Era nato a Rovigo l’8 maggio 1925. Quest’anno avrebbe compiuto cento anni il mio caro amico Gian Antonio Cibotto. Invece se n’è andato per sempre nella sua villa di via Trieste, dopo una lunga malattia, nell’agosto 2017. Ci eravamo sentiti al telefono qualche settimana prima. Negli ultimi tempi alternava momenti di lucidità ad altri in cui la sua mente si confondeva. “Come sta Nini?” mi aveva chiesto riferendosi a mio padre Danilo, suo amico d’infanzia, che lui chiamava affettuosamente Nini. Avevano trascorso pomeriggi spensierati giocando a calcetto quando erano poco più che bambini e il loro legame era proseguito nel tempo. Avevano continuato a sentirsi e a frequentarsi anche da adulti e, per me, Toni Cibotto è stato un amico di famiglia. Un amico che mi ha sempre incoraggiato a scrivere. “Hai la stoffa, fanciulla, vedrai che farai strada nel campo della poesia e della narrativa”, mi diceva. E io gli credevo. Da lui, presidente del prestigioso concorso letterario nazionale “Antonio Bettanin”, ho ricevuto il primo premio per una lirica sul Veneto quando avevo appena vent’anni. Posso dire che il mio battesimo letterario me lo ha impartito proprio lui, Toni Cibotto. Le volte che veniva a trovarmi, gli piaceva parlare della sua vita. Provava un’acuta nostalgia del passato, dei tanti amici perduti: Renato Dall’Ara, Roberto Rossellini, Guido Consigli, Ausonio Colorni, Memo Benassi, Sandro Penna, Neri Pozza, Ennio Flaiano, Trilussa, Gigi Fossati, Federico Fellini, Camillo Sbarbaro, Umberto Saba, Giovanni Comisso… Mi raccontava aneddoti e storie legati a personaggi del mondo del cinema, del teatro, della letteratura. Mi piaceva sentire la sua voce, a volte un po’ roca, che citava nomi famosi e personaggi noti dell’aristocrazia romana. Per tanto tempo la vita di Cibotto si è divisa tra Roma e Rovigo. Il suo punto di riferimento era il quotidiano Il Gazzettino al quale ha collaborato a lungo raccontando persone e fatti con il suo inimitabile stile pungente, sagace, e a tratti poetico. Poeta lo era nell’animo, Gian Antonio. Lo testimoniano le sue sillogi poetiche “Amen” e “Bassa Marea” pubblicate con Marsilio. Ho avuto il privilegio di presentare la sua seconda raccolta poetica nella splendida cornice di Villa Morosini a Polesella alla presenza dei genitori di Vittorio
Sgarbi e conservo un bellissimo ricordo di quella serata.
Negli ultimi anni lo scrittore avvertiva sempre più profondamente una stanchezza interiore che sfociava in una nostalgia malinconica, una sorta di acuto rimpianto per il passato, per i luoghi legati a momenti felici della sua vita. Aveva una particolare predilezione per Lendinara, alla quale ha dedicato anche una bella poesia. Gli piaceva salire sulla sua vecchia Mini e dirigersi verso Lendinara dove faceva sosta al Caffè Grande “che ricorda il tempo antico”. Dopo aver gustato un caffè lo scrittore si tuffava con la fantasia “a rievocare gli anni in cui era/ possibile ancora sognare a occhi aperti,/ camminando lungo l’Adigetto/ che scorre fra palazzi stupendi,/ finché non giungevo al viale della Stazione/ dove tuttora arrivano e partono/ ragazze in fiore che parlano/ sempre d’amore e abbandoni,/ come facevi tu poeta di Trieste con i tuoi versi stupendi/ che adesso non si trovano nemmeno nelle librerie, ormai invase/ da opere che nulla hanno da spartire con/ la poesia, che sempre respiro a Lendinara/ sognando di passeggiare accanto a te”. Cibotto si riferisce a Umberto Saba di cui era grande estimatore. Il poeta triestino soggiornò più volte a Palazzo Dolfin a Lendinara, ospite del critico d’arte Giuseppe Marchiori.
Gian Antonio era un sognatore solitario, amava passeggiare lungo stradine silenziose o a tarda sera in piazze deserte, unica compagnia la sua amata cagnolina Fosca. Era un amante del silenzio Toni Cibotto, nostalgico del tempo andato. Viveva nella sua grande casa circondato da montagne di libri “appeso alla sua anima” e ai suoi ricordi.
Aveva frequentato le scuole elementari a Rovigo, dalle suore all’istituto De Silvestri in una classe tutta al femminile. “Le mie compagne non mi consideravano, non mi cercavano. Me ne stavo sempre in disparte e nessuno giocava con me, unico maschio fra tante ragazze. Problemi anche negli anni successivi: “Quando fu il tempo del ginnasio, ne fui allontanato in quanto figlio di un antifascista. Veniva considerato inaccettabile che frequentassi una scuola che era l’emblema della cultura fascista. Venni quindi mandato al Manfredini di Este, poi al Don Bosco di Pordenone e infine al collegio Barbarigo di Padova. Ma non mi piaceva stare chiuso in un’aula per tanto tempo, un po’ ribelle lo sono sempre stato; me la filavo ogni giorno. Andavo alla libreria Randi dove, nella sala “dei maestri” conobbi scrittori e poeti: Egidio Meneghetti, Diego Valeri, Concetto Marchesi, Manara Valgimigli… È stato in quella libreria per me magica, che imparai ad amare i libri e i grandi autori del passato”. “Appena ultimai gli studi me ne andai da Rovigo. Poco tempo prima avevo inviato un mio articolo per commemorare il decennale della morte di Jacobs, un poeta sterminato in un campo di concentramento, alla Fiera Letteraria. Il pezzo era stato molto apprezzato e mi fu chiesto di collaborare. Poco tempo dopo conobbi Diego Fabbri, allora vicedirettore della “Fiera Letteraria” che mi propose di seguirlo a Roma per fare il caporedattore della rivista che, a quel tempo, era diretta dal poeta Vincenzo Cardarelli. Mio padre era contrario alla mia passione per il giornalismo, avrebbe voluto che accettassi l’idea di diventare industriale, così pure mio zio. Ma io non ne volevo sapere così decisi di andarmene a Roma. Non avevo una lira, per due anni feci la fame. La mia cena consisteva in una brioche e un cappuccino. Un giorno il direttore della Fiera Letteraria mi chiese di scrivere un pezzo sulla tragica alluvione in Polesine. In tre notti scrissi il “Carnet dell’alluvione”. L’editore Neri Pozza ne fu entusiasta e mi propose di scrivere un libro sullo stesso tema. Nacquero così le “Cronache dell’alluvione”. Il libro fu recensito in maniera splendida da Eugenio Montale sul Corriere della Sera. Fu allora che ebbe inizio la mia vita letteraria.” “A Roma stavo bene, – mi diceva lo scrittore – frequentavo salotti letterari, ero invitato nei palazzi di importanti personaggi, era una vita stimolante e vivace, sempre ricca di nuovi incontri, di conoscenze affascinanti… Ma un giorno il mio amico Lauro Bergamo divenne direttore del Gazzettino e decise di portarmi con sé a Venezia. Mi propose il ruolo di caporedattore della cultura. Ci pensai un po’ e, alla fine, accettai.”
Cibotto mi parlava con grande nostalgia del periodo vissuto a Venezia. Aveva riaperto il Teatro Goldoni e ne era stato direttore per molti anni. Un’esperienza che lo aveva arricchito interiormente avvicinandolo ai grandi commediografi del passato e a noti attori di prosa. Gian Antonio si è sempre interessato di letteratura e teatro, alternando la narrativa alla saggistica. È stato il primo a riproporre nel dopoguerra Ruzante, Giancarli, il Cieco Groto, contribuendo alla rinascita del teatro veneto. Non si può dimenticare che Cibotto ha fondato alcuni dei premi più noti organizzati nel nostro Paese, dal Campiello al Comisso all’Estense. La sua è una figura immensa di scrittore e intellettuale, di critico letterario e teatrale, di cantore della terra polesana e veneta. Di lui hanno scritto tutti i critici più qualificati, da Cecchi a Pancrazi, da Bo a Camerino a Palmieri a De Benedetti fino ad Elisabetta Sgarbi che sta ristampando molte delle opere di Cibotto con la sua casa editrice “La Nave di Teseo”. Per diversi anni Cibotto ha anche fatto parte dell’importante Premio Brunacci di Monselice e forse non tutti sanno che lo scrittore rodigino, nel 2000, era stato nominato “Cittadino Onorario” dal comune di Monselice proprio per il suo impegno culturale a favore della città euganea. Con Marsilio ha pubblicato decine di opere: “Cronache dell’alluvione”, “Stramalora” vincitore del Premio Comisso e Premio Napoli, “La coda del parroco”, “Scano Boa” che vinse il Premio Latina, “La Vaca Mora” vincitore del Premio Marzotto, “Diario Veneto”, “Veneto segreto”, “Veneto d’ombra”, “Un certo Veneto”, “Il doge è sordo” (Premio Salotto Veneto). Nel 1963 fece parte della Giuria dei Letterati del Premio Campiello fino al 1999. Nel 1972 aveva ricoperto il ruolo di presidente del prestigioso Premio. Quando la sua mamma si ammalò, lo scrittore non ci pensò due volte, diede le dimissioni e tornò a Rovigo dove mantenne l’incarico di critico teatrale per il Gazzettino. “Volevo troppo bene a mia madre per lasciarla sola. Ho voluto starle accanto fino all’ultimo giorno.” Si commuoveva ogni volta che ricordava la mamma, e gli occhi gli diventavano lucidi.
Da tanto tempo si sentiva solo. Scomparsi nella nebbia del tempo gli amici più cari, perduti i genitori. Circondato dai libri, dai ricordi, da una persistente malinconia che lo intristiva. Per sfuggire ai fantasmi della memoria lo scrittore cercava rifugio in luoghi a lui cari, spesso andava verso il Basso Polesine. A Scano Boa rimaneva anche intere giornate “a fissare i gabbiani/ che nel gran silenzio della spiaggia/ completamente deserta/ volavano a cercare affamati il cibo/ tuffandosi a vortice fra le onde.” Non sopportava il frastuono, Toni Cibotto, i rumori del traffico, i luoghi affollati. Era un contemplativo, innamorato delle voci dei canneti, delle onde, delle golene solitarie. Il suo era uno spirito gabbiano che ogni tanto aveva bisogno di fermarsi a contemplare incantato “Il grande specchio d’acqua azzurra/ in perenne movimento…”. Malinconia e nostalgia sono state le compagne degli ultimi anni di vita di Gian Antonio che avvertiva farsi sempre più gravoso il passare inesorabile del tempo. Quanto gli pesava non avere più accanto l’amata sorella Annamaria! In una poesia a lei dedicata scrive: “A note fonda / co’ torno dal lavoro, / ogni tanto / te ciamo. / Vardo el cielo, / le stele, / sperando / de scoprir / un to segnal.” Avrebbe dato qualunque cosa pur di poter stringere ancora la mano della sorella e della mamma che Gian Antonio chiamava affettuosamente “Pierrette” e della quale sentiva in modo doloroso l’assenza. Tornava di frequente a trovarla al cimitero la sua dolce Pierrette. Mi pare di vederlo, con la testa appoggiata alla colonna di marmo della tomba di famiglia dove riposano il padre, lo zio Bruno, Giacomo, Anna Maria, la mamma Mila, i nonni, e si domanda “se il vivere non sia condanna/ e il morire la sospirata liberazione tanto attesa.” Malinconia e nostalgia. Non solo, anche rimpianto. Per un passato perduto, per gli amici scomparsi, per una Rovigo d’altri tempi… Lo scrittore tornava spesso con la memoria alla “sua” Rovigo, “all’Adigetto che scorreva fra i tigli/ ai “bacari” gremiti da mane a sera/ di “amici de la bona compagnia”/ che se ne andavano senza fare in tempo/ a salutare la siora Amabile/ che rideva alle loro battute infuocate./ E più ancora rimpiangiamo/ uno stile di vita dolce, pacato,/ le notti infinite del “Lodi” sempre affollato,/ nel quale si parlava di cose leggere/ e vaganti, magari dei platani,/ dei pioppi, degli olmi e degli aceri/nei vari piazzali che adesso la gente/ vuole diventino aree di parcheggio…”. Gian Antonio amava quella Rovigo lontana e si chiedeva “Dove sei sparita Rovigo di ieri, / città delle rose cantata in versi dai poeti/ e in musica da Werther Zanolli?”. Forse era proprio per ritrovare la sua Rovigo che Toni usciva a tarda notte e se ne andava a zonzo con la sua Fosca per la città deserta. Nella poesia “L’angelo” scrive: “Che meraviglia di notte, / passeggiare per la città,/ dove finalmente i palazzi/ tirano il fiato/ dopo l’impazzare delle macchine/ e la ressa vociferante/ di uomini e donne./ Per le strade deserte/ non s’incontra nessuno,/ salvo qualche ubriaco.”
Nei libri di Cibotto emerge di frequente la rievocazione, a volte velata di malinconia, altre ravvivata da un sottile sarcasmo, di vicende, personaggi, atmosfere inghiottiti dal tempo e da un colpevole oblio. L’amico scrittore Gianfranco Scarpari ha sottolineato in un suo scritto che “nel ricordo di Comisso,
Cardarelli, Valgimigli, Penna, Valeri, Saba e di tanti altri grandi del passato, Cibotto sembra rifugiarsi, quasi vi cercasse la forza per affrontare una realtà nella quale si trova a vivere. Ed allora l’apparente contraddizione della sua personalità, tra partecipazione attiva e apparente distacco, sfuma perché la rievocazione è diretta a sollecitare l’interesse della gente di oggi, con la quale costantemente dialoga, verso un mondo fondato su valori che dovrebbero pur sopravviver al succedersi delle generazioni.”. Per conoscere a fondo l’uomo e lo scrittore Cibotto basterebbe leggere il libro “Il principe stanco” dove egli racconta i tre periodi più significativi della sua vita: gli anni giovanili trascorsi in Polesine, le persecuzioni subite dal padre antifascista, l’approccio verso la letteratura, i primi successi; poi il periodo molto lungo vissuto a Roma, gli incontri con personaggi importanti che hanno lasciato un segno nel suo cuore e nella sua vita. Infine, il suo ritorno nel Veneto, i tanti ricordi e le emozioni lontane. Negli ultimi anni Gian Antonio passava le giornate nel silenzio della sua grande casa, circondato da un mare di libri e riviste mentre Fosca stava accucciata ai suoi piedi. Leggeva, pensava, ricordava. Cercava, a suo modo, di rispondere alle domande inquietanti “che salgono dal fondo dell’animo”. Era ricco Gian Antonio, non di beni materiali, ma di interiorità, di poesia, di umanità. “A me piace la notte, / – ha scritto – perché insegna a scoprire la luce, / quella interiore / che viene dall’anima.” Con il passare degli anni e l’avanzare dell’età erano subentrati i problemi fisici, e le giornate avevano iniziato a diventare gravose. La vita era diventata un peso. La nostalgia si era fatta insopportabile. “Ogni volta vedo una nuvola/ – ha scritto – spero che cali giù dal cielo/ a prendermi dolcemente sottobraccio, / per seguirla nell’azzurro, / dove non esiste più la memoria.”
Mi piace immaginarti su quella nuvola, amico caro, mentre, finalmente in pace, passeggi per le vie del cielo.
La “SAGRA” DE LENDINARA
A la Sagra de Lendinara, me piaseva andarghe da “bocia”, quando montavo su la giostra dei cavai che menava la testa. E la sera al circo Zamperla, de nome, me pare, Casimiro, a vedare i paiassi co’l muso bianco, nero, rosso sfogonà. E magari sul tardi, in piassa, dove i cavava i numeri de la tombola, che regalava a la zente ‘na ilusion de felizità. La stessa che mi provo, certe sere de malinconia, nel serar i oci sui libri che me sta intorno a cataste, pensando a la sagra de la Madona nera de Lendinara, come se fosse alora…
AZZURRO
Forse sono ormai una nuvola, che vola bassa, nera, gonfia di pioggia fredda, ma la speranza è di tornare in cielo, fra le altre nuvole che il sole alla sera veste di luce e azzurro.
LA PREGHIERA
A la note, sul tardi, quando tuti xe in leto, passando in machina me fermo sempre davanti al convento de le suore de clausura. La me speransa xe che le prega anca par mi, disendo un Pater, Ave, Gloria, e qualche giaculatoria che forse sarìa de grande aiuto la sera che me trovarò davanti a San Piero vestìo da confessor a leser le carte de la me vita.
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Come citare questo articolo
Angioletta Masiero. “Gian Antonio Cibotto (1925-2017)”. Ventaglio Novanta, n. 67, 2025. https://ventaglionovanta.it/archivio/gian-antonio-cibotto-1925-2017-2/