Santa Teresa d’Avila, in “Cammino di perfezione” – alludendo a quelle piccole immagini sacre che tutti conosciamo – così affermava: “Ecco un piccolo strumento che potrà aiutarvi”. Era il 1566 e il soggetto riguardava quelle immaginette sacre che comunemente definiamo “santini”. La Mistica li proponeva come sostegno alla fede, da portare sul cuore per un colloquio quotidiano con Dio.
Chi di noi, fra le cose di famiglia di nonne, bisnonne o madri, magari tra le pagine di un vecchio libro di orazioni, non ne ha ritrovato, qualcuno? Un tempo, quando la fede e la partecipazione religiosa erano più salde e praticate, il santino era cosa comune e costituiva un elemento indispensabile della ritualità cristiana. Mamma e nonna, devote alla Madonna, custodivano gelosamente le immagini devozionali in un cassettino del comodino, a portata di mano per una preghiera supplementare da recitare prima di coricarsi per il meritato riposo dopo una giornata faticosa. Oppure per il nuovo giorno, allo spuntare dell’alba: non si poteva iniziare la giornata senza le dovute preghiere; si sarebbero sentite manchevoli in qualcosa. Conservavano dei santini anche nella borsa, quella della festa, con cui si agghindavano la domenica per la Messa prima, quella delle sei. Li custodivano tra le pagine rosse di un piccolo messale insieme all’ immancabile veletta e agli eleganti guanti di pizzo neri, segni del rispetto, della devozione e (perché no?) anche della civetteria femminile: un segnalibro che cambiava posizione ogni settimana con il progredire del calendario liturgico. Ne facevano incetta alle feste comandate, allorché Don Giuseppe distribuiva quelli nuovi in onore dei Santi venerati nella chiesa maggiore. Non erano da meno gli uomini, anche se
Ancora presenti in molte case polesane santini ed immagini sacre, testimoni di una secolare religiosità popolare usavano maggiore discrezione. Portavano un “santino” nel portafoglio, quasi di nascosto, come salvacondotto di grazia e protezione.
Sacro e profano a braccetto
In un paese dove le bandiere rosse del PCI e del PSI erano dominanti e l’anticlericalismo (più a parole che a fatti in realtà) era un dovere di partito, il santino si conservava un po’ occultato: non veniva sbandierato tanto apertamente, e magari lo si teneva vicino a quel calendarietto profumato, a volte un po’ osé, scelto con un certo riserbo e quasi di nascosto: i garzoni di papà, sarto e barbiere del paese, sapevano bene a chi riservarlo e offrirlo in occasione del Natale. Papà, grande amante del melodramma, di Puccini, Verdi, Bellini, fan “sfegatato” della Callas, procurava anche quelli per gli amanti dell’opera lirica e distribuiva Tosca, Turandot, Ciò Ciò San, Violetta agli intenditori. Al medico di famiglia io regalavo sempre Violetta, la tragica protagonista di Traviata ricevendone in cambio una lauta mancetta! Sacro e profano stavano quindi a braccetto, ma lo iato non si percepiva. Anche sul versante del sacro vi erano preferenze e precedenze: ad una Santa, per quanto importante fosse, i maschi del paese preferivano per lo più un Santo, per consonanza di genere e per convenienza più che per vera fede, e lo si voleva famoso e potente. A contendersi il primato, in un paese di campagna, erano Sant’Antonio Abate, protettore degli animali e delle stalle e Sant’Antonio da Padova per i prodigiosi “Sequeri” più o meno storpiati in lingua maccheronica che facevano sorridere noi studenti alle prese quotidiane con la lingua di Cicerone. Ma era San Gottardo, il patrono del paese di Bagnolo, il Santo taumaturgo, l’indiscusso vincitore della hit. Sponsorizzato in modo sublime dal parroco Don Giuseppe Melandri, suo acceso sostenitore, al Santo veniva riservata tutta la prima settimana di maggio con funzioni e riti solenni che culminavano il giorno 5 con la grandiosa processione e distribuzione di nuove immagini e olio benedetto miracoloso, assai apprezzato dai numerosissimi pellegrini che accorrevano in frotte anche dai paesi vicini.
I “santini” di famiglia
Alla morte di nonna Carolina, a nessuno di noi era venuto in mente, nemmeno per sbaglio, di disfarsi di quella serie di immagini, pazientemente raccolte e gelosamente conservate durante un’intera vita di costante pratica devozionale, a testimonianza di quanto esse costituissero un aspetto inscindibile della religiosità familiare. Bene prezioso, simbolo di fede, oggetto sacro, sempre benedetti, i santini dell’archivio familiare andavano custoditi con rispetto e cura alla pari dei “santini” dei morti, a rinnovare, seppur in forme nuove ingenue e credo inconsapevoli, l’antica tradizione romana degli dei Mani e Lari ai quali si chiedeva la custodia e la salvaguardia della casa e della famiglia. Nemmeno io, a mia volta, ho avuto il coraggio di eliminarli: il pudore, il rispetto, gli antichi insegnamenti, gli esempi, forse la fede o forse il senso del sacro che alberga in ognuno di noi, mi hanno impedito di considerarli una cosa inutile, carta straccia da mandare al macero. Li ho tenuti tutti e li ho sistemati in ordine in un raccoglitore fotografico. E ne ho raccolti di nuovi.
Un po’ di storia e la nascita del collezionismo
Se devo dire la verità, le immagini moderne, così patinate, plastificate, lucide, quasi una fotografia, difficilmente competono e reggono il confronto con l’ingenuità, la semplicità e la dolcezza dei disegni di quelle immagini antiche che avevano il pregio della chiarezza, e dell’immediatezza. Il fine pedagogico era evidente ed immediato, alla portata di tutti, letterati e non. Testimone diretto della fede oltre che prodotto della tecnologia della società cui si rivolgeva, anche il devozionale si è evoluto seguendo i gusti del tempo. Oggi, nell’età del consumismo, esso è diventato merce di scambio e da collezione, al punto che si è coniato il termine “filiconia” a designare il fenomeno. Dalle rare miniature medioevali e xilografie rinascimentali, con l’invenzione della stampa si passò ad una maggiore produzione e a una più larga diffusione delle immagini sacre che cominciarono ad essere presenti nelle case di tutta Europa anche per opera dei Padri Gesuiti che consideravano i “santini” un potente mezzo di evangelizzazione. Alcuni venivano addirittura stampati su ostia per essere usati durante gli esorcismi facendoli ingoiare a chi si riteneva indemoniato. A partire dal 1700, la chiesa si arrogò il diritto e il monopolio di diffusione e stampa delle immagini sacre, e solo più tardi “l’imprimatur” venne concesso anche ai privati. In tempi più recenti si assistette ad un progressivo ampliamento dell’uso del devozionale che divenne strumento per la celebrazione di eventi, ricorrenze, anniversari. Sono gli anni del “canivet” cioè dei santini contornati da una cornice di carta merlettata, intagliata a temperino, il “canif” appunto. Tra le cose di famiglia ne ho trovati alcuni che celebrano il sacerdozio di amici e conoscenti, ma anche cresime, battesimi e altre ricorrenze religiose. Poi vennero gli anni ‘60, gli anni del boom, del rapido declino della civiltà contadina con i suoi usi, costumi e antiche ed immutabili credenze. La progressiva laicizzazione della società decretò di fatto la decadenza del santino essendo divenute anche più rare e meno sentite le occasioni per produrlo e divulgarlo.
Ci manca però. In fondo in fondo, nonostante la nostra modernità sbandierata in ogni momento, ci manca quell’aura di mistero e il fascino che da esso promanava che è, forse, il bisogno di appellarci al trascendente, il non sentirsi soli di fronte alla vita, nella speranza, di un aiuto sovrannaturale che fu conforto e guida costante ai comportamenti dei nostri padri.
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Massimo Vigna. “La fede in tasca”. Ventaglio Novanta, n. 67, 2025. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-fede-in-tasca/