Si è compiuto lo scorso anno, nel generale silenzio, il centesimo anniversario della nascita di Antonio Carlizzi, benemerito uomo del Polesine, nato a Frassinelle il 3 gennaio 1923. Figlio di due maestri elementari, la madre polesana, il padre calabrese, in epoca prefascista, Antonio è cresciuto nel segno di una forte e matura formazione morale e culturale. Era davvero raro, a quei tempi, trovare in famiglia i riferimenti strutturali di tradizioni e cultura, specie in area rurale. In quella famiglia numerosa, che godeva di notevole prestigio nel territorio di Frassinelle, Antonio poté respirare il senso profondo di una cultura scolastica, che incentivava l’aspirazione a raggiungere traguardi importanti in ambito sociale e, comprensibilmente, considerata la reputazione familiare, anche politico. Era forte, allora, la spinta ad emergere e confermare le attitudini e gli insegnamenti ricevuti in famiglia; non a caso, una delle zie, Alma, gli aveva insegnato a leggere all’età di quattro anni, al fine di valorizzare le qualità del nipotino, su cui un po’ tutti nutrivano grandi aspettative.
Nel dialogo sulla virtù sconosciuta, Vittorio Alfieri ricorda l’amico Gori Gandellini, di dieci anni più vecchio di lui, non nobile di natali, ma, per la sua umanità e libertà di pensiero, superiore a quanti aveva conosciuto. In epoca di tirannide, l’amico gli aveva consigliato di amare gli uomini, di non ritenersi superiore a nessuno e di vivere e morire ignoto, realizzando dunque una virtù sconosciuta.
Antonio Carlizzi ha tradotto in azione questa virtù, esercitando in forma convinta e professionale il suo ruolo di docente di Lettere: “amato e benvoluto da colleghi e alunni”, si potrebbe dire con la solita retorica. Nel suo caso, tuttavia, la funzione esercitata e favorita, come si è detto, dalla formazione ricevuta in famiglia, ha lasciato un segno profondo, perché Antonio ha prestato servizio in un istituto sperimentale, destinato in seguito a formare tanti tecnici nel settore lavorativo: l’Istituto Tecnico Industriale, fondato da Ferruccio Viola, a tutt’oggi considerato uno dei grandi cervelli del nostro territorio.
Si era laureato a Padova, Antonio, la città di alte tradizioni universitarie, nota nell’ambito letterario per la presenza qualificante, fra gli altri, di Concetto Marchesi, uno dei più fieri avversari del regime fascista.
Al di là dei traguardi studenteschi e professionali, Il Nostro ha rivestito incarichi assai importanti, soprattutto in ambito sociale. Presidente dell’IRAS dal 1976 al 1986, ha lasciato ai posteri un vero e proprio patrimonio di studi sulla condizione e il trattamento degli anziani e valorizzato la funzione dell’Istituto di accoglienza anche in senso economico, con una conduzione successiva da Presidente fondata sull’onestà e moralità. Indipendente da motivazioni politiche ed utilitaristiche, non ha messo in tasca neppure una lira, profondendo nel suo esercizio esclusivamente la propria passione. Ci resta la sua testimonianza nel libro pubblicato sulla propria esperienza dal titolo “Dal Lazzaretto all’IRAS, un itinerario di 500 anni”, presentato e commentato all’Accademia dei Concordi.
In tarda età, dopo la pensione, si è dedicato totalmente alla causa sociale, fondando l’“Associazione Socio-culturale Renzo Bar- bujani”, di cui è stato primo socio e attivo sostenitore, tuttora viva e presente in Polesine. La Biblioteca intitolata al fondatore ospita libri e avvia iniziative con il prezioso contributo di tanti volontari.
La ragione che mi spinge a ricordare e onorare la sua memoria è tuttavia anche personale e animata da rapporti intensi e fecondi con un uomo più vecchio di me di vent’anni, che ha lasciato un’impronta importante nella mia stessa vita. Questa intensa frequentazione, alla quale non era estranea la nostra parentela per via materna, si avviò concretamente quando Antonio Carlizzi lasciò l’ITIS per l’Istituto per geometri “Amos Bernini”, dove ero stato nominato docente quell’anno. La nostra è stata un’esperienza importante, destinata a durare a lungo.
Anche dopo il suo pensionamento, sia pure con minore frequenza, ci incontravamo, a cena, ora a casa mia, ora a casa sua, perfino durante la malattia della moglie Liliana, costretta alla sedia a rotelle. Eravamo insomma costantemente informati della situazione delle nostre due famiglie e la catena di lutti familiari non ci aveva impedito di ritrovarci in piena confidenza. Seppi tuttavia, solo a cose fatte, della sua grave operazione allo stomaco, all’ospedale di Padova. Quando lo rividi, duramente provato dall’intervento, mi raccontò tutto con semplicità: era il signore di sempre, alieno da qualsiasi tono di auto compatimento e di sofferenza. Pareva essersi adattato anche alla nuova condizione di malattia, dopo le dure prove precedenti.
Fino agli ultimi giorni di vita, ignoravo tuttavia che stesse raccogliendo gli appunti messi assieme nel corso del tempo, in vista di un libro, che vide la luce dopo la sua scomparsa: “El zèlese”, pubblicato successivamente dall’ “Associazione Renzo Barbujani” in collaborazione con la “Fondazione Banca del Monte” di Rovigo.
Fu mio fratello Sergio a parlarmene. A lui, Carlizzi aveva chiesto un parere, facendo conto sull’esperienza giornalistica e letteraria di Sergio, che, oltre a collaborare con il “Resto del Carlino”, esercitava un’incisiva opera critica in sede polesana e anche fuori dai confini provinciali.
“El zèlese”
Il libro è stato per me una sorpresa. La scoperta ha avuto un valore non solo umano, ma soprattutto letterario: Antonio Carlizzi si è rivelato una persona assai superiore a quella che pure avevo apprezzato in passato.
Consta di tre parti, che tuttavia, nella costruzione autobiografica, nonostante i passaggi di età e di ambientazione, risultano strettamente legate. Come avverte l’autore, “el zèlese”, ovvero l’aia in mattoni davanti alla casa padronale di Ca’ Pesaro, costituisce lo scenario nel quale è immersa la sua casa e la numerosa famiglia che la occupa. In termini altamente idealizzati, esso tuttavia è un paesaggio interiore; per dirla con lo scrittore, “è uno spazio riservato dove nacquero i primi sogni ad occhi aperti della mia vita”. Questo spazio, così originalmente denominato, resterà sempre la base degli slanci e delle aspirazioni di Antonio Carlizzi, anche quando poi si trasferì a Rovigo, mutando casa e luoghi. È uno spazio immaginario, che dice molto dell’attitudine “visionaria” dell’autore.
Dopo un ampio e particolareggiato ritratto di famiglia, nel quale spiccano la figura della madre autoritaria e del padre venuto da Jonadi, piccolo paese vicino a Vibo Valentia, il racconto si allarga al sistema di vita di allora, al regime fascista e alla sua disciplina imposta e conculcata, alle adunate, le marce, le divise, la mentalità diffusa e penetrata in profondità. Dopo l’infanzia dei sogni, l’azione si sposta verso Grignano e Rovigo, dove la famiglia paterna si trasferisce per ragioni di scuola e di lavoro.
A Ca’Pesaro di Frassinelle, originario centro di vita dell’intera comunità, si tornava solo d’estate come ospiti, ma nell’angolo riservato della mente dell’autore, “el zèlese” restava dominante, anche quando già venticinquenne, nei viaggi in corriera verso i luoghi dell’infanzia, fissava lo sguardo nell’immensa campagna, alla ricerca di una interna ragione di vita.
Ritornando occasionalmente verso la propria casa dei sogni, l’autore rivede le teste degli altri viaggiatori che dondolano avanti e indietro come marionette, ripensa alle sensazioni provate allora (“…eravamo tutti marionette agitate dal caso, da una volontà misteriosa, come dal vento le chiome degli alberi…”), infine grida all’autista di farlo smontare, benché ancora lontano dal paese.
“…e all’improvviso capii perché m’ero fermato lì… quel posto… mi attirava: con l’orizzonte così aperto, prendevo istintivamente coscienza della grandezza del mondo. Non coglievo da quell’argine il senso dell’infinito, che è un’astrazione della mente, ma l’immensità della terra e il desiderio di scoprirla e possederla… ora quell’immensità mi dava anche un senso di smarrimento, perché diveniva coscienza della mia misura di uomo…”
La lettura mi ha lasciato a bocca aperta, non solo per il contenuto, ma, nella sua comunicazione intensa e visionaria, per la profonda coscienza di sé, rimarcata dallo spirito divenuto adulto dell’autore.
Certo, la qualità del libro è assai più ricca di quanto appare in questi spunti personali. Una parte rilevante è dedicata all’esperienza scolastica del Liceo, nella quale spiccano figure e personaggi di straordinario rilievo, cui l’autore riserva commenti davvero vivaci e gustosi. Uno per tutti, Toni Fante, del quale si riportano numerosi episodi di indisciplina e monelleria spiegando perché lui non avrebbe mai potuto essere suo compagno di banco.
Fra i tanti, l’invito a entrare in casa Fante, mentre il padre è ancora a letto. Come avverte il narratore, per arrivare alla camera di Toni Fante, si doveva passare per la stanza da letto del padre. Imbarazzato dalla situazione, la tentazione è quella di tirarsi indietro. “…vieni, cossa gato paura de vèdarlo a letto” – l’autore ricorda ancora sorpreso – “con due colpi improvvisi tirasti giù le lenzuola e su la camicia, ultima difesa del suo pudore…Mi sarei sprofondato”, ricorda Carlizzi – “se a mantenermi in quota non fosse intervenuta la risata del padre”, con la curiosa esclamazione: “Ciò mato!” Sono parole che ricorrono anche in seguito, visti i rapporti davvero curiosi tra il figlio e il padre.
“Una sera”, ricorda l’autore, “sotto el portego degli Ebrei, ci stavi raccontando qualcosa di assai interessante; eravamo quattro, cinque compagni stretti attorno a te. Sopraggiunse tuo padre sorridente, e ci interpellò, con tutta la sua carica di simpatia e cordialità verso gli amici di suo figlio: cossa ve contèo, cari? “. “I pei in tel culo!”-fu la risposta bruciante- “tuo padre stette in apnea, noi in apprensione, ma lui si riprese e ripeté il solito bonario richiamo: Ciò mato!”
La qualità del libro di Carlizzi non è solo umoristica e spiritosa, in virtù della capacità narrativa e ironica. Nel diario di guerra, che costituisce la parte finale, il racconto si fa drammatico e gli avvenimenti si fissano in sequenze anche tragiche. Il protagonista, come tanti altri, sceglie la via della fuga, venendo meno al giuramento prestato alla Repubblica sociale di Salò e quindi seguendo la strada della diserzione. Non è tuttavia una decisione facile, come dimostra la catena di riflessioni occasionate dall’incontro con alcuni partigiani.
“Mi facevo sempre più convinto di aver fatto bene a rifiutare la proposta dei due partigiani: non me la sentivo di combattere e forse di uccidere… schierarsi coi partigiani era una scelta, non una fatalità… forse in futuro avrei potuto combattere coi partigiani… mi rendevo conto della fragilità e della pochezza di me come individuo…” In queste parole si legge in profondità lo spirito umano e onesto dell’autore, alieno da qualsiasi forma di violenza.
E proprio nella parte conclusiva del diario, si ritrova tutta l’umanità di Carlizzi. Dopo il terribile bombardamento sulla città, la sarta che abitava vicino alla caserma, non riusciva a darsi pace perché la figlia con le due nipotine si era diretta verso il cimitero per tornare a Sarzano, dove era sfollata. Incapace di resistere, si fa accompagnare in bicicletta da una passante in cimitero a cercare la figlia e le due bambine. Tornata in piazza della Rotonda, la povera donna si abbandona con un urlo straziante al dolore: “I’è là tutt’e tre, tutt’e tre!”. Riavutosi dallo sbigottimento, l’autore si guarda attorno: “il cielo era limpido, l’aria tiepida, il silenzio irreale”. Come in sogno, cerca l’oblio: “quasi fosse una vergogna essere vivo”- riflette inorridito. In questo afflato umano e spirituale, si conclude il libro, nel segno di una autentica partecipazione alla vita degli altri.
Testimone del suo tempo
Un vero testimone del suo tempo, dunque, Antonio Carlizzi, che ho frequentato con maggiore assiduità nell’ultima stagione di vita.
L’ultimo incontro è stato in ospedale, all’indomani del suo ricovero determinato da un peggioramento rapido e inesorabile della malattia. Andammo a trovarlo, io e mia moglie, passeggiammo con lui lungo il corridoio che conduce a un’ampia vetrata, dalla quale lo sguardo poteva stendersi alla campagna intorno, attraversata dalle strade piene di traffico. “Gerusalemme già ti vedo!”- esclamò, mentre tutti e tre eravamo intenti alla contemplazione. Fu l’aperta confessione di sentirsi vicino alla fine, cui era da lungo tempo preparato. Cessò di vivere il 13 novembre 2001.
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Come citare questo articolo
Claudio Garbato. “Antonio Carlizzi (1923-2001)”. Ventaglio Novanta, n. 66, 2025. https://ventaglionovanta.it/archivio/antonio-carlizzi-1923-2001/