Un doveroso omaggio all’ultimo grave evento subito dal nostro territorio, nel settantesimo anniversario, è stato reso dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo con l’allestimento di una importante esposizione al Roncale nel periodo autunno-inverno 2021-’22, curata dal giornalista Francesco Jori, acuto conoscitore della realtà veneta, in collaborazione con Sergio Campagnolo.
“Ricordare oggi quell’evento a 70 anni di distanza, è un dovere sociale – ha affermato il presidente della Fondazione, Gilberto Muraro – raro – non solo per ripercorrerne una cronaca che si è fatta storia, e capirne la genesi, ma anche per riflettere, nell’oggi, sull’eterna e disattesa urgenza di rispettare i fiumi e l’ambiente. Ed è anche occasione per capire, mentre i testimoni diretti dell’evento diventano sempre più rari, cosa di esso sia rimasto nel DNA personale e sociale dei polesani, di quelli che hanno continuato a vivere in Polesine e degli altri costretti a nascere e crescere altrove”. Basti ricordare che di quel massiccio esodo demografico, che ne conseguì, circa 80 mila persone non hanno fatto più ritorno (circa un quarto dell’intera popolazione della Provincia).
“Ma – ha aggiunto il presidente Muraro – questa mostra intende soprattutto focalizzare come quella tragedia si ripercuota oggi nel tessuto fisico, sociale ed economico del Polesine, trasformando la Grande Alluvione in una sorta di metafora del presente”. In effetti, essa può essere considerata a pieno titolo l’emblema della tenace forza e capacità di rinascita dei polesani, di certo più volte dimostrata nella loro storia, anche se mai come in quella tragica circostanza.
Da una parte, infatti, la rotta del 51 fu l’apice di una serie di catastrofiche esondazioni dei due grandi fiumi che attraversano la nostra “piccola Mesopotamia”, territorio a cui hanno dato nel contempo vita e talora anche morte. Essa tuttavia segnò l’avvio del riscatto di una terra funestata da un’endemica povertà e soffocata nell’oblio dell’indifferenza, al margine della storia italiana, con un lungo ma inesorabile processo – dalla ricostruzione alla modernizzazione – che le ha permesso di raggiungere il pareggio rispetto al Veneto e perfino di superare altri territori italiani, grazie a diversi risultati conseguiti: uno stato di sicurezza idrogeologica tale da non farsi più condizionare dalla natura; un livello di sviluppo economico con un PIL pro capite addirittura superiore alla media italiana (dal 2007); l’allineamento del rodigino alla modernità verso l’innovazione.
Tra le tante iniziative per le celebrazioni, sull’onda del ricordo dell’evento che mise in ginocchio circa due terzi del Polesine (dopo le numerose commemorazioni succedutesi puntuali allo scoccare dei decennali, che ne hanno indagato i vari aspetti sviscerandone anche i particolari meno noti) quella del Roncale si distingue per alcune peculiarità.
Per dirla con le stesse parole del suo curatore, “questa mostra si propone un obiettivo diverso, se si vuole più ambizioso: inserire l’evento del ‘51 in una cornice storica di ampia portata che ricostruisca la storia di questa terra e la sua straordinaria capacità di resilienza, fino ad approdare, da alcuni anni, ad una situazione di relativo benessere che la equipara alla media del Veneto, una delle regioni più avanzate d’Italia sia pure in tempi di crisi”. In effetti, alla base del progetto, vi è il proposito, a detta degli organizzatori, di offrire ai contemporanei una visione di larga prospettiva che, pur partendo dall’inevitabile rievocazione storica dell’evento, ne analizzi le conseguenze divenute nel tempo fondanti la realtà presente, senza la cui conoscenza la situazione polesana attuale risulterebbe incomprensibile insieme alle innovative direzioni che si prospettano per il prossimo futuro.
Un futuro che vedrà protagoniste le giovani generazioni, per le quali soprattutto “la tragedia dell’alluvione sta diventando ‘una delle storie dei tempi che furono’, un tema neutro, privo di coinvolgimento emotivo diretto, alla stregua del diluvio universale di biblica citazione”, spiegano i collaboratori nel volume edito per l’occasione che accompagna la mostra: Sergio Campagnolo, Alessandro Veronese, Alessia Vedova.
Pertanto, lungi dal proporsi come una tradizionale rievocazione storica, l’esposizione, avvalendosi del registro multimediale, mira a catturare l’attenzione anche della terza generazione dei sopravvissuti, che nella propria realtà familiare non hanno più alcun legame con quell’alluvione.
L’allestimento, su pannelli moderni sviluppantesi come l’ansa di un fiume, è caratterizzato dall’impiego di vari linguaggi multimediali: fotografie di varie dimensioni (dai 36 mm alle gigantografie), un plastico, videoproiezioni di filmati d’epoca e di interlocutori virtuali in dimensioni realistiche, che “parlano” ai visitatori e, perfino, un’acquacultura.
Questa originale commistione di passato e moderno è preannunciata nell’atrio al piano terra, dove troneggia al centro della sala un plastico del Polesine, che fornisce una visione eloquente della vastità del territorio allagato nel 1951 con i suoi fiumi e località, circondato da gigantografie alle pareti del nostro territorio di ieri in bianco e nero, invaso dalle acque, e di oggi con gli splendidi colori del Delta, mentre da un’altra parete arrivano le immagini di uno dei più esemplificativi filmati dell’agenzia Luce con il racconto dell’alluvione mediante il linguaggio mediatico di allora.
All’ultimo piano di palazzo Roncale si sviluppa la mostra, dove il visitatore viene accolto da una mega gigantografia destinata a divenire il simbolo della mostra: un fotoreporter elegantemente vestito, con le gambe immerse in una distesa d’acqua, a sottolineare il decisivo ruolo dei mezzi di comunicazione nel rendere la nostra tragedia il primo evento mediatico italiano che, dapprima, catapultò la pianura polesana, rivelandone le potenzialità, sotto gli occhi del Paese e del mondo; poi diede il via a quella gara di solidarietà nazionale ed internazionale, come non si era mai visto in passato, che portò aiuti agli alluvionati favorendo la ricostruzione della loro terra.
Un arco in fondo alla prima sala introduce il visitatore nell’esposizione vera e propria, accompagnandolo in un viaggio che, dopo l’immersione nel racconto cronologico degli eventi storici, avvalendosi di un linguaggio narrativo-visivo, in cui si alternano immagini e didascalie esplicative, giunge alla sala della contemporaneità, che presenta una vetrina del Polesine di oggi, ovvero di quella terra rigenerata. Qui sono messe in evidenza le attuali eccellenze del territorio polesano, che ha saputo reagire prontamente a quell’immane prova e riscattarsi con l’avvio, sulle rovine di un’attività umana devastata (si parla di 250-300 miliardi di lire di danni solo all’agricoltura, settore quasi esclusivo), di nuove opportunità economiche puntando proprio sulle risorse della terra e del mare, nonché sull’iniziativa e laboriosità dei suoi abitanti.
Dalla riqualificazione dell’agricoltura e del mercato ittico alla valorizzazione con una nuova sensibilità eco-ambientale delle bellezze turistiche, con la punta di diamante del Delta del Po, patrimonio della Biosfera; dall’imprenditoria, tra cui spicca il fenomeno delle giostre di Bergantino, al mondo della cultura e dell’istruzione, rappresentato dall’Accademia dei Concordi e dal Consorzio Universitario di Rovigo, che interloquisce con gli atenei di Padova e di Ferrara.
Infine, il percorso dal passato al presente si conclude, nell’ultima sala, con uno sguardo al futuro che per certi versi è già realtà: se la nuova sfida, per non restare indietro, è puntare sulle nuove tecnologie, ecco dunque la scommessa della cultura indoor idroponica/aeroponica (senza l’utilizzo di terra e con una modesta quantità di acqua), che apre a nuove frontiere di eco-sostenibilità e di abbattimento della fame nel mondo, rappresentata dall’allestimento di Arcadia-Arte srl, una vera e propria opera d’arte contemporanea, in cui cresceranno delle piantine di insalata di Lusia, che al termine della mostra potranno essere colte. Scelta non casuale, quella della coltivazione innovativa dell’insalata di Lusia IGP, connotata dall’archetipo del seme che germoglia, simbolo di rinascita, come da quella catastrofe rinacque la terra polesana più forte di prima.
Curiosità
Oltre alle foto di agenzie giornalistiche, tra cui la Publifoto di Milano, che ne conserva un ricco archivio, si possono vedere in mostra una ventina delle 40 foto amatoriali (scattate con una macchina Leica IIIC mm.35 del 1946) dall’album di famiglia di Fioravante Bucco, laureato in Scienze Agrarie a Firenze, ispettore del Ministero Agricoltura e Foreste di Udine, inviato in Polesine nell’inverno del ‘51 per verificarne i danni. Accanto, le immagini di una delle più apprezzate firme di fotografia, Nino Migliori che, nel 1958 (allora venticinquenne), realizzò il reportage di un Polesine da pochi anni uscito dall’esperienza alluvionale, ancora povero, ma in cui si iniziavano ad intravedere i primi segnali di benessere: esemplare l’immagine di un giovane in Vespa. E Migliori non è l’unico nome di figure destinate a diventare famose, per esempio, nel campo del giornalismo, che mossero i loro primi passi “professionali” proprio in occasione della grande rotta del Po: da Enzo Biagi, Orio Vergani, Oriana Fallaci, Egisto Corradi, Paolo Monelli al “nostro” Gianantonio Cibotto, a quel tempo rodigino di 26 anni, che nel suo diario “Cronache dell’alluvione” ci ha lasciato il racconto più dettagliato ed appassionato della Grande Alluvione. Da ultimo, non è mancata la doverosa citazione del passaggio per le nostre terre desolate di alcuni personaggi di spicco nel panorama politico italiano, che si sono sentiti in dovere di portare il loro conforto alla popolazione duramente provata (il presidente della Repubblica Luigi Einaudi e il presidente del Consiglio Alcide De Gasperi), mentre alcuni, come la senatrice Lina Merlin e poi il sottosegretario Giuseppe Brusasca, inviato dal Governo in qualità di commissario straordinario, si spesero senza risparmiarsi per la causa polesana, accanto ad altri meno noti ma non meno presenti (come i due giovanissimi sindaci di Rovigo, Giancarlo Morelli, e di Adria, Sante Tugnolo, e il vescovo di Adria-Rovigo monsignor Guido Maria Mazzocco), artefici, insieme ai numerosi volontari anonimi accorsi dall’Italia e dall’estero, della “miracolosa” rinascita del Polesine.
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Come citare questo articolo
Rosanna Beccari. “70 anni dopo. La grande Alluvione”. Ventaglio Novanta, n. 63, 2022. https://ventaglionovanta.it/archivio/70-anni-dopo-la-grande-alluvione/