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STORIA - TRADIZIONI

Il dialetto ferrarese-transpadano

Origini e caratteristiche delle particolarità fonetiche e linguistiche riscontrabili nelle comunità ex ferraresi rispetto a quelle ex veneziane

di Michelangelo Caberletti

Ventaglio Novanta n. 68 2026 pp. 80–83

La provincia di Rovigo è un’entità geopolitica costruita artificialmente al Congresso di Vienna (1815) mettendo insieme due territori che per secoli avevano avuto dominazioni e culture diverse, vale a dire la parte dell’ex Ducato Estense situata a Nord del Po (la cosiddetta Transpadana Ferrarese), con la parte a Sud dell’Adige della cessata Repubblica di Venezia (il Polesino di Rovigo).

Di conseguenza, la sua caratteristica più evidente è la spiccata diversità fonetica e linguistica che si riscontra nelle comunità ex ferraresi, rispetto a quelle ex veneziane: diversità che non è barriera comunicativa, ma ricchezza culturale del territorio polesano.

E proprio mentre ci si accinge a scrivere questo articolo, a Stienta viene presentata una interessante ricerca edita da Minelliana: “La parlata transpadana di Gaiba, Stienta e Occhiobello” a cura del prof. Paolo Bertasi, alla quale lo scrivente ha contribuito con una introduzione storica al dialetto di queste comunità.

La circostanza suggerisce di riproporre anche ai lettori del Ventaglio 90 una riflessione analoga, con l’intento di evidenziare ad un pubblico più ampio l’importanza storico-glottologica racchiusa nella parlata ferrarese-transpadana e la necessità di una sua conservazione, messa a rischio dal fatto di essere un’enclave linguistica allofona e alloglotta all’interno della Regione Veneto.

Le origini del dialetto ferrarese

Le prime notizie sulle origini del dialetto ferrarese ce le fornisce Dante nel De Vulgari Eloquentia, libro I, cap. XV, dove lo giudica inadatto alle composizioni poetiche nel dolce stil novo perché conserva la chioccia (sgradevole) asprezza rimasta agli abitanti in seguito alla mescolanza con gli stranieri longobardi. In altre parole, il sommo poeta sostiene che nel Ferrarese vi fu mescolanza tra la popolazione locale con gli invasori Longobardi per cui ne era derivato un dialetto particolarmente aspro, per aver assimilato troppi suoni e fonemi della lingua alto-tedesca parlata dagli invasori.

La stroncatura dell’Alighieri è totale: il dialetto ferrarese non merita di essere inserito fra i volgari illustri ed è inadatto alle composizioni poetiche.

Ma tutto ciò come si spiega?

La questione non è semplice e andrà affrontata per gradi.

Il primo problema è stabilire dove sia nato il dialetto ferrarese.

In genere i dialetti romanzi nascono nelle città per poi diffondersi nel contado che li recepisce e si adegua. Perciò, si ammette che il dialetto bolognese sia nato a Bologna, il mantovano a Mantova, il veneziano a Venezia e via dicendo, ma altrettanto non si può affermare del dialetto ferrarese, semplicemente perché la città di Ferrara non esisteva all’epoca delle invasioni di Goti e Longobardi. Le prime attestazioni di essa risalgono alla fine del regno di Astolfo (a. 749-756), quando era una modesta curtis longobarda, forse sorta su una precedente fortificazione bizantina.

Ne consegue che il dialetto ferrarese ha seguito rispetto agli altri un percorso inverso, vale a dire si è formato prima nelle comunità rurali, ambienti di poca cultura e molta praticità, e solo in seguito è stato adottato dalla città capoluogo. Perciò, rappresenta la parlata dei ceti più umili, un po’ rude, senza le raffinatezze del parlare cittadino, come giustamente aveva osservato Dante.

Le “Massæ”

A questo punto bisogna ricordare che gran parte delle terre coltivabili dell’antico delta padano (corrispondente all’incirca con la provincia di Ferrara), era suddiviso in massæ, strutture fondiarie molto grandi (perciò suddivise in fondi), risalenti al tardo Impero Romano, di proprietà del fisco imperiale. Esse erano deputate alla produzione e raccolta di derrate alimentari (granaglie e carni), destinate al vettovagliamento delle legioni dislocate sul limes danubiano.

Il ricordo di queste strutture sopravvive ancora in alcuni toponimi, come Massa Superiore, attuale Castelmassa, Massa Fiscaglia e Massa Finalese, ma nei documenti medievali (come la Chronica Parva Ferrariensis), troveremo che lungo l’asse terminale del fiume Po le massæ erano numerose e almeno 12 di esse al tempo di papa Vitaliano (a. 657-672), sarebbero state donate alla diocesi di Voghenza (la romana Vicus Aventinus), in occasione del trasferimento della sede vescovile sull’isola di San Giorgio. Fra queste, sicuramente due erano collocate nella Transpadana: si tratta della Massa Pedrurio, identificabile con la località San Donato di Fiesso Umbertiano e della Massa Seramaie et Trente che potrebbe corrispondere a Sariano e Ficarolo, località soggette alla diocesi di Ferrara fino al 1819. Per una terza, denominata Massa Castellione, l’attribuzione è incerta, ma probabilmente era uno dei centri demici situati a monte di Ficarolo (Castelmassa?)¹.

Alla caduta dell’Impero Romano d’Occidente (a. 476), queste strutture fondiarie, che avevano perso la loro funzione originaria, entrarono a far parte del fisco regio dei nuovi padroni (Ostrogoti prima e Longobardi poi), diventando, per motivi di coesistenza pacifica coi locali, il luogo preferenziale per l’insediamento delle comunità barbariche germanofone.

La presenza stanziale di Ostrogoti nelle massæ transpadane è ben documentata dalla scoperta di numerose sepolture ad inumazione del periodo altomedievale tra Ficarolo e Gaiba e tra esse quella della Dama di Chiunsano, nobildonna ostrogota divenuta celebre per il suo ricco corredo funebre e anche per il bel romanzo storico scritto dalla polesana Sondra Coizzi. Inoltre, lo storico greco-bizantino Procopio di Cesarea riferisce che, in seguito alla conquista di Ravenna, il generale Belisario a tutti i barbari (Goti) che abitavano al di là del Po diede licenza di andarsene alle loro campagne e di occuparsi di quelle a loro talento.² Dunque abbiamo anche una testimonianza documentale circa il fatto che le campagne, ex masse imperiali, alla sinistra del Po antico (attuale Po di Volano), nel corso del VI secolo fossero abitate e coltivate dagli Ostrogoti.

Le “Arimannie”

A partire dall’anno 568 inizia l’invasione dell’Italia da parte di un’altra popolazione barbarica germanofona: i Longobardi. In pochi anni strappano ai Bizantini gran parte del territorio italiano, rinserrandolo entro il solo Esarcato di Ravenna (la Romanìa, attuale Romagna), i cui confini erano stabiliti sul corso del Po ante ruptam e del Panaro.

Ed è proprio alla sinistra del Po che i Longobardi insediano le loro fare, clan famigliari di coloni-guerrieri detti arimanni (da heermann uomini dell’esercito), col duplice scopo della difesa e dell’incursione nel territorio nemico. E ancora una volta sono le terre del fisco regio, le antiche massæ, ad essere luogo d’elezione per l’insediamento degli arimanni, gli uomini liberi della società longobarda, perché gli unici ad avere il diritto (e dovere) di portare armi e possedere terre.

Di conseguenza, le arimannie erano le terre concesse ai guerrieri longobardi. La loro memoria ci è giunta attraverso il Liber Censuum Romanae Ecclesiae³ che, sebbene compilato nel 1192, riporta ancora la dicitura di arimannia per molte delle comunità situate a Nord del Po, segno che l’identità longobarda della popolazione era ancora viva, vissuta nelle leggi, nelle usanze e soprattutto nel linguaggio, anche se a quell’epoca, il termine arimannia aveva perso il suo significato originario, per assumere quello di un’unità di esazione fiscale, dovuta al cessato obbligo del servizio militare.

Nel Libro dei Censi sono classificate come arimannie Ficarolo (dove esisteva addirittura una via delle Case dei Longobardi, attuale via Terraglio), la sua frazione Trento, Sariano, Trecenta, Bagnolo, Corà, Runzi, San Donato, Fiesso, Vallelunga, Settepolesini, Cornacervina, Massafiscaglia, ecc. Tutto ciò dimostra che la fascia a Nord del Po antico, da Ficarolo a Massafiscaglia era stata abitata in modo diffuso e permanente da comunità longobarde⁴.

La lingua romanza

Dunque, nell’Alto Medioevo avviene l’insediamento nel ferrarese di ben due etnie germaniche, temibili guerrieri, ottimi allevatori, che tuttavia, non conoscevano l’alfabeto e la scrittura: tutto veniva tramandato oralmente. Perciò, quando avranno necessità di fare atti notarili o giudiziari o scrivere le leggi (si veda il famoso Editto di Rotari del 643), saranno costretti a fare ricorso alla lingua latina, lingua che continuava ad essere utilizzata nella forma classica dalla Chiesa e dai notai e nella forma volgare dalla popolazione di etnia romana, numericamente maggioritaria e detentrice di gran parte delle attività economiche.

Inizia così fra barbari e romani quell’interscambio culturale che porterà alla formazione di una nuova lingua parlata, strutturata sulla sintassi del latino volgare, perciò definita lingua romanza, ma molto diversa per lessico e fonetica.

Il superstato linguistico germanico ha infatti demolito declinazioni, mutilato desinenze, eliminato vocali atone, cambiato fonetica e accenti, introdotto nuovi fonemi, ecc. Basti pensare alla trasformazione subita dall’aggettivo latino nitidum che diventa in ferrarese nét, o del contrario sporcum che diventa spòrc, o del sostantivo puteum che diventa pòz o birotium che diventa b(u)ròz, o nihil che diventa gnént.

Come si vede, non si tratta più di un romanice loqui (parlare romano), ma di veri e propri neologismi germanici di provenienza latina. Inoltre, la presenza longobarda ha introdotto una nuova serie di termini propri del linguaggio germanico, che vedremo più avanti. Si deve però precisare che solo i termini di uso comune (i cosiddetti “termini bassi” come quelli sopra esemplificati), subiscono una spiccata germanizzazione sia fonetica che morfologica, mentre i termini ecclesiastici, notarili, scientifici o filosofici, che erano estranei al mondo barbarico, restano quasi invariati, scostandosi poco dal latino classico, es. clericus→chierico, sanctus→santo, sacerdos→sacerdote, ecclesia→chiesa, sol →sole, terra→terra, legem→legge, ecc. Ma nel caso di presbiter→presbitero, termine di uso popolare, esiste anche la forma popolare germanizzata prèt.

Ne consegue che la componente fonetico lessicale germanofona si è comportata da superstrato nei confronti della terminologia dotta e da adstrato, vale a dire uno strato linguistico aggiunto, relativamente ai termini di uso quotidiano.

Entrando un po’ più nei dettagli, il dialetto ferrarese ha mutuato dalle lingue alto-germaniche:

1. il ritmo sincopato, cioè la caduta della vocale debole pre e post tonica e lo spostamento dell’accento tonico dalla penultima alla prima sillaba, es. septimana→stmàna, gennaio→znàr, telarium→tlàr, peccato→pcà, ginocchio→znòc, occhio→òc, comare→cmàr, ecc. Ciò comporta anche un’estrema semplificazione della struttura sillabica, il che denota il carattere pratico e sbrigativo delle popolazioni germaniche;

2. la trasformazione della C dolce in Z, es. cielo→zièl, cena→zèna, dolce→dòlz, acerbo→zèrb, Runci→Rùnzi, ecc.

3. il plurale metafonetico (regola tutt’ora in essere nella lingua tedesca detta umlaut), es. caplèt→caplìt, calzèt→calzìt, putlèt→putlìt, bugnòn→bugnùn, ecc.

4. la caduta di tutte le vocali atone in finale di parola (apocope) ad eccezione della A e delle vocali accentuate, es. latte→làt, notte→nòt, gatto→gàt, oro→òr, ecc.

5. lo scempiamento delle consonanti geminate, es. spalla→spàla, botte→bòta, quello→quèl, macchina→màchina, bello→bel, stalla→stàla, ecc.

6. si usa solo il passato prossimo e mai il passato remoto (come il Perfekt in tedesco e il past simple in inglese);

7. si usa sempre il soggetto in qualsiasi frase, es. vado a scuola→a vag a scòla, non ho fame→a n’gò brisa fàm, mi pare→am pàr, piove→a piòv, nevica→a nèvga (come in tedesco: es regnet, es schneit, ich gehe zur Schule), ecc.

E si potrebbe continuare con altri esempi di iati e lenizioni di origine germanica, ma si rischia di confondere il lettore, per cui passiamo al lessico che ci hanno lasciato questi nostri antenati.

In linea generale, ma non esaustiva, sono di origine germanica:

1) tutte (o quasi) le parole che iniziano con gu+vocale, es. guaio, guado, guarire, guardare, guancia, guanto, guasto, guerra, guisa, guazzo, guaiume, i nomi Guido, Gu(i)glielmo, ecc. e i toponimi Gualdo, Guarda, ecc.

2) quasi tutte le parole che iniziano con sche e schi, es. schermo, scherzare, schiena, schietto, schiniere, schiuma, schizzare e schizzo, ecc.

3) quasi tutte le parole che presentano z sorda iniziale, es. zaffo, zanna, zinna, zaino, zazzera, zampa, zappa, zinco, zolla, zuffa, zuppa, ecc.

4) quasi tutte le parole che contengono affricate sorde o suoni da esse derivati, ad es. arraffare, spaccare, strofinare, ricco, stucco, sprocco, brocca, grappolo, galoppo, ecc.

5) molte parti del corpo che sostituiscono equivalenti termini latini, ad es. schiena, fianco, anca, nocca, stinco, milza, magone, grinfia, grinza, guancia, groppa, ghigno, gozzo, ecc.

Caratteristica del dialetto ferrarese è di essere molto conservativo, per il fatto che la città di Ferrara è stata interessata solo marginalmente dalla cultura dei trovatori in lingua provenzale e non ha avuto letterati o correnti stilnoviste. In altre parole, è mancata quella che i glottologi chiamano la “seconda evoluzione romanza”. Di conseguenza, le parole di origine germanica nel dialetto ferrarese hanno mantenuto la durezza e la forma originaria, ad esempio: schiena→skìna, guazzo→guàz, scherzo→schèrz, Suppe→sùpa, grappolo→gràp, fiasco→fiàsk, stinco→stìnk, lang→lòng, ecc.

Ma conserva anche parole germaniche che non hanno l’equivalente in italiano, come Skranna→scaràna, Beker→pékar (bicchiere), browen→bruàr, Kosp→còsp, Plug→piòl (aratro),Stoss→stùss, Slappe→slèpa e slapon, Schaukel→spìngul (altalena), barba→zio, guaiùm→fieno, ecc.

Ma per lo stesso motivo ha conservato anche la U latina, che nell’Italiano è diventata O, es. cumdamnare→cundanàr, cumducere→cundùsar, cummissio→cumission, Mantua (Mantova)→Màntua, populus→pòpul, ecc.

Un’eredità da conservare

In conclusione, la parte occidentale del Polesine, dove si parla il dialetto ferrarese, rappresenta una nicchia linguistica di grande interesse storico-glottologico, meritevole di essere studiata ben più a fondo di questa semplice, sommaria, esposizione.

Anche se questo idioma ci sembra poco elegante, perché nella fonetica conserva la durezza barbarica, si deve essere orgogliosi di parlarlo, non solo perché consente di esprimerci con più naturalezza, ma anche perché rappresenta la sintesi di due nobili culture, quella latina e quella germanica, che fanno parte della nostra storia e sono un’eredità che abbiamo il dovere di trasmettere alle generazioni future.

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Il dialetto ferrarese-transpadano

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Come citare questo articolo

Michelangelo Caberletti. “Il dialetto ferrarese-transpadano”. Ventaglio Novanta, n. 68, 2026. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-dialetto-ferrarese-transpadano/

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