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PERSONAGGI ILLUSTRI

Angelina Dolcetto (1921-1987)

Nel centenario della nascita, un ricordo della intrepida partigiana, che dedicò la sua vita alla cura e al sostegno dei più bisognosi

di Paolo Zambonin

Ventaglio Novanta n. 63 2022 pp. 94–96

Angelina Dolcetto, una particolare figura di donna polesana che ricordiamo nel centenario della sua nascita, avvenuta a San Bellino il 27 maggio 1921. Riteniamo doveroso parlare di lei, dapprima per il suo importante impegno quale staffetta partigiana durante la seconda guerra mondiale, e poi per la sua scelta di vita, quasi una missione, cioè la decisione di vivere per gli altri.

Figlia del sindaco Pietro – convinto socialista che aveva lottato a fianco di Giacomo Matteotti – Angela, familiarmente denominata fin dalla nascita Angelina, ereditò dal padre la stessa coscienza antifascista.

Entrò nel gruppo partigiano, che operava nei paesi del Medio Polesine, con il nome di battaglia “Carla”. Fu attiva assieme ad altre donne della zona, come Maria Travaglini “Maria” e Amelia Viaro “la vecia”, che costituivano un importate collegamento fra i vari gruppi combattenti, sostituendosi agli uomini, in modo da eludere i controlli ai posti di blocco. Non per questo era minore il rischio per loro quando, come staffette, passavano in bicicletta nei territori controllati dalla milizia fascista per portare gli ordini, per procurare vestiario e medicinali e per assistere i partigiani ammalati e feriti.

Questi, infatti erano i loro compiti: di giorno e di notte, sempre in bicicletta, tra San Bellino, Castelguglielmo, Lendinara, Stienta, Ficarolo e altri paesi, ma anche Abano e Padova, spesso tre o quattro volte la settimana, per mantenere i contatti fra i reparti e i collaboratori del movimento partigiano, persone volutamente sconosciute tra di loro, che usavano segnali convenuti per trovare il contatto necessario. In tal modo Angelina diede un grande sostegno alla causa e contribuì anche a salvare vite umane.

Nel 1944 lavorò come aiuto cuoca presso i tedeschi, pensando in tal modo di trovare copertura dai fascisti.

Nel mese di ottobre di quell’anno venne a sapere, con un giorno di anticipo, che i fascisti avrebbero fatto, con l’aiuto dei tedeschi, un grande rastrellamento nelle campagne di Precona di Castelguglielmo, dove i partigiani si rifugiavano. Nel pomeriggio si recò, quindi, in quella borgata per informare il comandante Bellino Varliero “Tito”. Nella serata raggiunse Bressane, dove trovò Mafalda Travaglini. Le due donne furono intercettate e perquisite, ma riuscirono ad evitare di essere arrestate facendo intendere di essere delle sarte in giro per lavoro. È per questo motivo che portavano con loro, nel cestino della bici, l’apposita attrezzatura di questo mestiere.

Le informazioni di Angelina al capitano “Tito” non riuscirono ad evitare il rastrellamento. Era troppo tardi. La cattura dei partigiani ebbe luogo nel fienile del Fiorentin, circondato e dato alle fiamme. I prigionieri furono trasferiti con camion nel municipio di Villamarzana, assieme ad altri presi nei giorni precedenti e scelti a caso tra inconsapevoli abitanti dei paesi limitrofi, alcuni dei quali minorenni.

Il giorno successivo, il 15 ottobre 1944, quarantatré di loro furono fucilati nella piazza di Villamarzana contro il muro della casetta del barbiere, trasformato poi in monumento a memoria dei martiri barbaramente uccisi.

Angelina continuò la sua missione di staffetta, sempre con la sua bicicletta, ma nel febbraio 1945 fu scoperta. Venne arrestata e condotta a Fiesso Umbertiano nella casa del Fascio per essere interrogata. Poi fu portata in carcere a Stienta, dove fu trattenuta per otto giorni e sottoposta a sevizie e torture. Quando fu liberata non riusciva a reggersi in piedi. Due giorni dopo fu nuovamente arrestata e tradotta alle carceri di Rovigo ma, nonostante le orribili ferite, non svelò notizie e informazioni sui compagni partigiani.

Finalmente la guerra finì e Angelina poté dedicarsi con tranquillità al suo lavoro, finché non fu assunta presso l’Ospedale civile di Lendinara come infermiera, una professione nella quale poteva esprimere appieno la sua volontà di dedicarsi agli altri, ai più bisognosi. Svolgeva il suo compito con particolare attenzione verso gli ammalati con un grande senso del dovere, ottenendo da tutti amicizia ed amore.

Continuò questa sua missione anche quando fu collocata in pensione portando assistenza agli ammalati poveri nelle loro case, un’assistenza che andava oltre le cure del corpo. Cercava, infatti, di dare loro parole di conforto per lo spirito ed un sostegno nelle fatiche quotidiane, come pure portando da mangiare a chi non poteva prepararsene, un aiuto a chi era solo, per rendere meno pesante la vecchiaia e la solitudine.

Entrò nell’Ordine Francescano Secolare, nel Gruppo di rinnovamento dello Spirito e nel Movimento Apostolico Ciechi rendendosi disponibile nelle loro attività e partecipando agli incontri, al sostegno dei sofferenti, al trasporto dei bisognosi, sempre con tanto amore e sacrificio.

Quando comprese di essere stata colpita da un male incurabile e di essere prossima alla morte distribuì tutti i suoi beni, la sua casa, i mobili, l’automobile, i soldi e gli oggetti di valore, con donazioni alla parrocchia, alle missioni, ai lebbrosi perché volle morire povera. Diede un contributo anche per la costruzione, in piazzetta San Marco a Lendinara, del monumento al partigiano in ricordo della sua attiva partecipazione quale staffetta in tempo di guerra.

A proposito di questa adesione alla lotta partigiana è interessante conoscere la motivazione per cui Angelina scelse il nome di battaglia “Carla”. Non era un nome scelto a caso, ma aveva per lei un significato molto preciso dovuto ad una storia antecedente alla militanza partigiana che inciderà su tutta la sua esistenza e determinerà le scelte da lei fatte nel corso degli anni.

Angelina, abbiamo detto, era di San Bellino. In questo paese trascorse la sua giovinezza. A 17 anni incontra un ragazzo del posto, un po’ più vecchio di lei. Si frequentano per alcuni mesi e nasce tra loro un amore profondo. La relazione non viene però accettata dalle rispettive famiglie, soprattutto da quella di Angelina. Infatti lui è figlio di agricoltori e lei di operai socialisti, e in quegli anni la lotta tra le due parti è molto dura.

Con l’obiettivo di interrompere il loro rapporto, Angelina viene mandata a lavorare nelle risaie in Piemonte, come facevano molte donne, anche giovani, in quegli anni. È la fine di maggio del 1938 e lei va ad Alessandria dove rimane per alcuni mesi, affrontando la pesantezza e i sacrifici della vita delle mondine.

In quel periodo anche il ragazzo deve lasciare San Bellino perché la famiglia si trasferisce in una azienda agricola di un’altra zona del Polesine. E qui è il destino a decidere la sorte dei due giovani con vicende sfavorevoli che si intersecano e fanno in modo che i due ragazzi non si incontrino e prendano strade diverse. Nemmeno le lettere che si scambiano servono a tenerli uniti perché vengono intercettate dai familiari e nascoste. Il silenzio che si crea tra loro fa pensare ad ognuno di essere stato abbandonato e che le promesse di amore erano state dimenticate. Nella vita del giovane entra piano piano un’altra donna, che sposerà nel mese di giugno 1940.

Nella primavera di quell’anno Angelina era andata nel paese di lui per cercare di incontrarlo. Era andata verso la sua casa, ma non era entrata. Rimase sulla strada ad aspettare. Lui la vide ma non l’accolse, non si fece trovare. In seguito lui dirà, in proposito: “Ormai era troppo tardi. Il matrimonio era stato deciso ed era imminente. Il destino ci aveva divisi anche se il mio cuore l’avevo dato ad Angela prima di conoscere Carla”.

Carla, infatti, era il nome della futura moglie ed è per questo che Angelina lo sceglierà quale suo nome di battaglia nella lotta partigiana che sosterrà qualche anno dopo. La sua storia d’amore era finita e la donna che portava quel nome era la causa di questa fine. Angelina avrebbe voluto essere al posto di quella donna di nome Carla e, forse, sentendosi chiamata in tal modo, poteva mantenere ancora un legame con la sua storia d’amore.

Ma l’amore, che Angelina sente dentro di sé, non andrà perduto. Lei saprà donarlo a quelli che incontrerà nella sua vita, a tutti quelli che soffrivano, che avevano bisogno di aiuto, alle persone che vivevano nella solitudine e nella vecchiaia.

Ma la storia di Angelina non è finita. C’è ancora un epilogo.

Sono passati più di quarant’anni. Lei è in pensione nella sua casa di Lendinara. Lui, il suo vecchio amore, vive ancora nel suo paese nell’azienda agricola di famiglia. Ora è solo perché è rimasto vedovo. Ha vissuto la sua vita con Carla, ma non mai dimenticato Angelina che era rimasta sempre nel suo cuore. Quando viene a sapere che anche lei è sola, la cerca e le chiede di incontrarlo. Angelina accetta la proposta e l’incontro avviene nella chiesa di Lendinara, dove partecipano insieme alla Messa. Poi al pranzo nella casa di lei. Im­mancabili i ricordi e le nuove promesse.

Di questo incontro lui dirà: “Io ho visto in lei ancora quella fanciulla che era al tempo della nostra gioventù, ho trovato in lei ancora un grande cuore. Ho ritrovato il suo dolce sguardo, la sua gentilezza. Lei mi ha dato una testimonianza d’amore grandissima, una prova che nessuno avrebbe potuto eguagliare”.

A questo punto poteva avverarsi quanto Angelina aveva detto ad una cugina di lui poco dopo il matrimonio con Carla: “Non l’ho sposato da giovane, lo sposerò da vedovo” a dimostrazione di quanto grande era la sua determinazione di donare il suo amore a lui per tutta la vita.

Ma ancora una volta è il destino a decidere per loro. Sarà la malattia di Angelina, poi la morte, a mettere fine alla loro storia d’amore proprio quando si erano ritrovati.

Angelina morì a Lendinara il 21 marzo 1987.

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Come citare questo articolo

Paolo Zambonin. “Angelina Dolcetto (1921-1987)”. Ventaglio Novanta, n. 63, 2022. https://ventaglionovanta.it/archivio/angelina-dolcetto-1921-1987/

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