Capitò che un certo Nadal da Lugo, passando per Ferrara, lasciasse alla Dogana di San Giorgio un Bando della Cancelleria Pretoria di Venezia. Era il marzo del 1603. Il Consiglio dei Dieci deliberava che tali Bartolomio Bressanon, trentino, servitore in casa Dolfin, Michiel Raguseo rivè dal Capo d’Istria, solito habitare in detta casa, Vincenzo e Pierin Marangon, absenti ma legalmente citati, siano banditi di questa città di Venezia et da tutti gli altri luoghi et città di dominio nostro, terrestri et marittimi, naviglij armati et disarmati in perpetuo; rompendo caduno d’essi il predetto confine, essendo presi siano condannati a servire per huomini da remo con li ceppi alli piedi sopra una delle Galere de’ condannati per anni dieci continui con tutti gli ordini dilla Camera dell’Armamento. Non essendo habili a tal servitio, siano allora subito condotti fra le due colonne di San Marco, dove per il Ministro di Giustizia sopra un eminente paro di forche siano impiccati per la gola di ché muoiano, con taglia alli captori, ovvero interfettori, di 600 di piccoli dilli suoi beni se ne saranno, se non, dilli denari della cassa delle taglie.*
Nadal da Lugo – mastro dipintore, per servirvi – chiariva di averne avuta copia passando casualmente sulle scale di Rialto, dove un incaricato distribuiva il Bando a chi lo richiedesse. Si trattava di contrabbandieri, uomini violenti, sparatori di poveri passatori di Po al confine fra lo stato di Venezia e quello della Chiesa. Adesso che Venezia stava operando il Taglio del Po verso la Sacca di Goro – quello che a Ferrara e in tutte le terre di Romagna chiamavano il Taglio dalli Fornasi – si poteva dire che non passasse giorno indenne da delitti di tal tipo, e lui stesso, passando Po presso l’Osteria dalli Fornasi, in territorio di Loreo, per rientrare poi a piedi in territorio del Cardinal Legato, aveva saputo che un manipolo di scellerati bivaccava da alcuni giorni nel Bosco fra Brondolo e Fosson, tacà alli Fornasi.
All’Osteria dalli Fornasi, poi, Nadal aveva perfino incontrato il Corrier di Roma, già più volte svaligiato. «Pròpî un śgrazià!» Aggredito dai grassatori a colpi d’archibugio, e per ben due volte, aveva avuto per buona aggiunta la sventura di un attacco di quartana, «… e quando che l’ho veduto vi dico che era più morto che vivente!
Meno male che il Podestà di Chioggia aveva mandato in soccorso uomini validi, e anche soldati della Galera Bragadina, che certo saprete, Mastro Trienter, che la sbirraglia incaricata di tener puliti quei luoghi è ben peggio degli scellerati che dovrebbe combattere.
A ogni buon conto – concludeva Nadal – ho creduto bene di portarvi il Bando, perché non stimo difficile che loschi figuri ricercati di là da Po, tentino di venire a far misfatti a Ferrara… meglio star pronti».
Seduti davanti a un bicchiere di vino, Alfonso e Mastro Nadal si scambiavano opinioni. Alfonso conosceva quei luoghi. Li aveva “transitati” in giovane età, facendo il mestiere del Soldato di Ventura e li aveva percorsi in un’occasione anche con Giuseppe e Venanzio, ma con la garanzia di autorizzazione del Podestà locale, che a farlo senza c’era da rischiare il collo! E solo per motivi connessi al suo ruolo di Doganiere, ben inteso!
Era stato a inizio estate del 1601, quando era capitato che un tizio di passaggio per Ferrara, alla Dogana di San Giorgio avesse pagato un Dazio per merce trasportata usando moneta veneziana falsa. Da indagini immediate era emerso che il figuro, che aveva dichiarato chiamarsi Matteo Vendramin, era in realtà un certo Pietro Sarotto, già imputato di monetario, cioè di aver fabbricato e spacciato moneta falsa nel territorio della Serenissima.
Richiesto di portare quella moneta, spesa in Stato della Chiesa, al perito veneziano incaricato di esaminarla e proprio a Loreo, Alfonso, con Venanzio, aveva pensato bene di non servirsi del Corriere di Giustizia e Grazia, ma di andare di persona e per via d’acqua facendosi accompagnare anche da Giuseppe.
Non era stata piccola impresa.
Il motivo principale per cui i Veneziani si erano impegnati nello scavo di un canale che portasse le acque del Po di Tramontana a buttarsi nella Sacca di Goro, consisteva nell’essere quel ramo talmente vicino alla foce dell’Adige da rendersi necessario allontanarne la bocca verso Sud, anche per preservare la laguna di Chioggia da un veloce interramento. Si era accesa un’ennesima disputa con lo Stato della Chiesa, che in virtù di quell’opera idraulica avrebbe certamente visto sprofondare nuovamente larga parte della bonifica Estense. Tuttavia, approfittando del fatto che il 1600 era stato proclamato Anno Santo e di conseguenza Clemente VIII non avrebbe potuto impegnarsi in una guerra, la Serenissima ‒assai serenamente‒ aveva dato il via ai lavori.
In quel lontano mattino del 1601, a seconda della profondità delle acque, Giuseppe e Venanzio usavano ora il remo ora il paradello. I lavori del Taglio erano in quei giorni già a buon punto, ma le Valli erano ancora quelle di sempre, quelle che Giuseppe conosceva assai bene: acque selvagge dove dossi e specchi limpidi s’alternavano a fitte macchie di canneti palustri, vere e proprie pareti verdi, immobili, gli apici lanosi appena smossi dal saltellare di una cannaiola o dal fiatare del suo chiacchierio.
«Man mano che saliamo verso l’Adige l’acqua si fa più limpida. Dicono che sia colpa dei torrenti che si scaricano in Po: quelli che vengono giù dagli Appennini pare che abbiano acque fangose, piene di argilla, mentre quelli che precipitano dalle Alpi raccontano che portino acque quasi trasparenti, come filtrate», così, appena il fondo si faceva vicino, ricco di limo, Venanzio e Giuseppe davano mano al paradello, ma appena si faceva più lontano usavano il remo.
Erano partiti a notte piena, quando il silenzio dominava le Valli: le rane tacevano, prima dell’alba, ma di quando in quando, da un dosso, usciva il verso dell’allocco a battere mesto sul silenzio e bucarlo. Avevano visto il sorgere del sole alla loro destra, una falce dorata posata sul limite dell’orizzonte e poi uno sfavillio quasi verde, sull’acqua, mentre il mattino saliva veloce rendendo le ombre dei canneti sempre meno lunghe sull’onda smossa dai remi. Subito s’era alzato il vociare degli uccelli, ma soprattutto una nube d’insetti dentro a cui si tuffavano rondini dalla gola rossa, rondoni come frecce e perfino qualche merೋಪe.
Vogavano verso l’isola di Ariano e quella limitrofa di Loreo, e sulle fitte erbe del fondo si scorgevano innumerevoli pesci e molti tritoni che scodinzolavano nuotando velocissimi. Vaste praterie di sfagno punteggiate di rane costringevano a remate tortuose per superarle lasciandosi guidare quasi solo dal riflesso del sole sull’acqua, là dove sbocciava improvvisa come sgorgando dal tappeto torboso. In tutto quel remare costeggiare aggirare, li accompagnavano nugoli di zanzare.
Come Dio volle, grattando e bestemmiando, erano arrivati in vista dell’Osteria dalli Fornasi, formata da tre edifici addossati l’uno all’altro, tirati a calce e quasi dentro allo sbocco in Valle del Canaletto da Loreo.
La stalla era spalancata e mandava odore di strame fresco, e anche la porta dell’osteria era aperta, ma ne usciva un tanfo di cipolla e aglio bruciati da farti torcere lo stomaco. Si sentiva una voce di donna, alta, quasi stridula: sgridava un garzone per aver mandà a putane il suo soffritto, che lei ci aveva impiegato un’ora a tagliar cipolle e pianto tutte le sue lacrime. Mentre loro legavano la barca, sull’uscio era comparsa una giovane che portava due bambini in collo. Erano poco più in là dei primi passi e lei li aveva lasciati andare con una gran sospiro di sollievo, con il camicino arrotolato, mezzi nudi moccio al naso e culo sporco. Subito un vecchio cane lanoso era andato loro incontro, scodinzolando, e si era messo a spintonarli come due agnelli obbligandoli a star lontani dall’acqua.
Entrando nell’osteria li aveva accolti l’oste: «Siete il Doganiere dallo Stato della Chiesa? ditemi: avete incontrato briganti, remando in Valle? Xe rivà vośe di malandrini, sul far dell’alba!».
Loro avevano risposto che era stato un viaggio tranquillo, anzi, “serenissimo”, e avevano riso mandando giù il bicchiere che l’oste aveva riempito di un rosso dalle sfumature di rubino: uno per ciascuno. A quella facezia anche l’oste aveva riso di gusto per poi accompagnarli in una stanza sul retro dell’osteria, dove li aspettava il Podestà.
Riccamente abbigliato e con il tocco in capo, seduto su una caregha larga e profonda da sembrare in trono, il rappresentante della Serenissima li aveva accolti con molte moine offrendo loro un piatto di moeche fritte mirabilmente, accompagnate da un vino bianco molto giovane: una squisitezza.
Erano rimasti l’intera mattinata a spiegare con minuzia come e qualmente il nominato Pietro Sarotto era giunto a Ferrara, per quali merci aveva pagato il Dazio, con quanti schèi e che aspetto avesse: era alto, era basso, era largo, era stretto, aveva baffi, aveva barba, come portava i capelli, aveva sfregi o segni sulla pelle, com’era vestito, portava scarpe uguali o spaiate, aveva armi, e se sì, di che tipo, aveva berretta e di quale colore? Alfonso ogni tanto si grattava la barba e allora interveniva Venanzio: era passato del tempo e non l’avevano proprio guardato come se dovessero “sposarlo”. A Ferrara si facevano lasciare nome e cognome, se l’avevano – che tante volte erano dei semplici “della Cà di Dio” – e il Sarotto aveva detto di chiamarsi Matteo Vendramin, per servirvi.
Però, dopo aver pagato con pezzi indorati proprio bene, da sembrare veri Scudi veneziani, lui e suo padre ci avevano ripensato assaggiandoli e grattandoli con l’unghia del mignolo. Erano dei semplici pezzi di rame, neanche buono, e l’indoratura era venuta via con l’acqua. Così, all’istante, l’avevano denunciato in Legazione, vale a dire in Castello. Erano state fatte ricerche accurate, ma non era stato rintracciato, segno che probabilmente a Ferrara aveva complici o magari una donna presso di cui nascondersi: c’erano molte puttane a Ferrara; certo, non quante a Venezia di cui si diceva fossero più di ventimila, ma a ogni buon conto c’era di che scegliere!
Il falsario era un tipo mingherlino, vestito con una divisa militare, parlava francese – che Alfonso comprendeva bene – era a capo scoperto e non portava barba né baffi. Armi non ne aveva, nemmeno nascoste: qui garantivano, che loro se ne intendevano… e a pensarci bene aveva una piccola cicatrice in fronte, sul sopracciglio sinistro, una specie di piega che gli arricciava anche i peli. Delle scarpe non si ricordavano. Gli sbirri avevano fatto il giro di tutte le taverne e raccolto informazioni accurate, e dal fatto che indossava una divisa militare e parlava francese, erano risaliti a un Bando giunto da Venezia a proposito di un certo Sergente del Colonnello Giulio Vitelli.
«L’era proprio il Sarotto!», e il Podestà aveva mollato un gran pugno sulla tavola. S’era fatto rosso di rabbia. In aprile, lui, l’aveva catturato e trattenuto in carcere, ma poi, furbo com’era, era riuscito a scassinare la porta involandosi nottetempo.
Fece firmare loro un verbale dettagliato, intascò le monete e disse che avrebbero ricevuto via Corriere il corrispettivo in moneta buona. Poi fece un fischio e l’oste arrivò con un secondo piatto di moeche fritte di fresco, e una caraffa di vino.
Se ne tornarono che il sole era ancora alto e sbarcarono di fronte a casa che a essere alta era la luna.
A quel racconto Mastro Nadal rideva di gran gusto. Il Podestà di Loreo era un tipo pedante: mai contento di niente, non c’era da meravigliarsi che non si fosse fidato del riconoscimento avvenuto a Ferrara, e per il semplice mezzo di un Bando veneziano! Mancava solo che chiedesse loro quanti peli aveva in culo, il Sarotto! A lui era capitato di dovergli descrivere degli incendiari che aveva visto dare alle fiamme alcuni casoni, sui confini fra Ferrara e Venezia: luoghi da sempre incerti, sottoposti com’erano ai capricci delle acque. Aveva voluto sapere perfino se le torce che avevano usato fossero state immerse nella pece e cosa avessero usato per innesco! Ma lui non si era certo fermato a guardare o a dare il suo riverito parere su cosa fosse meglio usare par tacàr fógh ai caśùŋ…
* Citazioni storiche provenienti in particolare da Delitti e pene nel Delta del Po nei secoli XVII e XVIII, fatti criminosi accaduti nelle località basso polesine denunciati dal Podestà di Loreo alla Magistratura Veneziana dal 1600 sino al 1794, editi da Minelliana.
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Daniela Fratti. “Un viaggio “serenissimo””. Ventaglio Novanta, n. 66, 2025. https://ventaglionovanta.it/archivio/un-viaggio-serenissimo/