ANTONIO MARIA DA VILLAFORA
Un illustre sconosciuto riportato alla ribalta nell’ambito storico ed artistico: questo il destino di Antonio Maria da Villafora, miniatore polesano, riesumato da secoli di silenzio grazie al paziente lavoro di Pier Luigi Bagatin, direttore della biblioteca di Lendinara ed apprezzato saggista.
Il volume, elegante per veste grafica, corredato da numerose riproduzioni delle miniature dell’artista che visse tra il XV e il XVI secolo, propone la biografia del miniatore polesano ed affronta problemi critici relativi alla sua formazione artistica e culturale.
Emerge a chiare lettere, grazie alla documentazione reperita, la figura di un uomo casa-chiesa, che si mise in luce tra i più grandi miniaturisti quattro-cinquecenteschi, operando tra Ferrara, Padova e Venezia.
Nato a Villafora, frazione di Badia Polesine, soltanto un secolo fa riemerse fortunosamente dai documenti d’archivio, in seguito all’interessamento di studiosi di cose patrie. Antonio Maria dispiega in tutto l’arco della sua produzione un linguaggio improntato al naturalismo espressivo, ma non avulso dalle suggestioni artistiche di un Andrea Mantegna.
Bidello della facoltà dei giuristi, incoraggiato e protetto dal vescovo di Padova Pietro Barozzi, Antonio Maria risente dell’influsso di famosi miniaturisti, quali Giraldi, Tura e Di Roberti. Sulla base di documentazioni d’archivio, è noto che nel triangolo Ferrara Padova Venezia hanno operato con certezza Salteri, Innari e Messali, mentre resta tuttora un dossier aperto l’effettiva partecipazione dell’artista polesano alla decorazione di opere quali il Decretum Ceratiani Roverella, di capitale importanza nella storia della miniatura ferrarese, da molti indicato come “il grande capostipite della miniatura giuridica rinascimentale”.
Questo è uno dei vari problemi critici, circa il tirocinio del miniaturista di indubbie origini polesane, che Bagatin si perita di risolvere o per lo meno di indicare, richiamando varie fonti ed il parere di specialisti.
Sicuramente non è stato facile per l’autore orientarsi tra archivi e biblioteche alla ricerca di notizie biografiche sparse qua e là, muoversi tra giudizi critici contrastanti, ponderare ipotesi e fornire supporti scientifici per l’approccio ad una discussione stimolante. Proprio per questo il lavoro specialistico di Bagatin (che è anche direttore della rivista Beni Culturali ed Ambientali in Polesine) è tanto più apprezzabile, soprattutto perché avvenuto in un contesto di recupero della memoria e della storia locale, troppo spesso sottovalutato.
(Erica Tiozzo)
NEL PAESE DEI DOLLARI
Ha avuto una cornice di primario rilievo la presentazione del volume “Nel Paese dei dollari” di Adolfo Rossi, tenutasi a Rovigo nel salone dell’ex Pescheria Nuova. Il sindaco di Rovigo Paolo Avezzù e quello di Lendinara Piero Bassani hanno voluto portare la loro testimonianza di apprezzamento all’iniziativa culturale, che porta alla ribalta un illustre personaggio del passato ed incentiva la conoscenza della storia del Polesine, terra più volte interessata da consistenti flussi emigratori.
Il prof. Lino Segantin ha parlato dell’opera edita dall’associazione Polesani nel Mondo in occasione del 50° anniversario dell’alluvione, grazie al determinante sostegno dell’A.S.P. di Rovigo.
Anche questo libro, come il primo scritto da Adolfo Rossi “Un italiano in America” è ambientato negli Stati Uniti, dove l’autore giunse da emigrante dal Polesine nel 1879 e dove, dopo aver esercitato i più disparati lavori, divenne giornalista.
Nel Paese dei dollari offre l’opportunità di approfondire il rapporto del giornalista con la società americana e costituisce pertanto un importante tassello per conoscere in modo più completo il personaggio che, per la sua attività di scrittore e giornalista prima e di diplomatico poi, è da considerarsi a tutti gli effetti il principale rappresentante dei polesani che direttamente hanno vissuto la non facile esperienza dell’emigrazione, riuscendo a trovare, fuori dal territorio natìo, la strada più idonea per la propria valorizzazione personale.
Vari gli episodi di vita e costume presi in considerazione dall’autore che, rispetto al primo libro si dimostra più critico nei confronti della società americana. In diversi capitoli le problematiche sono affrontare con il metodo del dialogo, che favorisce la riflessione e mette in campo la pluralità dei modi di pensare. Rossi propone ai lettori situazioni tipicamente americane su cui riflettere o imparare, senza mai ergersi a rigido censore dei costumi di oltre oceano.
Un giornalismo non schierato dunque? Tutt’altro. Gli argomenti stessi scelti dall’autore ci indicano chiaramente il suo profondo interesse per le tematiche democratiche e di civiltà. Come in tutta la sua vasta produzione giornalistica, anche nel libro Nel Paese dei dollari, Adolfo Rossi si dimostra inoltre particolarmente attento a fornire ampie documentazioni sui fatti ai lettori, per portarli poi sul piano della dialettica delle idee, da cui devono sfociare le opinioni personali.
Un maestro di giornalismo dunque, un personaggio che mai dimenticò la sua esperienza di emigrante e che, quando gli venne offerta l’opportunità, attuò una svolta coraggiosa nella sua vita, accettando l’incarico offertogli nel 1901 dal Governo italiano di entrare a far parte del Commissariato per l’Emigrazione. Un personaggio che mai ha rinnegato le sue origini polesane, mantenendo anzi un rapporto costante con la terra natìa che ha onorato con una vita fatta di impegno e responsabilità.
TRANSPADANA FERRARESE
Il volume è stato realizzato dal Comune di Ficarolo, con i saggi di studiosi locali che hanno partecipato alla prima edizione del Premio Ravelli, grazie al contributo di Assindustria Rovigo, Banca Antoniana Popolare Veneta, Icap, Sintexcal e Verde Po.
Di indubbio interesse i tre lavori degli appassionati ricercatori, che hanno aderito in pieno allo spirito del premio, consistente nell’indagare nel passato della fascia meridionale del Polesine, nota come Transpadana Ferrarese.
Esiste una identità transpadana? si chiede Antonio Bombarda, consigliere con delega ai servizi scolastici e culturali del Comune di Ficarolo, promotore dell’iniziativa editoriale. Non è facile dare una risposta univoca, ma chiara è la consapevolezza che l’area rivierasca del Po ha subito e subisce molteplici influssi culturali dal Veneto, dal Ferrarese e dal Mantovano, un’area quindi con valenze particolari, interessata alla conoscenza del proprio passato.
Nel primo studio, opera di Angela Ghinato, affermata ricercatrice ferrarese, presentato col titolo Piccole Storie di Antiche terre. Appunti storici e spunti di ricerca tra il XVI e XIX secolo, viene tracciato un panorama della proprietà fondiaria ferrarese a seguito del ritorno del Ducato di Ferrara alla Santa Sede, dopo la morte di Alfonso II avvenuta nel 1598. L’indagine si apre seguendo in particolare le vicende della famiglia Riminaldi il cui patrimonio fondiario, in seguito alla mancanza di eredi maschi, passerà, per vie matrimoniali, dapprima ai Saracco e poi ai Giglioli. Segue la documentazione sulle terre del marchese Alessandro Fiaschi e quelle dei conti Masi. Viene fornita anche una graduatoria dei maggiori possidenti di Ficarolo nel 1818, ultimo anno in cui la traspadana restò nell’ambito politico emiliano, prima del passaggio al Veneto: il primo posto è appannaggio dei fratelli Ippolito ed Annibale Saracco, seguiti da Alessandro Fiaschi e Ventura Michelini.
Di Corinna Mezzetti e Beatrice Michelini è la ricerca Un riformatore ferrarese nella Traspadana: Gian Andrea Barotti. Interessante la figura del Barotti, colto personaggio dalla considerevole tempra morale, il quale, attivo sia sul piano teorico, con numerosi scritti, che su quello concreto, attuando o suggerendo provvedimenti di riforma, si batté contro i privilegi dei potenti del tempo, che godevano connivenze con l’alto clero. Inviso per questo ai nobili ferraresi, trovò il sostegno del cardinale G. B. Barni, che nel 1751 assunse il controllo del territorio di Ferrara e lo avocò come suo consigliere. Molti i progetti studiati ed attuati dal Barotti, esperto anche di questioni idrauliche, fondamentali per il territorio bagnato dal Po e dal Reno. E in quest’ambito ottenne che finalmente anche gli ecclesiastici pagassero l’imposta sulla bonifica. Ma l’avvenimento di maggior rilievo sul piano culturale, fu senz’altro la riforma dell’università attuata nel 1771, che gli valse il titolo di Custode Emerito della biblioteca. Tanta attività non lo distolse dal tenere sotto controllo i due fondi posseduti a Ficarolo, aggiornandosi sulle tecniche colturali e dando prova anche in questo settore di conoscenze approfondite. Emerge dunque la figura di un vero enciclopedista del ‘700.
Giovanna Rossi e Raffaele Ridolfi analizzano Il Casato Ghedini da Ficarolo, soffermandosi in particolare sulle figure del pittore ferrarese Giuseppe Antonio Ghedini (1707-1791) e sul fratello don Felice (1702-1777). Quest’ultimo è nominato arciprete di Melara nel 1732, in un momento importantissimo per la parrocchia interessata alla costruzione della maestosa chiesa dedicata a S. Materno, opera dell’architetto Vincenzo Santini. E proprio per la decorazione della chiesa don Felice si avvarrà di artisti ferraresi, tra cui figura anche il fratello Giuseppe Antonio, autore della pala d’altare con i Santi protettori (andata purtroppo distrutta nell’incendio del 1851) e dei quadretti che contornano la statua della Madonna del Rosario. La ricerca ricostruisce la vita dell’artista, dagli anni dell’infanzia vissuti a Ficarolo, alle prime esperienze pittoriche, seguendo tra gli altri i modelli del compaesano Ercole Sarti, detto il Muto di Ficarolo. L’attività del Ghedini si snoda dai primi anni ‘30 fino all’età più avanzata, risentendo delle influenze dei grandi maestri della cultura veneta del tempo, divenendo un protagonista incontrastato del Settecento Ferrarese.
Con i tre studi pubblicati il volume risponde in pieno all’obiettivo prefissato dai promotori, consistente nel “trasferimento di conoscenza dal ricercatore alla società”. Un’azione svolta in memoria di Francesco Ravelli, storico locale, ricordato in particolare nel biennio 1997-98 con varie manifestazioni culturali in occasione del primo centenario della morte.
(Lino Segantin)
LA MI GUERRA
E’ davvero un abile narratore l’adriese Sergio Bedetti: i suoi ricordi di bambino, hanno la potenza evocativa di quadretti di genere.
In dialetto “adrioto”, con un’ironia delicata, propria di un’epoca che si è perduta, l’autore effigia la vita quotidiana durante il secondo conflitto mondiale e nel dopoguerra: si fanno così strada memorie paesane, legate alla paure delle ricognizioni aeree, alla precarietà e frugalità dei pasti, alla semplicità dei divertimenti. Apre i suoi battenti un mondo campestre, poco urbano, avulso dalla soffocante materialità del giorno d’oggi, e ricco di un gusto forte e terribilmente inebriante per la vita. Non stupisca che l’ingegno, frutto dello stato di necessità, appaia degno di inventori di professione; non stupisca che la miseria incontri la solidarietà; non stupisca che la logica dello “stomaco pieno” possa prevalere su ogni altro tipo di considerazione meno immediata.
In una manciata di capitoli a tema, Bedetti non ritrae solo la “sua” guerra, ma quella di molti adriesi. Il tono è faceto e rilassato, voce di un sistema in perfetto equilibrio naturale, nonostante le vessazioni belliche, in grado di ricostruirsi – moralmente – dal suo interno.
Il libro riproduce un vernacolo molto fedele al parlato, con espressioni che non possono che suscitare un aperto sorriso, perché indici di una simpatica verve linguistica mai sopita. E’ oltremodo interessante notare come l’autore attinga ad un patrimonio dialettale molto circoscritto, tipico di un solo quartiere adriese (quello abitato in età infantile) dando prova di come questo si sia evoluto nell’arco degli anni. Il linguaggio è sempre scorrevole ed i racconti, tutti brevissimi, si leggono d’un fiato, perché leggeri e simpatici.
Emerge una visione del mondo ben ponderata e lineare, in cui fondamentale è l’impostazione sull’ordine naturale ed ineluttabile degli eventi. Uno dei racconti più riusciti è forse quello dell’oca Toni che, seppure molto amata dalla padrona, non può sottrarsi al destino per cui è stata cresciuta, finendo in pentola.
E’ il primo lavoro di Bedetti che va ad arricchire i titoli dell’ Apogeo di cui, oltre alla una fornita libreria, si sta sempre più apprezzando anche l’impegno editoriale, con scelte che ci si augura saranno anche in futuro oculate e sollecite nel promuovere la cultura locale.
(Erica Tiozzo)
PRIMI STUDI SULLA CHIESA DELLA SANTA CROCE DI MELARA
Attivo ricercatore e stimato cultore di memorie patrie, Raffaele Ridolfi, collaboratore oltre che della presente rivista, anche del quotidiano Il Gazzettino e di altre testate a sfondo culturale e storico, ha concepito questa sua opera come un contributo personale a sostegno del restauro della chiesa della Santa Croce, tempietto che da anni presenta evidenti segni di degrado.
Convinto che solo la conoscenza di una determinata opera (sia essa realizzazione dell’uomo o della natura) possa far nascere un importante sentimento di identificazione nel bene comune – e quindi un positivo desiderio di conservazione e protezione dello stesso – Ridolfi ha avviato una ricerca d’archivio sulla chiesetta arginale di Melara, dando vita ad una pubblicazione che si rivolge in primis proprio agli abitanti del paese rivierasco.
Mancano i documenti provanti l’origine cinquecentesca del tempietto, anche se non sembrano esserci dubbi in proposito. Per il campanile si fa invece riferimento al secolo successivo. Al ‘700 si fanno risalire importanti interventi di restauro della chiesa, nello stesso periodo in cui fervevano i lavori di costruzione dell’arcipretale di S. Materno.
La ricerca, condotta da Ridolfi presso l’archivio arcivescovile di Ferrara, consente all’autore di tracciare un quadro cronologico dei principali avvenimenti a partire dal 1564 quando, dopo le prediche quaresimali di fra’ Eugenio del Finale, venne approvata la costituzione della Compagnia della Santa Croce.
Tra le altre informazioni apprendiamo che nel 1591 il tempio fu gravemente lesionato da un’inondazione del Po, che nel 1738 fu organizzata una grande festa per la prima esposizione del legno della Santa Croce, e che nel 1865 fu decretata l’istituzione della fiera annuale della S. Croce da festeggiarsi nel mese di maggio.
Il volumetto che, come avverte l’autore nella sua introduzione, non ha la pretesa di essere esaustivo dell’argomento, ma piuttosto un “assaggio” del patrimonio storico-documentario di Melara, lascia spazio ad alcune testimonianze sugli aspetti devozionali raccolte da Rita Masini e si completa con una interessante appendice documentaria.
(L.S.)
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Autori Vari. “Libri in redazione”. Ventaglio Novanta, n. 24, 2002. https://ventaglionovanta.it/archivio/libri-in-redazione/