Tra le tante perle del nostro Archivio di Stato ve n’è una che brilla di una luce partico-lare, un documento che rimanda ai tempi in cui il Polesine rientrava nei confini del marchesato estense: un interessante scritto antico per la cui conoscenza devo ringraziare il dott. Emanuele Grigolato. Egli, infatti, negli anni in cui era direttore presso l’Archivio di Stato, è stato artefice del mio “incontro” con questo prezioso testimone del passato.
Facciamo un salto all’indietro di qualche secolo e andiamo al 29 luglio 1393; quel giorno il marchese Alberto V, si trovava nel palazzo marchionale di Ferrara, nella camera detta dei cimeri, assistito dai suoi medici e dalla corte.
Era gravemente malato, morirà il dì se-guente.
Fu allora che Alberto d’Este, sentendo avvicinarsi l’ora del trapasso, decise di dettare le sue ultime volontà al notaio rodigino Jacopo Delaito.
Possiamo immaginarli questi due uomini, il marchese e il notaio, come i protagonisti di una storia che ci catapulta indietro nei secoli alla scoperta di un mondo che ancora nasconde misteri da svelare.
Conosciamoli allora, i due protagonisti.
Alberto V (1347-1393) diventa marchese nel 1388, all’età di 41 anni, e rimane sul trono del marchesato di Ferrara per soli cinque anni, sufficienti però a lasciare interessanti eredità, avviando tra l’altro la realizzazione di importanti edifici: palazzo Schifa-noia, palazzo del Paradiso, l’Università.
La tradizione racconta anche di una sua iniziativa religiosa che gli arrecò un notevole prestigio: andò in pellegrinaggio da papa Bonifacio IX nel 1391 indossando un saio da penitente, tornando poi a Ferrara carico di onori e di benefici per sé e per la sua città. Da quel viaggio Alberto ottenne in particolare due importanti concessioni: l’autorizzazione a istituire lo Studium, ovvero gli studi universitari a Ferrara, e la legittimazione del suo unico figlio Nicolò, avuto fuori dal matrimonio dalla relazione con la nobildonna ferrarese Isotta Albaresani.
Quando morì lasciò quale erede universale il figlio Nicolò, dal quale discesero tutti i futuri marchesi e duchi di Ferrara.
Jacopo Delaito, il notaio, l’altro protagonista, veniva da una influente famiglia rodigina; ovviamente una famiglia di notai. Dopo aver studiato a Padova, esercitò la professione a Rovigo finché non spiccò il salto che lo portò direttamente alla corte
estense. Nel 1390 fu nominato cancelliere e nel luglio del 1393 fu scelto dal marchese come notaio al quale affidare le sue decisioni testamentarie. Dopo la morte di Alberto rimase a corte al servizio del nuovo marchese Nicolò III dal quale fu incaricato di narrare gli eventi del regno dal 1393 al 1409 nella Chronica nova illustris et magnifici Domini domini Nicolai Marchionis Estensis, ritenuta una autorevole fonte per la ricostruzione della storia di Ferrara di quegli anni. Questo documento – conservato nell’Archivio di Stato di Rovigo, che ci permette di fare questo viaggio nel tempo, – è proprio il testamento del marchese; e il fatto che si trovi qui, a Rovigo, è tutt’altro che scontato. Anzi è davvero sorprendente in quanto il corpo documentario di Casa d’Este si trova a Modena. A Modena e non a Ferrara che era la principale città degli Estensi. Tutto il corpo documentario fu infatti spostato da Ferrara a Modena dopo la morte nel 1597 di Alfonso II, ultimo erede diretto del duca Alberto V.
Fu appunto allora che, proprio in mancanza di una discendenza estense diretta, Ferrara passò sotto il controllo dello Stato Pontificio e i rami cadetti degli Estensi si trasferirono a Modena portando con sé i loro beni e i preziosi documenti che testimoniano la loro storia. Oggi, pertanto, gli archivi dei notai compresi quelli del nostro Jacopo Delaito, si trovano nell’Archivio di Stato di Modena. Tranne un protocollo: proprio quello contenente il testamento di Alberto V, che invece è arrivato a Rovigo, fatto questo davvero singolare. È facile ipotizzare, ma nulla si può dare per certo in questi casi, che sia stato lo stesso notaio Jacopo Delaito a portarlo a Rovigo, probabilmente tornando nella sua città natale dove possedeva delle terre che gli erano state concesse in feudo dal marchese. Ma per quale motivo abbia deciso di condurre con sé questo documento rimane per noi un mistero. Il testamento di Alberto V custodito a Rovigo è doppiamente importante, sia per la sua natura di manoscritto medievale sia per la sua unicità storica e documentaria poiché, ad oggi, è l’unica testimonianza diretta esistente delle volontà testamentarie di questo marchese. Leggendo il testo, emerge un meraviglioso affresco, capace di raccontarci quel tempo al di là della sua funzione di “ultime volontà” del marchese Alberto d’Este. Scorrendo le righe dell’importante documento incontriamo la moglie, Giovanna de Roberti, prima nell’elenco dei beneficiari di lasciti, e poi gli uomini di corte: il fattore generale, i consiglieri, i coppieri (uno di essi chiamato Paolo de Lendenaria) i medici che lo stavano curando, la suocera Margherita. Persino una ragazza non meglio identificata di nome Riccarda de Cappellinis alla quale il Marchese lascia una somma per la dote. E ovviamente il figlio Nicolò, all’epoca bambino di 9 anni, erede universale. Ma soprattutto vi ritroviamo: i simboli della ricchezza e del potere, i riti e i privilegi del mondo feudale, le formule giuridiche, i primi segnali dei cognomi, le strategie per collocare gli immobili quando il catasto così come lo conosciamo noi, ancora non esisteva; e la terra, tanta, coltivata a biade bianche e biade nere accumulata nel corso del XIII e del XIV secolo, su cui gli Estensi avevano costruito il loro potere. E infatti la maggior parte dei lasciti del marchese consisteva in possessiones seminatorie, appezzamenti di terreni agricoli.
Ne esce una fotografia di Alberto V uomo del suo tempo, la terra come fonte di ricchezza ma soprattutto strumento di potere, circondato da uomini di guerra, fedeli se ben ripagati. Alla sua morte, lo Studium, in cui lui tanto aveva creduto per innalzare Ferrara al livello delle vicine città già sedi universitarie (Bologna, Padova) sarà chiuso dal Consiglio di Reggenza che amministrava lo Stato per conto del giovane erede. Ci penserà però Nicolò, degno figlio del padre, a rifinanziare l’Università appena diventato maggiorenne e questa volta fu per sempre. Non sappiamo e forse non sapremo mai quale motivo abbia spinto il notaio Jacopo Delaito a portare a Rovigo questo splendido documento, quello che è certo è che gli siamo debitori di un dono prezioso, seppur involontario, consegnato alla nostra comunità.
La preziosa fattura del documento
Il testamento ci è giunto all’interno di un protocollo contenente atti che vanno da questo 29 luglio 1393 al 29 gennaio 1407, con coperte membranacee sulle quali sono ben visibili le tracce lasciate dai lacci che servivano per chiudere il plico proteggendone il contenuto. È vergato su carta marcata da una filigrana a forma di draghetto, o grifone, o basilisque come la identificava il Briquet; una filigrana molto diffusa in quegli anni di fine Trecento, che ritroviamo in un documento coevo conservato nell’Archivio di Stato di Stato di Modena rogato dal notaio Nicolino Bonazzoli, ma anche in un testimone del 1381 custodito nel Corpus Chartarum Fabriano appartenente alla collezione Aurelio Zonghi.
Va precisato che, dal punto di vista del supporto scrittorio, si tratta di un documento antichissimo, basti pensare che le prime cartiere in Italia risalgono al XIII secolo. È interessante osservare, nella prima pagina del testamento, il signum tabellionis del notaio Jacopo Delaito, il segno particolare con il quale ogni notaio identificava, marchiava e certificava gli atti da lui rogati e che in questo caso è un J, iniziale del suo nome, decorata con motivi fitomorfi.
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Come citare questo articolo
Michela Grotto. “Alberto V (1347-1393)”. Ventaglio Novanta, n. 67, 2025. https://ventaglionovanta.it/archivio/alberto-v-1347-1393/