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PERSONAGGI ILLUSTRI

Alcide De Gasperi (1881-1954)

Saggio Presidente del Consiglio dei Ministri dal 1946 al 1953, fu europeista convinto e attento alle problematiche del Polesine

di Michelangelo Caberletti

Ventaglio Novanta n. 66 2025 pp. 64–69

Il 2024 è stato un anno di ricorrenze importanti: nel numero scorso di questa rivista si è ricordata la figura di Giacomo Matteotti nel centenario della tragica aggressione e dell’assassinio, in questo si vuole invece ricordare lo statista e fondatore della Democrazia Cristiana Alcide De Gasperi a settant’anni dalla morte, avvenuta nella sua casa a Sella di Borgo Valsugana (Tn) il 19 agosto 1954.

Per una strana coincidenza, nel 2024 ricorre anche il quarantesimo dalla morte di Enrico Berlinguer (1922-1984), il segretario del principale partito di opposizione che per primo ha avuto l’onestà intellettuale di riconoscere i meriti di De Gasperi. In tal modo, la sua eredità politica ha potuto diventare un patrimonio condiviso da tutti gli italiani.

E come polesani non possiamo dimenticare che ricorre pure il quarantesimo dalla morte di Antonio Bisaglia (1929 -1984), il leader democristiano che in politica aveva continuato la linea degasperiana della concretezza e del centrismo.

De Gasperi: una memoria trascurata

Anniversari a parte, Alcide De Gasperi è considerato lo statista italiano più importante del Novecento, con meriti analoghi a quelli del Cavour, entrambi artefici, sia pure in contesti storici diversi, di un Risorgimento dell’Italia. Tuttavia, De Gasperi non ha goduto della stessa popolarità del “tessitore” piemontese: a lui sono dedicate solo strade e piazze di secondaria importanza (si veda il caso di Rovigo, dove Via De Gasperi è una laterale del ben più importante Viale Gramsci… Per non dire della capitale, dove Via De Gasperi è addirittura una viuzza tra il Gianicolo e il Vaticano); pochissimi e di scarso rilievo i suoi monumenti, nessun aeroscalo porta il suo nome, modesta e quasi nascosta la sua tomba nel portico di San Lorenzo Fuori le Mura. I programmi scolastici quasi lo ignorano e la saggistica storica che tratta di lui, seppur numerosa, ha più carattere accademico che divulgativo. Risultato è che De Gasperi è quasi sconosciuto tra i giovani e poco noto anche fra il resto degli italiani.

Se poi aggiungiamo che i suoi oppositori politici lo avevano tacciato di essere un restauratore, un conservatore, un tiranno, un clericale, ecc. (accuse tipiche del repertorio marxista-comunista) e che anche gli esponenti del suo stesso partito, per invidia o ambizione, non lo hanno mai amato, ben si comprende come la figura di De Gasperi non abbia avuto in Italia il risalto civico che meritava, mentre i suoi omologhi, il cancelliere Adenauer in Germania e il presidente De Gaulle in Francia sono considerati e onorati come “Padri della Patria”.

Un po’ di colpa è anche sua, perché non aveva l’oratoria brillante, trascinatrice, di un leader populista (alla Mussolini per intenderci), anzi, era l’esatto contrario: di fronte alle folle che lo applaudivano non si esaltava, rimaneva razionale, perché diceva “non applaudono me, ma gli ideali che io porto avanti”. E i suoi ideali erano libertà, democrazia, europeismo, pace, giustizia, onestà, lavoro, fratellanza (lui che era stato perseguitato e incarcerato dal Fascismo)…

De Gasperi innovatore, uomo di grande integrità morale e profonda fede

De Gasperi un restauratore? Un conservatore? Tutt’altro; guardando al suo operato senza pregiudizi ideologici, ci si accorge che egli fu un grande innovatore. Nei pochi ma decisivi anni in cui è stato presidente del consiglio ha traghettato l’Italia dalla monarchia alla repubblica, dalla dittatura fascista al sistema democratico, dall’autarchia al libero mercato, dall’isolamento internazionale all’alleanza con gli stati democratici occidentali, dalle lacerazioni interne alla pacificazione nazionale, il tutto senza erigere ghigliottine, col solo metodo della democrazia e con l’obiettivo di fare le scelte migliori per la nazione.

Non si riscontrano errori nel suo operato. Sembrava avesse il dono del “senno del prima”; in realtà, il suo segreto era la grande integrità morale e la profonda fede cristiana che ispirava ogni sua azione. “Nessun avversario politico ha mai trovato qualcosa di negativo sulla sua vita tale da poterlo compromettere o colpire sul piano personale” (intervista alla figlia Maria Romana).

E che dire dell’accusa di clericalismo? Assolutamente falsa. De Gasperi proveniva da una terra, l’Impero Asburgico, dove la separazione tra politica e religione era avvenuta fin dai tempi dell’imperatore Giuseppe II. Perciò, pur essendo un fervente cattolico e nonostante l’apporto della Chiesa fosse stato determinante per la vittoria del suo partito nelle politiche del 1948, difese la laicità dello Stato e non si piegò mai alle richieste di papa Pio XII. Tra i due vi furono momenti di tensione, al punto che, per le interferenze del Vaticano alle elezioni nel comune di Roma del 1952, De Gasperi minacciò di dimettersi; alla fine vinse, ma il pontefice si rifiuterà di riceverlo in udienza. Unica concessione alla Santa Sede, fu l’inserimento dei Patti Lateranensi all’art. 7 della Costituzione, per dare stabilità, disse, ai rapporti fra Stato e Chiesa, articolo approvato fra l’altro dall’Assemblea Costituente col voto determinante dei Comunisti (Socialisti, Azionisti e Repubblicani erano contrari).

“Politica vuol dire realizzare”

Il fluire del tempo sta comunque rendendo giustizia alla figura e all’opera di De Gasperi, non a caso il 2024 è stato dichiarato “anno degasperiano” con tantissime iniziative in suo onore (particolarmente interessante la mostra “Servus Inutilis” esposta per la prima volta al meeting di C.L. a Rimini nello scorso agosto). Infatti, sempre più ci si accorge che a distanza di tanti anni noi continuiamo a vivere nel complesso di quelle istituzioni pubbliche, di quel sistema economico e in quel contesto internazionale, ivi compresa l’adesione alla Nato e il percorso d’integrazione europea, disegnati dal grande statista trentino tra il 1945 e il 1953.

Sono state scelte lungimiranti che ci hanno consentito di godere del più lungo periodo di pace da quando si è fatta l’Unità d’Italia e anche di raggiungere un benessere e uno sviluppo tecnologico mai visti in precedenza. De Gasperi era solito ripetere una citazione non sua: “un politico guarda alle prossime elezioni, lo statista invece, deve guardare alle future generazioni”. E lui ha saputo guardare lontano, per questo lo si potrebbe anche definire come uno statista “venuto dal futuro”.

Ma nella saggistica su De Gasperi il titolo che ricorre con più frequenza è “il Costruttore” oppure “il Ricostruttore” si veda ad esempio l’ultimo libro del giornalista Antonio Polito, edito da Mondadori proprio in occasione del settantesimo degasperiano. Sono titoli anch’essi pertinenti, perché la politica di De Gasperi era permeata di concretezza: “politica vuol dire realizzare” era il suo motto. E ricostruì il paese uscito in macerie da una guerra persa (grazie anche alla saggia gestione degli aiuti del Piano Marshall), ne protesse con dignità e fermezza i confini ormai indifesi (morì due mesi prima di vedere ricongiunta Trieste all’Italia), risollevò la Lira dal vortice inflazionistico in cui era precipitata, attuò la prima ed unica riforma agraria del paese, insediando sui latifondi incolti migliaia di contadini, aiutò il Sud Italia a risollevarsi con la Cassa del Mezzogiorno, fondò l’Ente Nazionale Idrocarburi (ENI) mettendovi a capo Enrico Mattei, la RAI… In altre parole, diede avvio a quel “miracolo economico” che caratterizzerà l’Italia degli Anni Cinquanta e Sessanta.

Dobbiamo poi ricordare il suo impegno per l’unità dell’Europa che considerava come la nostra seconda patria: “il futuro [dell’Europa] non verrà costruito con la forza, nemmeno col desiderio di conquista, ma attraverso la paziente applicazione del metodo democratico, lo spirito di consenso costruttivo e il rispetto della libertà”. Fu tra i fondatori della CECA (Comunità Europea Carbone Acciaio), per la libera circolazione delle materie prime tra Francia, Germania, Italia, Belgio, Olanda e Lussemburgo e fu promotore del Consorzio Europeo di Difesa (CED) del quale aveva già concordato con le nazioni aderenti alla CECA i protocolli d’intesa.

Era un progetto geniale, perché la difesa comune avrebbe comportato anche una politica estera e una presidenza europea comune, di conseguenza, si sarebbe raggiunta l’unità d’Europa con uno statuto di tipo federale (simile agli USA) già negli Anni 50’. Ma dopo la morte di De Gasperi il progetto venne accantonato e solo oggi che abbiamo una guerra alle porte, se ne comprende l’importanza e ci si rammarica di non averlo realizzato. Come al solito, De Gasperi aveva visto molto lontano, più lontano di tutti.

De Gasperi e il Polesine

Si deve premettere che, a causa dei lavori in atto all’Accademia dei Concordi, non sono consultabili le raccolte della stampa locale che trattano compiutamente questo argomento. Si sono perciò attinte notizie dal settimanale diocesano (la cui raccolta è conservata presso la Biblioteca del Seminario), da alcuni libri e anche dalle memorie di un testimone d’eccezione: l’on. Antonio Zanforlin. Ma, data la frammentarietà delle fonti, potrebbero esserci delle imprecisioni e omissioni e ci si scusa fin d’ora coi lettori.

Da quanto risulta, De Gasperi fece visita a Rovigo domenica 29 aprile 1951 e potrebbe essere stata la prima volta che veniva in questa città, poco rilevante sotto l’aspetto economico e artistico, ma problematica dal punto di vista politico. Nel Polesine, infatti, il numeroso bracciantato agricolo, misero e spesso disoccupato, aveva votato in massa il Fronte Popolare (l’alleanza fra comunisti e socialisti), di conseguenza, questa era l’unica provincia “rossa” del Veneto e anche la più turbolenta (qui erano sorti i primi scioperi noti come “La Boje” e le prime leghe).

Avvicinandosi le elezioni amministrative, previste per fine maggio 1951, De Gasperi volle aprire la campagna elettorale proprio a Rovigo, dove nella mattinata ricevette il saluto delle autorità locali, presenziò ad una cerimonia in onore dei caduti, fece una breve visita all’Accademia dei Concordi, quindi, nel pomeriggio tenne un comizio dalla loggia del comune alla folla che gremiva Piazza Vittorio Emanuele. L’intento propagandistico era evidente, ma non servì a mutare il risultato della votazione che vide eletto alla presidenza della provincia il comunista Alfredo De Polzer e comunisti o socialisti erano anche i sindaci eletti nella maggior parte dei comuni polesani, capoluogo compreso (a Rovigo divenne sindaco il comunista Giancarlo Morelli).

Il rapporto con il Polesine divenne più intenso, in seguito alla tragica alluvione, causata dalla rotta del Po a Paviole e Occhiobello il 14 novembre 1951. Era sua abitudine avere sempre un contatto diretto con la realtà del paese, perciò, appena due giorni dopo, il 16 novembre, De Gasperi era a Rovigo, per rendersi conto della situazione e per dimostrare la vicinanza del Governo alla popolazione alluvionata.

Nell’immediato aveva inviato qui il sottosegretario Mariano Rumor, che era giunto a Rovigo il 15 pomeriggio, in treno fino a Bologna e poi in auto passando per Ostiglia, Legnago e Badia Polesine. De Gasperi arrivò per lo stesso percorso verso mezzogiorno del 16, accompagnato dal Ministro dei Lavori Pubblici Salvatore Aldisio e dal sottosegretario Teodoro Bubbio. Tenne subito un incontro in Prefettura con le autorità della provincia per concordare gli interventi di soccorso più urgenti e le strategie successive. Qui prese atto del caos organizzativo esistente, dovuto al fatto che troppe autorità locali avevano competenza sull’evento pur essendo tecnicamente incompetenti: il prefetto Umberto Mondio, giunto a Rovigo da Enna pochi giorni prima della rotta, non sapeva nemmeno dove fosse Occhiobello, credeva che l’Alto Polesine fosse montuoso e presentò a De Gasperi una carta del Polesine rovesciata, il Presidente della Provincia De Polzer non smetteva di polemizzare con il Governo per il mancato invio di mezzi di prevenzione, il Magistrato alle Acque e l’ing. Sbrana del Genio Civile non sapevano cosa fare con gli argini della Fossa Polesella, i Consorzi di Bonifica, vari sindaci, mons. Vescovo… ognuno aveva richieste e soluzioni le più varie.

Per un intervento di ricostruzione rapido ed efficace bisognava superare questo stato di cose e De Gasperi lo fece ancora una volta con una decisione inedita, destinata a fare scuola: la nomina di un Commissario Straordinario alla Ricostruzione (all’epoca si chiamava “sottosegretario ad acta”), che avesse come unico referente del suo operato il Presidente del Consiglio. L’incarico venne affidato all’on. Giuseppe Brusasca (dai polesani chiamato scherzosamente Burrasca), un piemontese che aveva già dato prova di capacità organizzative sia come comandante partigiano, che come responsabile della Democrazia Cristiana per la città di Alessandria. Che si rivelò essere l’uomo giusto al posto giusto, perché in meno di un anno portò a compimento opere per le quali i tecnici avevano previsto tempi non inferiori ai due anni e mezzo.

Ma prima di lasciare Rovigo De Gasperi volle fare una visita all’Ospedale Civile per portare conforto ai pochi superstiti del “camion della morte” tra i quali i fratelli Mario e Giovanni Bellinello che in quella tragedia avevano perso le rispettive mogli e 5 figli il primo, 3 il secondo. Li incontrerà di nuovo l’anno seguente all’inaugurazione del piccolo sacrario presso l’oratorio di San Lorenzo al Passo di Frassinelle, dov’erano state tumulate le 84 vittime di quel disastro.

De Gasperi tornerà infatti a Rovigo per la Fiera d’Ottobre dell’anno seguente (25-10-1952), accompagnato dalla moglie Francesca Romani, per partecipare all’inaugurazione della Mostra della Ricostruzione, organizzata dalla Camera di Commercio nell’area di Palazzo Susa, in viale Regina Margherita (ex canapificio Valle Susa, dove ora sono il palazzo di vetro, la Banca d’Italia e altri edifici recenti). La stessa provvide per l’ora di pranzo un servizio a buffet presso il Salone del Grano, riservato alle autorità presenti.

L’emergenza alluvione era stata velocemente e brillantemente superata e la popolazione accolse De Gasperi in un clima di festosa gratitudine. Nella circostanza egli visitò anche la sede diocesana della POA (Pontificia Opera Assistenza), all’epoca diretta da don Cornelio Cazzuffi, che aveva ospitato nelle sue colonie centinaia di bambini alluvionati e, come si è accennato poco sopra, presenzierà nel pomeriggio all’inaugurazione del sacrario al Passo di Frassinelle e del monumento eretto sul luogo della tragedia nella frazione Chiesa.

Sarà uno degli ultimi successi del suo governo, perché nel luglio 1953 De Gasperi amareggiato per il fallimento della legge maggioritaria, dalle opposizioni bollata come “legge truffa” (quando avrebbe consentito esecutivi più stabili, che era ciò di cui l’Italia aveva bisogno) e per non aver ottenuto la fiducia al suo ottavo mandato come presidente del consiglio, rinunciò agli incarichi governativi e mantenne solo la carica di segretario della Democrazia Cristiana. Dopo pochi mesi, dovette lasciare anche questa (lo sostituirà l’on. Fanfani), perché il suo cuore sfiancato dalle fatiche e dalle sofferenze di una vita spesa al servizio della nazione, non gli consentiva più di affrontare altre sfide.

Ritiratosi nella sua casetta a Sella di Borgo Valsugana (Tn), qui si spense serenamente invocando il nome di Gesù all’età di 73 anni. Gli italiani accolsero la notizia con un’ondata di generale commozione e sbigottimento, era come avessero perso un padre, una guida sicura.

Il suo feretro, partito domenica 22 agosto con un treno speciale da Trento e diretto a Roma per le esequie di Stato, via Rovereto, Verona, Vicenza, Padova, Rovigo, Ferrara… fu atteso nelle stazioni di transito da migliaia di cittadini che vollero testimoniare col loro silenzioso saluto, l’affetto e la gratitudine verso quest’uomo che aveva fatto della politica al servizio della patria la sua missione.

Sul treno era presente una specie di “guardia d’onore” al feretro formata dalla nuova élite democristiana (Fanfani, Moro, Scalfaro, Colombo …). Vi era anche il senatore polesano Umberto Merlin, che pur non essendo un leader emergente, volle accompagnare De Gasperi nell’ultimo viaggio. Quasi coetanei, i due erano infatti legati da una grande e sincera amicizia, iniziata fin dal 1921, quando entrambi furono eletti parlamentari nelle file del Partito Popolare.

Alle 10,37 il treno entrò nella stazione di Rovigo e vi sostò il tempo per ricevere l’ultimo affettuoso abbraccio delle autorità e dei polesani accorsi numerosi con bandiere, gonfaloni e fiori. Il vicario diocesano mons. Rosina, salito sul carro porta-feretro benedisse la bara, quindi i giovani della D.C. la cosparsero di stelle alpine. Poi il treno riprese la sua mesta corsa fra uno sventolio di fazzoletti, lancio di fiori e tante lacrime.

Ma la storia di De Gasperi non si è conclusa con la sua morte, Infatti, all’inizio degli Anni 90’ l’allora vescovo di Trento, mons. Giovanni Sartori ha dato avvio all’istruttoria diocesana per la causa della sua beatificazione. Come polesani ci sentiamo particolarmente vicini all’iniziativa di mons. Sartori, che prima di essere traslato a Trento era stato per circa dieci anni vescovo della diocesi di Adria-Rovigo.

Purtroppo, il fascicolo inoltrato fin dal 2005 al Dicastero per le Cause dei Santi in Roma, giace colà inattivo, in attesa che si accerti un qualche miracolo attribuibile all’intercessione di De Gasperi. Sarebbe in tal modo elevato dall’attuale titolo di Servo di Dio a quello di Beato e poi di Santo. Sì, per la Chiesa non sono sufficienti i miracoli che egli come statista ha fatto in vita, se ne pretendono anche dall’aldilà.

Ma riservato e schivo com’era, De Gasperi dal Paradiso non sembra ambire all’onore degli altari, pare voglia essere ricordato solo come un umile, inutile Servo di Dio e della Patria.

Si ringraziano don Pierantonio Castello per l’esclusiva documentazione fotografica, il dr. Adriano Mazzetti per le fonti edite e l’on Antonio Zanforlin per le informazioni sulle visite di De Gasperi in Polesine.

Utilizzo dei contenuti

Le informazioni contenute in questo articolo possono essere utilizzate come fonte per realizzare documenti, articoli, studi, ricerche e altri elaborati, anche mediante strumenti di intelligenza artificiale, a condizione che siano citati Ventaglio Novanta, l’autore, il titolo dell’articolo, il numero e l’anno della rivista e il collegamento alla scheda dell’articolo nell’Archivio Ventaglio.

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Come citare questo articolo

Michelangelo Caberletti. “Alcide De Gasperi (1881-1954)”. Ventaglio Novanta, n. 66, 2025. https://ventaglionovanta.it/archivio/alcide-de-gasperi-1881-1954/

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