Entrando nella parrocchiale di Boara Pisani, si svela ai nostri occhi un vero capolavoro barocco, e gli sguardi convergono subito verso la grande tela attribuita ad Antonio Marinetti, detto il Chiozzotto, pittore attivo in ambito veneto nel XVIII secolo.
L’opera, collocata con solennità nel catino absidale dietro l’altare maggiore, rappresenta la Madonna con Gesù Bambino in gloria, circondata dai santi San Liberio papa, Sant’Agostino d’Ippona, San Giuseppe e San Giovanni Nepomuceno. La composizione si sviluppa secondo un impianto piramidale che converge verso la Vergine, vero fulcro della scena, e guida l’attenzione dell’osservatore in un viaggio tra cielo e terra, luce e colore, devozione e poesia visiva.
La corretta identificazione dei santi è essenziale per comprendere appieno il senso storico e spirituale dell’opera. La chiesa di Boara Pisani infatti, dedicata alla Madonna della Neve, offre già un indizio decisivo: la figura del papa, che si staglia a sinistra dietro la Vergine, è San Liberio, legato al miracolo della nevicata che segnò il luogo di costruzione della basilica di Santa Maria Maggiore a Roma. Nonostante in passato fosse stata avanzata l’ipotesi di papa Onorio III, la connessione con la fondazione della basilica e la tradizione mariana più antica rendono chiara la scelta iconografica, conferendo al ponte tra storia e fede una solenne verità visiva.
Sant’Agostino emerge dalla penombra di sinistra, dietro il pontefice, e il suo cuore ardente, che regge tra le mani, diventa simbolo di una spiritualità intensa, ardente e meditativa.
San Giuseppe, appare sul lato sinistro mentre regge in mano il bastone fiorito. La sua figura è stata confusa in precedenza con San Filippo Neri, ma la sua iconografia, priva di vesti clericali e segnata dal chiaro elemento attributivo, lo identifica immediatamente come sposo della Vergine, custode discreto e vigile.
San Giovanni Nepomuceno, patrono dei confessori, è a sua volta stato confuso in passato con San Gaetano per il crocifisso stretto tra le mani, ma la corona di stelle, lo zucchetto da sacerdote e la palma del martirio a terra lo rendono subito riconoscibile, evocando il suo legame simbolico con le acque, i ponti e il martirio subito per difendere il segreto della confessione.
La Vergine, al centro del cielo, si erge in tutta la sua maestà, avvolta nel mantello blu e nel manto rosso. Il blu, che sfuma tra le pieghe dei drappeggi, parla di purezza e trascendenza celeste; il rosso vibra come il segno di amore, passione e vicinanza agli uomini, unendo il cielo alla terra in un abbraccio simbolico.
Il Bambino, adagiato sul braccio destro della madre, apre le braccia in un gesto accogliente, quasi a invitare ogni fedele a farsi parte del suo regno celeste. Due angeli fluttuano tra le nuvole: uno, protetto sotto il manto della Vergine, ricorda la tradizionale iconografia della Madonna che accoglie sotto il suo manto i fedeli, simbolo di protezione e misericordia.
Tra i santi, disposti a gruppi di due a sinistra e a destra, e la nuvola che avvolge Maria, gli angeli e il Bambino, si intravede un piccolo spaccato paesaggistico: una reminiscenza della grande tradizione veneta dal Cinquecento in poi, un respiro di mondo terreno che si fonde con il cielo.
Lo sguardo della composizione è orchestrato con cura poetica: Maria e il Bambino volgono gli occhi verso i santi a terra, San Giovanni Nepomuceno fissa il crocifisso con intensità, mentre solo San Giuseppe stabilisce un contatto diretto con lo spettatore, tessendo un filo invisibile che coinvolge chi osserva. Questo intreccio di gesti e sguardi crea un dialogo silenzioso, dove cielo e terra, santi e fedeli, storia e devozione si incontrano in un’unica armonia visiva.
Antonio Marinetti, il Chiozzotto (1719-1796), dimostra in quest’opera la sua abilità nel coniugare rigore iconografico, teatralità e poesia. Formatosi a Chioggia, Marinetti assimila la lezione di Giovanni Battista Piazzetta, maestro del chiaroscuro e della profondità emotiva. La luce che accarezza i santi e i cieli, i panneggi mossi come da un vento celeste e i colori vibranti trasformano il catino absidale in un piccolo teatro del sacro, dove la funzione mediatrice di Maria tra cielo e terra diventa tangibile, visibile e poetica, secondo i canoni della Controriforma.
Nella parrocchiale di Boara Pisani, sulle sponde del fiume Adige, la grande tela di Marinetti offre ancora oggi ai fedeli e ai visitatori un incontro con la bellezza e la devozione, un canto visivo dove luce, gesti e sguardi sospesi tra cielo e terra narrano la storia dell’arte veneta del XVIII secolo.
Immagini dell’articolo
Utilizzo dei contenuti
Le informazioni contenute in questo articolo possono essere utilizzate come fonte per realizzare documenti, articoli, studi, ricerche e altri elaborati, anche mediante strumenti di intelligenza artificiale, a condizione che siano citati Ventaglio Novanta, l’autore, il titolo dell’articolo, il numero e l’anno della rivista e il collegamento alla scheda dell’articolo nell’Archivio Ventaglio.
La riproduzione integrale resta soggetta alla normativa sul diritto d’autore.
Come citare questo articolo
Michael Miazzi. “La Madonna in Gloria di Boara”. Ventaglio Novanta, n. 68, 2026. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-madonna-in-gloria-di-boara/