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POESIA

A Uti

di Flaminio De Poli

Ventaglio Novanta n. 24 2002 pp. 121–124

A UTI

Chi siamo?
Quello che siamo stati ieri (ricordi),
o quello che siamo oggi? (pensieri).
Sono gradevoli i ricordi,
e i pensieri non possiamo non pensarli.
Gli stati d’animo che ne scaturiscono
non sono liberi: sono necessità.
I ricordi li definiamo passato;
i pensieri li sentiamo attuali.

E il futuro?
Non ci sarà.
La vita ha soltanto due dimensioni.
Quella presunta – la terza, il futuro è implosione.
Coloro che presumono di discorrerne
sono come i chierichetti,
schierati in cerchio dal corifeo:
incensano una nuvola,
nel momento della trasfigurazione
e della vanità.
Dio è quella nuvola, in dissolvenza.

Ma quanta nostalgia viene struggente dai ricordi!
quanta sofferenza dalle riflessioni.
Una resta, l’altra deve andare.
L’inesistenza e l’inconsistenza generano
la nostra storia:

la storia dell’uomo, dell’uomo-Dio.
Non solo quello evangelico,
inchiodato sulla Croce
in cima alla collina
rapito-via da una notte di tempesta.

Non solo quello che dorme un dolce sonno,
in braccio alle pie donne
nella valle della tranquillità.
Ma l’usignolo che piange nascosto
nella siepe della solitudine,
l’oca che conclude nel silenzio
il suo finale soffocato
d’orchestra contadina,
la gazzella della prateria
che si tiene in gola
il silenzio dell’ultima parola.

Po la vigna, butà là par tera
co i gà finio de vendemare
– i ghe taja i caj desgrendenà
e po sola i la lassa,
co viè ‘nverno,
gozha a gozha a lagremare.

Chi siamo allora?
Buona gente senza teologia.
Gente che aspetta il tempo dell’eternità.

AUTORITRATTO

Io lo guardavo, e già si ergea lo stelo
fiorito sull’aiola verso il cielo,
amor cercava la sua rosellina.
Bello era come l’angelo custode:
la gemma gli si apriva con letizia.
Eccomi qui, vieni, sono io l’ancella
della notte, non dire che ti manco
cavalcherò il tuo cavallo bianco.

PIANOFORTE

Il pianoforte urlava la pazzia
del cantastorie al ponte levatoio
le parole battevano sui tasti
il dolore implodeva nelle corde.

Lontano melodiava l’usignolo
il suo canto notturno dell’amore
chiamava un nome dal passato
l’allodola rideva dall’altezza
e il sole illuminava l’universo.

AUTUNNO

“Rosellina di maggio
teme inverno e rigore

le ridona coraggio
nostalgia dell’amore

il respiro del vento
il ritmo dei giorni

del tempo malinconia
non si perde per via.”

PAESAGGIO

Un piccolo castello
sull’isola del lago
alti due pioppi sull’entrata
una nuvola bianca per cappello.

Due cavalli accanto al ponte
uno bianco e l’altro nero
cavalcare ogni pensiero:
malinconia della partenza
prateria senza ritorno per l’azzurra castellana
pe ‘l suo canoro menestrello.

DIES IRAE 2000

Bon Dio di i can
sior del le cagne
re de ‘l sole e de l’unbria
co sarà ‘l dì de la gunia
nièga le fòle ch’i me gà contà
i pinsieri stralocià
fògali in mare.

Che se desso a cogna ‘ndare
nare… nare… nare…
‘ndare senzha scanpo,
anca par mi c’a no gò tana
né qìve o lìve parecià
che me faga scondaruòla,
ti no stà pì a vardare
signi e figure spanpanà da ‘l vento.

Dàghe fuògo a volontà
a le carieghe carolà
de le sacre podestà.
A la jente ben vistìa
che monta in palco oni medh’ora
pa mostrarne nobiltà
no pensarghe, no!
no ‘ver pietà
sùpiaghe-suso

no star miga a bazhilare
pàrala-via!
che a xe jente co ‘a pivìa
senpre tuta infigonà
po stracanpia
panzha piena schèj i’strejare
c’on bel musso da strejare
e on paron da saludare.

Dopo ‘ verghe smarazhà
senzha on fià de conpassion
le so carte tesserà,
inciava-su le porte a ‘l santo ufizhio,
e co ‘a so pena batedhà
sora la piera dell’eternità
segna negra la condana a morte.
Sàralai in gabia,
ch’i scaìna!
cofà bestie a la caéna
sera e matina.
Brùsali tuti
ròsti ch’i sipia!
e s’i urla brustolà
sara le rece
no scoltarli
lassa ch’i muora desolà

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Come citare questo articolo

Flaminio De Poli. “A Uti”. Ventaglio Novanta, n. 24, 2002. https://ventaglionovanta.it/archivio/a-uti/

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