Il conflitto, che nel 1866 – grazie soprattutto all’alleanza con la Prussia – permise al Regno d’Italia di annettere il Veneto e la parte occidentale del Friuli, viene ripreso in considerazione in occasione del 150°. A dire il vero, a livello politico, l’avvenimento non è stato nemmeno ricordato a Rovigo, nonostante il Polesine sia stata la prima provincia liberata dall’esercito italiano. Eppure una lapide, infissa sulla torre civica di piazza Vittorio Emanuele ben ricorda che il 10 luglio 1866, fu “giorno fausto della liberazione di Rovigo da straniero dominio”. Qualche celebrazione è stata fatta, per la verità, da parte dei corpi armati, in particolare dai Carabinieri, che hanno ricordato l’anniversario anche con una festa tenuta nel Teatro Sociale di Badia Polesine.
Oggi in realtà c’è chi tende a minimizzare l’evento: da parte della corrente “indipendentista” si dice che i Veneti non fossero in grande attesa dei liberatori italiani. E qualcuno asserisce che di ciò si sarebbe lamentato anche Garibaldi. A tal proposito si afferma che quando il Generale, alla testa del corpo volontario dei «Cacciatori delle Alpi», sconfitti gli austriaci a Bezzecca, dovette bloccare l’avanzata su Trento (rispondendo all’ordine col famoso “Obbedisco”) si sarebbe indignato per la mancata ribellione dei Veneti all’Austria.
C’è poi chi contesta il valore del referendum con cui i Veneti – i pochi maschi che allora potevano votare – risposero “si” all’annessione all’Italia con una maggioranza “bulgara”.
Ma vi sono testimonianze di tutt’altro tono. Interessante ad esempio quanto riportato da Raffaele Ridolfi nel n. 53 del Ventaglio (pag. 72) in cui si evidenzia la “gran voglia dei melaresi di divenire italiani”. Un desiderio, a quanto pare, ampiamente diffuso in tutto il territorio provinciale, come è stato evidenziato anche dalla recente ricerca sui volontari polesani nelle guerre risorgimentali (“Polesine in armi” a cura dell’Archivio di Stato).
Tale sentimento filoitaliano ed antiaustriaco è chiaramente delineato anche nel racconto in dialetto polesano intitolato “Dal sessantasiè” che riportiamo nella pagina a fianco: è ambientato a Trecenta e narra gli avvenimenti del ’66 sulla scorta del racconto di un anziano che li visse direttamente. Fra l’altro si descrive la tragica uccisione di un ragazzo quindicenne, avvenuta a fine giugno, da parte di due soldati austriaci che l’avevano sorpreso all’interno del Palazzon (Palazzo Spalletti già Bentivoglio-Pepoli), da poco abbandonato dalla loro guarnigione.
Poi l’8 luglio, all’arrivo dell’esercito italiano, ci fu grande festa, tanto che la giornata – si legge – sembrava essere divenuta più luminosa. Nel testo (gustoso anche perché scritto nel dialetto di una volta) si fa riferimento anche ad alcuni grandi scoppi uditi dalla popolazione il 24 giugno, chiarendo che si trattava dei ponti sul Tartaro che venivano fatti saltare per rallentare l’avanzata italiana.
Su alcuni, diciamo così, “effetti collaterali” dello scontro austro-italiano accaduti in particolare nella zona tra Baruchella, Canda e Trecenta intendo qui di seguito soffermarmi, senza dimenticare la distruzione dei forti attorno a Rovigo, già trattata sulle pagine di questa rivista.
La distruzione dei ponti sul Tartaro
Credendo che le truppe italiane fossero ormai in procinto di superare il Po, gli austriaci fecero saltare i ponti sul Tartaro, cioè quelli di Canda e Trecenta e del Paolino. Quello di Castelguglielmo, di legno, fu incendiato. Quello di Zelo si salvò perché non era ancora stato costruito l’arco centrale [anche se ormai lo chiamano tutti il “ponte asburgico”], ma fu affondato il traghetto provvisorio (passo volante), sicché tutta la zona restò isolata.
Qualche giorno prima, infatti, erano stati già distrutti quelli del Passetto e di Baruchella sull’Emissario “Fossa Maestra”, fra l’altro appena costruiti. L’amministrazione comunale del recentemente unificato (1859) comune di Giacciano con Baruchella dovette fornire legname ed altro materiale, oltre a due barche, ai genieri austriaci che il 22 giugno minarono al centro il ponte di Baruchella, con una spesa di oltre 50 fiorini. La distruzione del collegamento avvenne il 24 giugno.
La ricostruzione del ponte di Baruchella
Finite le ostilità, con il Polesine ed il Veneto in procinto di diventare italiani, fu necessario realizzare a Baruchella un ponte provvisorio per passare da una parte all’altra del paese ma “abbastanza robusto anche per il passaggio delle R.i Truppe” – prescrisse il comandante del genio militare di stanza a Badia, anche se il comune aveva prima proposto un passo volante che poi risultò più oneroso.
Così in breve tempo fu realizzato un ponte carreggiabile, in legno, a 5 campate, 2 metri più basso dell’arco murale distrutto, comperando il materiale proveniente dal disfacimento del vecchio ponte in legno di Trecenta. L’incarico di progettista e direttore dei lavori fu affidato all’ing. Marignani di Badia che aveva già progettato il ponte di Zelo e guidato i restauri della chiesa di Baruchella. Nella sua relazione finale spiegava di essersi tenuto 40 metri distante dai ruderi perché nella futura ricostruzione si potesse provvedere a raddrizzare l’asse stradale del ponte per metterlo in linea con la piazza di Baruchella: raccomandazione di cui non si tenne conto quando, nel 1874, il Comitato di Bonifica delle Valli Grandi Veronesi provvide alla ricostruzione definitiva del manufatto.
Chiudo con un “gustoso” episodio che mi sembra il caso di riportare.
L’armata italiana, al suo arrivo in paese, il 9 luglio, aveva bisogno, oltre che di foraggio e legname, anche di viveri, perche “momentaneamente sprovvista”, e allora la deputazione comunale, ancora provvisoriamente in carica, (non si capisce bene se spontaneamente o no) diede ordine al fornaio locale di cuocere “ n.1000 bine pane, pari a razioni n. 500”. Poi, però, “essendone rimasta buona parte di detto pane disponibile e non avendo potuto smerciarlo alla popolazione, dovette farne distribuzione ai poveri del Comune, rimanendo in debito verso il fornitore della somma di fior.(ini) 98,20”, quindi quasi il doppio della spesa per far saltare il ponte.
Chissà che manna, possiamo dire, per quei poveri contadini, abituati – credo – a polenta tutto l’anno, e che soddisfazione – forse – da parte dei militari italiani che alla popolazione facevano avere il pane gratis! Ma sarebbe durata poco.
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Come citare questo articolo
Maurizio Tramarin. “1866: III Guerra d’Indipendenza”. Ventaglio Novanta, n. 54, 2017. https://ventaglionovanta.it/archivio/1866-iii-guerra-dindipendenza/