Avvolto nel morbido mantello bordato da stupendi ricami dorati, l’imperatore dell’Etiopia sedeva sul trono. I piedi appoggiati su un grande cuscino di damasco e la mano sinistra stretta all’impugnatura della lunga spada conferivano importanza e regalità alla sua figura esile.
Lo sguardo profondo, attento, quasi indagatore percorreva la stanza dei ricevimenti e il capo, incorniciato dalla crespa capigliatura corvina, si chinava brevemente all’arrivo degli ospiti attesi.
Dopo il cerimoniale previsto dal protocollo le personalità si erano disposte ai lati dell’imperatore per la foto di rito. Un flash immortalò l’incontro che purtroppo aveva ragioni tutt’altro che liete.
Per l’Etiopia era la guerra e presto migliaia dei suoi sudditi sarebbero caduti sotto i colpi di un rinnovato imperialismo.
Il piccolo Abebe, nato nel 1932, aveva ascoltato i racconti di suo padre e s’era sentito un fuoco dentro quando questi gli diceva che la loro tribù era stata sterminata dalle bombe venute dal cielo. Gli aerei nemici avevano sganciato “uova d’acciaio” piene di morte e nulla poteva fare chi era padrone di una casa di legno e paglia.
I ricordi s’erano poi accatastati nella sua memoria, comprese le parole del Negus che davanti all’Assemblea delle Nazioni chiedeva che alla sua amata Etiopia venisse concesso di scegliere il sentiero del progresso che si conveniva ai piedi nudi del suo popolo.
Per Abebe i piedi divennero fin da bambino il primo contatto con la durezza della terra che sapeva però essere anche fresca e morbida.
Camminare scalzo era un modo di vivere, era come respirare: un’esperienza naturale e semplice. Era il contatto diretto con il grembo della terra. Posarvi i piedi significava sentire l’umore del sentiero, cogliere la vitalità che aveva la ruvida superficie di un tronco da scavalcare o l’umida freschezza di un prato appena irrorato da un acquazzone.
Abebe aveva raccolto ogni messaggio da quel suolo d’Etiopia di cui suo padre gli aveva a lungo raccontato, a volte anche con le lacrime agli occhi.
Accanto alla maestosa regalità di un baobab aveva rievocato il giorno in cui il Negus annunciò l’aggressione straniera che s’era armata di sostanze corrosive per snidare chi voleva difendere la terra dei padri. Così centinaia di etiopi erano stati corrosi dall’iprite, il più letale dei gas vescicanti.
Abebe pertanto amò ancora di più quella terra che lo sosteneva ed assecondava la cadenza del suo passo e della sua corsa.
Il Negus l’aveva osservato proprio mentre percorreva per la decima volta il lunghissimo viale del giardino reale. Aveva notato, con la profondità di quel suo sguardo che sapeva vedere anche ciò che per altri era ovvio e scontato, la straordinaria abilità motoria di quel ragazzo dalle movenze di gazzella.
– Tesfaé, quanti ha tuo figlio? – Domandò un giorno il Negus. – Sedici, vostra grazia! – – È tempo che si prepari a diventare guardia reale. Inizierà domani. –
Così per Abebe cominciò il percorso dell’obbedienza alle regole dure e rigorose del palazzo. Lo sguardo acuto del Negus lo seguiva con speciale interesse.
C’era qualcosa di insolito nell’andatura di Abebe che calpestava il percorso con la leggera agilità di una creatura dell’altopiano aspro e generoso nel contempo.
Fu osservando quell’incedere unico nel suo genere che il Negus decise che l’Etiopia doveva dimostrare la sua tenace resistenza anche nello sport che unisce la potenza muscolare con la determinazione e la pazienza: la maratona.
Avrebbe investito in Abebe assicurandogli un allenatore di primordine.
Così la giovane guardia imperiale divenne, giorno dopo giorno, il figlio prediletto della natura da cui la sua fibra traeva vitalità e forza.
Fu per questo che decise di correre scalzo in tutte le stagioni per cogliere da ciascuna un dono speciale ed unico. Così la primavera gli infuse la leggerezza dell’erba appena spuntata e lo inebriò con gli odori ora leggeri ora intensi e speziati di piante diverse; l’estate rovente e secca lo aiutò a resistere sempre, anche quando la gola si inaridiva al ritmo delle gambe e tutto il corpo pareva trasformarsi in un cespuglio irto e spinoso.
Resistere – Correre – Resistere – Correre… Fu questo il suo credo. Fortemente voluto ed intensamente vissuto ogni giorno.
L’allenatore era un vero maestro e sotto molti aspetti un amico che sapeva leggere le emozioni e le paure che a volte gli popolavano il cuore.
E quando gli annunciò che aveva in mente l’obiettivo massimo: le Olimpiadi, Abebe fu catturato da una sorta di frenesia, un impasto di sentimenti che lo rendevano orgoglioso e fiero ma lo inducevano a gridare: NO!
– Abebe, ho deciso con il Negus che parteciperai ai giochi di Roma e cercherai anche di mettere le scarpe, non puoi gareggiare scalzo! –
Il giovane deglutì le sue perplessità e provò a correre indossano un paio di calzature morbide ed adattabili ai suoi piedi come guanti.
Saltellò per saggiare l’elasticità delle suole e partì avviandosi sul sentiero che serpeggiando percorreva l’altopiano.
Faticò a prendere il ritmo, e mantenerlo, tramutandolo in cadenza di marcia veloce.
I piedi, privi del consueto contatto amoroso con la terra, s’erano fatti legnosi e pareva si fossero scollegati dal cervello da sempre allenato a dirigere l’agile motilità.
Dopo mezz’ora di sofferenze, Abebe accostò al lato del percorso sedendosi sconsolato tra i cespugli d’erba alta. Fu istintivo togliersi le raffinate scarpette lasciandole inerti una qua e una là come inutili orpelli.
Respirò profondamente quasi a voler catturare l’immenso spazio che lo circondava. In quell’aria era diffuso il profumo della pioggia caduta da poco sulle piante che esalavano aromi intensi, dolciastri ed aspri.
I suoi occhi percorsero l’orizzonte ondulato di colline ed alberi. Era ridiventato gazzella e così aveva riconquistato la terra della sua Etiopia sfregiata dalla violenza degli invasori.
Sentiva il suo corpo leggero, proteso senza sforzo nella progressiva ed insaziabile conquista del terreno mentre la distanza dalla meta si accorciava come un filo catturato nella trama di una tela.
E venne il grande giorno.
L’estate dell’olimpiade romana accolse le centinaia di atleti con l’incantevole fascino del suo passato immortale. Quei giorni straordinari del 1960 divennero una favolosa festa aperta con una sfilata di quattromila atleti provenienti da ottantasei nazioni.
Abebe si sentiva inebetito ed al tempo stesso esaltato da quel clima di festa nel cuore di una città dove ogni angolo portava le tracce di imprese importanti e gloriose.
Venne il giorno della sua gara.
Alla partenza gli parve di venire ingoiato dalla piccola folla di atleti pronti a dare il massimo facendo scattare cervello e muscoli. Il cielo era terso, pulito da ventate leggere e rapide che avevano scolpito qua e là nuvole di fogge diverse. Il sole, prossimo al tramonto, aveva tinto d’arancine bronzeo l’orizzonte.
Lo scatto del via fu un flash. Il gruppo dei maratoneti, prima compatto e ordinato, s’era sciolto come un liquido fiotto d’acqua scorrendo lungo il percorso. Respiro, gambe, braccia, cervello… dapprima coinvolti in una sorta d’accordo, avevano presto ottenuto l’armonia e la sicurezza, frutto di tante ore di allenamento. Abebe calcava il terreno cogliendone le asperità e rispondendo con la dura resistenza dei talloni e delle piante lungamente allenati sui sentieri dell’altopiano etiopico.
Raggiunse rapidamente il ritmo dell’andatura cercando il respiro che dava sangue al cuore e ridiventò gazzella. Svuotò la testa lasciando uscire tutti i pensieri e fu libero. Avvertì brevi ed acute punture di piccoli sassi sparsi qua e là sul percorso che stimolavano in lui una sottile ma profonda volontà di riprendersi una vittoria tanto desiderata. Un sogno che aveva costruito in lunghi mesi di allenamento ma ancora rannicchiato in un angolo segreto della sua anima abituata ad obbedire ed a servire.
Fu così che divenne padrone di quella strada nella quale gli eleganti pini marittimi lo riportavano agli alberi secolari della sua terra. Ascoltò il vento che al crepuscolo abbraccia la città e porta un vago profumo di mare. Era ormai figlio di quella terra romana che in tempo di pace lo accoglieva da uomo libero.
Erano le vie antiche, disseminate dai resti di un passato glorioso, a scandire la strada verso la meta. Era quasi buio e le fiaccole poste ad illuminare danzavano come i fuochi accesi dai suoi antenati nei villaggi degli Amba.
Correva Abebe. Non sentiva la fatica ed ogni passo era una conferma, un sì alla sua scelta di gareggiare a Roma. Aveva letto il libro della storia di questa città e conosceva il nome dei monumenti più importanti. L’Arco di Costantino era la meta. Lo vide stagliarsi davanti a lui come una gigantesca porta. Adesso il cuore si faceva sentire. Batteva quasi all’unisono con gli applausi degli spettatori. Sotto i piedi la stessa terra che calcarono gli imperatori e le loro legioni al ritorno dalle conquiste e che fecero la storia.
Gli ultimi metri, l’ultimo boccone d’aria per alzare le braccia da vincitore.
Il suo era record mondiale: 2h, 15’, 16”. Il piccolo etiope aveva conquistato una pagina di storia senza armi e a piedi scalzi nella dolce notte romana.
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Come citare questo articolo
Rosetta Menarello. “Una gazzella alle Olimpiadi”. Ventaglio Novanta, n. 66, 2025. https://ventaglionovanta.it/archivio/una-gazzella-alle-olimpiadi/