Quello che qui proponiamo è un itinerario in due tappe con un tema circoscritto, alla ricerca, in Polesine, di rappresentazioni ispirate dalla mitologia antica.
Va detto innanzitutto che le narrazioni mitologiche vengono da molti ritenute leggende inventate nell'antichità per passatempo, mentre la loro origine è decisamente più seria di quanto si sia portati a pensare. In tutte le civiltà antiche, infatti, i miti hanno risposto all'esigenza di trovare una spiegazione, lontana e non immediatamente accessibile, a vari fenomeni dei quali l'esperienza umana non era in grado di risalire alla causa. La pioggia o il terremoto, tanto per fare qualche esempio, ed ovviamente il mistero della vita e della morte erano pertanto attribuiti a decisioni ultraterrene e spiegati con narrazioni collegate ad un mondo trascendente. È così che, presso le civiltà più longeve, i racconti mitologici si sono sviluppati e consolidati fino a costituire un riferimento culturale ampio ed articolato, tale da definire l'identità stessa di un popolo.
È il caso in particolare della cultura greca, la cui mitologia ha influenzato direttamente quella romana, divenendo poi parte integrante del patrimonio culturale della civiltà occidentale.
Avversata nel Medioevo come rappresentazione di "dei falsi e bugiardi", la mitologia greca ha avuto la sua rivincita (almeno sul piano della conoscenza teorica e delle espressioni artistiche ad essa collegate) con lo sbocciare dell'Umanesimo e del Rinascimento desiderosi di riattualizzare i più significativi aspetti della cultura greco-romana.
Proprio a questo periodo dobbiamo far riferimento per trovare, anche in Polesine, alcune significative rappresentazioni che si rifanno al mondo greco. Pertanto la prima tappa del nostro itinerario, alla ricerca di tracce degli antichi miti, sarà all'interno della più nota costruzione polesana di età rinascimentale, ovvero nella celebre Badoera.
Nella armoniosa villa, realizzata a metà del XVI secolo da Andrea Palladio (soprannome quest'ultimo derivante da Pallade, greca divinità della sapienza e delle arti) troviamo alcuni squisiti affreschi di soggetto mitologico, tra i quali vogliamo considerare in particolare "Il rapimento di Ganimede" e "Leda e il cigno", opere di Pierfrancesco Giallo, pittore fiorentino che lavorò con il grande architetto veneto.
Il primo dipinto rappresenta la storia di Ganimede, un giovinetto bellissimo, la cui perfezione non passò inosservata agli dei, che vollero strapparlo al mondo corruttibile. Giove fece dunque rapire il giovane da una grande aquila che lo portò nell'Olimpo, ove gli fu affidata la mansione di coppiere degli dei.
Più complessa si presenta la vicenda del secondo affresco che ha come protagonista la bellissima Leda di cui Giove si invaghì. Ma come avvicinarsi alla splendida donna, principessa spartana, senza suscitare la gelosia di Giunone? Bisognava cambiare sembianze, cosa facilissima per il potente dio, che già altre volte aveva sperimentato con successo questo espediente per portare a buon termine le sue scappatelle extraconiugali. Questa volta si trasformò in un elegantissimo cigno, a cui non seppe resistere la bella Leda, folgorata da un amore che ebbe come conseguenza un particolarissimo parto: da un grosso uovo uscirono due gemelli, Castore e Polluce.
Diverso si palesò però il destino dei due rampolli, in quanto Castore ben presto manifestò la sua natura umana, mentre Polluce venne al mondo col dono divino dell'immortalità. E quest'ultimo, alla morte del fratello a cui era legato da un profondo affetto, tanto si dolse da ottenere dal padre degli dei la possibilità di sostituire il gemello, a giorni alterni, nell'eterno soggiorno negli Inferi.
Un luminoso esempio di amore fraterno dunque, che vedeva il più fortunato dei due pronto alla rinuncia di parte del suo privilegio per dividerlo equamente col fratello. Lo scambio delle sorti avveniva ogni notte con un suggestivo incontro nella volta celeste che fu poi immortalato da due splendidi astri luminosi nella Costellazione dei Gemelli.
Ammirate le due rappresentazioni mitologiche realizzate da Pier Francesco Giallo Fiorentino nella sala destra della celebre villa di Fratta, ci disponiamo alla seconda tappa del nostro itinerario che ha per meta il medioevale castello di Arquà Polesine, eretto nel XII secolo da Guglielmo III Marchesella. Qui troveremo affrescato il racconto mitologico che è maggiormente legato alla nostra terra solcata dalle acque del Po, opera di un autore ignoto del XVI secolo, che dipinse alcune stanze dopo che il palazzo passò nelle mani della famiglia veneziana dei Diedo.
Anche questo mito è di origine greca ed ha come protagonista Fetonte, figlio del Sole, che drammaticamente ebbe a concludere la propria esistenza sulle rive del grande fiume, conosciuto nel lontano passato col nome di Eridano. Ad esso è legato in particolare il paese di Crespino, che a Fetonte ha dedicato la sua grande piazza orientata verso il corso d'acqua.
Il giovane figlio del Sole, auriga inesperto, dopo mille suppliche, ottenne dal padre il carro infuocato, promettendo moderazione nella corsa. Ma ben presto, dimentico delle promesse e di tutte le raccomandazioni paterne, si lanciò in un emozionante itinerario per le vie celesti, senza più riuscire poi a tenere a freno i focosi destrieri.
Salì altissimo il carro di fuoco fino ai confini del cielo, lasciando un segno nella volta azzurra, ancora visibile durante le limpide notti nella bianca striatura, cui fu poi dato il nome di Via Lattea. Scese poi altrettanto rapido sulla terra, provocando gravi ustioni che originarono i deserti.
Tutto l'Olimpo assisteva sbigottito alle funeste evoluzioni, temendo ulteriori catastrofi. Per scongiurare le quali decise di intervenire lo stesso Zeus, colpendo con un micidiale fulmine il carro impazzito, che si sfasciò cadendo lungo la sponda sinistra dell'Eridano, ove Fetonte trovò la morte.
A lungo lo piansero le sorelle, le Eliadi (figlie di Elios il Sole), le quali tanto sostarono nella golena del fiume che misero radici trasformandosi in pioppi. E le gocce dorate delle loro lacrime si mutarono in ambra.
Rivive dunque nel castello di Arquà, in un affresco cinquecentesco che risente alquanto dell'usura del tempo, il mito di Fetonte, suggestiva meta di un originale itinerario nella terra dei grandi fiumi, alla riscoperta di antichi miti.
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Come citare questo articolo
Lino Segantin. “Alla ricerca di antichi miti”. Ventaglio Novanta, n. 18, 1998. https://ventaglionovanta.it/archivio/alla-ricerca-di-antichi-miti/