intelligenza artificiale, a condizione che siano citati Ventaglio Novanta, l’autore, il titolo dell’articolo, il numero e l’anno della rivista e il collegamento alla scheda dell’articolo nell’Archivio Ventaglio.

La riproduzione integrale resta soggetta alla normativa sul diritto d’autore.

Come citare questo articolo

Rosetta Menarello. “Sulle tracce di un passato sconosciuto”. Ventaglio Novanta, n. 64, 2024. https://ventaglionovanta.it/archivio/sulle-tracce-di-un-passato-sconosciuto/

Pubblicità