Parlare del nostro passato, dal punto di vista etnografico e folcloristico, sembra ai più un esercizio di nostalgici ricercatori di curiosità e di aspetti poco significativi di un mondo ormai trascorso e superato. Colpisce forse di più, e attrae meglio l’attenzione, l’aspetto edonistico e spettacolare, l’esibizione di gruppi folcloristici, più per la stranezza dei gesti, dei costumi, delle voci e degli strumenti, che per il vero intrinseco significato degli accadimenti. Attrae meglio la teatralità e la spettacolarità piuttosto che la riesumazione di riti, suoni e canti della tradizione culturale popolare.
Viceversa l’uno e l’altro aspetto hanno una ragione d’essere profonda, un’esigenza dello spirito che affiora sempre più in tempi recenti quasi inconsciamente e malgrado tutto.
Negli ultimi cinquant’anni, la società italiana e, nell’ambito più vicino, veneta e polesana, si è trasformata talmente in fretta che, dimentica delle proprie origini, si è trovata all’improvviso nella necessità di prendere coscienza che non ha quasi più punti di riferimento, spostata com’è inconsciamente di oltre mezzo secolo in avanti, senza che si sia resa conto del salto che era costretta a fare. Abbiamo perso la coscienza della nostra cultura primigenia da cui proveniamo, e nello stesso tempo non ne abbiamo assunta un’altra capace di surrogarla.
In sociologia parliamo spesso di sradicamento, di smarrimento del substrato culturale, di perdita di identità, di atrofizzazione del sentimento di appartenenza e ciò porta, di conseguenza, a quello sbandamento e disorientamento che sembra cogliere specificatamente le società più progredite e più ricche.
Le nostre radici, il nostro passato!!
Gli uomini e le società non possono vivere senza identità, senza le radici primigenie. Il che significa senza le proprie tradizioni, i propri usi e costumi, i propri canti, le proprie abitudini, il bisogno di riferimenti a luoghi, oggetti, suoni e persone che conservano la capacità di riferimento alla cultura di origine.
Il Primo Festival di Musica e Cultura Popolare del Veneto denominato “Ande bali e cante”, (organizzato a Rovigo nella prima settimana del passato settembre) ha avuto un’apertura caratterizzata da una grande attenzione e passione che ha accomunato esponenti della cultura più accademica e cultori del folclore più schiettamente popolare.
Il Festival è stato promosso dall’Associazione Minelliana di Rovigo, con il patrocinio della Regione Veneto, ed ha visto la partecipazione di Ermanno Serrajotto, l’assessore regionale alle politiche per la cultura e l’identità veneta e l’istruzione, Sergio Durante, docente di musicologia nell’Ateneo padovano, Paola Barzan, pure dell’università di Padova, Gianni Secco dell’associazione bellunese “Saraimar”, di Chiara Crepaldi e Giuseppe Giacobello, del Centro Etnografico Adriese, Roberto Tombesi, responsabile della direzione e del coordinamento scientifico del Festival, Angelo Tabaro, della direzione cultura Regione Veneto.
Dopo i saluti del sindaco di Rovigo, Paolo Avezzù, dell’assessore alla cultura della Provincia di Rovigo, Gioia Beltrame, e l’introduzione ai lavori del ‘patron’ del Festival, Mario Cavriani della Minelliana, la tavola rotonda che ha aperto la manifestazione ha dato la stura ad un dibattito interessante e vivace, pieno di spunti e di riflessioni, diciamo così, di carattere accademico. La sala dei convegni del Museo dei Grandi Fiumi, presso l’ex Convento degli Olivetani di Rovigo, era pressoché esaurita in ogni ordine di posti, occupata da studiosi venuti anche da fuori e da studiosi di storia e di vita locale. Per motivi di spazio ci limiteremo a notare che durante il dibattito sono emerse una necessità ed un pericolo, riguardo la sopravvivenza della cultura tradizionale e popolare, in particolare della musica: -c’è la necessità impellente della ricerca, archiviazione o catalogazione e diffusione del patrimonio popolate (assessore Serrajotto).
Però, si fa notare che la musica popolare veneta, così come le tradizioni popolari, non sono fenomeni residuali che hanno perso il contesto antropologico originario e dunque destinati ad interventi che ne possono permettere, certo, la sopravvivenza, non certo una nuova vita (Durante) – allora ne consegue un pericolo, quello dell’archiviazione e della catalogazione accademica che ne cristallizzerebbe la vita e la trasformerebbe in qualcosa di statico e di assoluto. Bisogna fare attenzione, perciò, alla forma, non solo ai contenuti, tenendo presente che la musica popolare si caratterizza in tre anime: quella che si volge alla conservazione ed archiviazione; quella che si occupa dell’animazione sociale e si fa militanza tra la gente nelle piazze; quella che rivisita e reinterpreta artisticamente la tradizione. Basterebbe che le tre anime diventassero una sola e il tutto fosse restituito al popolo nei luoghi originari.
E ciò “Funziona, Funziona!!” esclama appassionatamente Chiara Crepaldi, durante il suo intervento. Funziona tanto che Giuseppe Giacobello, rifacendosi a Bela Bartok e a Kodaly, che un secolo fa hanno fuso in una sola le tre anime, tramandando armonie, modi popolari, forme, matrici e ritmi scomparsi in opere nuove, tira fuori una quarta anima, quella della tradizionale apertura dell’identità regionale verso quello che le assomiglia o le diversifica.
Durante la tavola rotonda poi, viene presentata da Paola Barzan, la ristampa, per la verità tanto attesa dai cultori, del libro “Ande Bali e Cante del Veneto”, frutto di una quarantennale fatica di studio e di ricerca solitaria, caparbia e silenziosa, di Antonio Cornoldi. Questo libro ormai è divenuto un classico della materia e un punto di riferimento dei musicologi e studiosi di musica popolare.
Ai margini e a corollario del dibattito è apprezzabile la mostra degli strumenti musicali della tradizione: quelli delle bande di paese e quelli quasi artigianali usati dai cantastorie, saltimbanchi e i “torototela’ che andavano vagabondando per questo paese mescolando storia e musica nel modo antico, come nella tradizione classica, da Omero alle fabulae salticae delle atellane e i mimi.
Il dibattito ha avuto un seguito nel, diciamo così, concerto di complessi e solisti di musica popolare provenienti da tutto il Veneto che hanno dato vita ad uno spettacolo indimenticabile, alla presenza di un numerosissimo pubblico incuriosito ed affascinato dalla ricchezza delle proposte e dalla scoperta in sé di gran parte di quanto veniva proposto.
– Lo spettacolo, ha detto Roberto Tombesi, organizzatore del Festival, – si ispira alla musica di tradizione di cui vuole offrire una panoramica variegata. L’obiettivo che si pone è quello di dare una visione caleidoscopica abbastanza ampia di come si sta movendo oggi l’attenzione del Veneto-.
Le tre anime si fondono in una e vanno verso la gente in forme tradizioni, ma nuove comunque.
I gruppi che si sono esibiti provenivano da un po’ dovunque del Veneto. Il denominatore comune sta nella loro capacità di elaborare un repertorio ispirato da brani tipici delle tradizioni locali, come filastrocche, nenie, canzoni per l’infanzia, per avvenimenti di cronaca, personaggi caratteristici dei paesi e avvenimenti religiosi. Tra tutti ricordiamo in particolare il gruppo trentino “Albies Alba” che ha riproposto strumenti tradizionali ormai quasi del tutto fuori dell’uso, e il gruppo “Bonifica Emiliana Veneta” che ha recuperato ed elaborato musiche popolari con strumenti di origine antica, ma con forti contaminazioni moderne.
“Ande Bali e Cante”, il primo Festival di Musica e Cultura Popolare si è concluso con l’esibizione di musicanti e di canti e di balli della tradizione eseguiti nelle piazze, nei cortili e nei luoghi più caratteristici della città. La tradizione, il ballo, il canto di una volta sono tornati così a rivivere una stagione tra il popolo che, a quanto sembra, ha molto gradito questa proposta di recupero della nostra tradizione. E funziona! Funziona!!!
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Come citare questo articolo
Adriano Romagnolo. “Ande, Bali e Cante”. Ventaglio Novanta, n. 26, 2003. https://ventaglionovanta.it/archivio/ande-bali-e-cante/