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AMBIENTE - TURISMO - CULTURA

Barbuglio e dintorni

Un breve itinerario a ridosso dell’Adige, per scoprire una dimensione poco nota del Polesine

di Sandra Cignoni

Ventaglio Novanta n. 10 1995 pp. 42–47

In un pomeriggio di settembre, quando il granoturco fattosi ormai giallo mette in vista le grosse pannocchie, e l'uva già matura attira sciami di moscerini, è piacevole percorrere viottoli nella campagna e strette strade asfaltate che, come nastri fra i campi, da Saguedo portano a Barbuglio. A metà strada il cimitero. La cancellata è chiusa, tutt'attorno è silenzio e solitudine. Più avanti un incrocio, a sinistra via Crosara porta a Campomarzo, mentre proseguendo diritto si arriva a Barbuglio.

Si incontrano poche persone. Sono tutti al lavoro. Operosi oggi come secoli fa, quando gli abitanti si dedicavano alla costruzione o alla risistemazione di barche e burchi. Per questa loro particolare attività gli abitanti di Barbuglio erano abbastanza ricchi e si differenziavano dagli altri paesi.

A formare la “Terra Barbulei” era un gruppo di case lungo l’argine dell’Adige, in tutto si contavano 380 abitanti. Nel 1555 la piccola comunità avviò i lavori per la costruzione di una chiesetta, avendo ottenuto il permesso dall’Abate della Vangadizza ed il consenso del Parroco di Saguedo. Il distacco dalla matrice di Saguedo fu stabilito dalla Santa Sede con Bolla Pontificia nel 1567 (il documento è conservato nell’archivio parrocchiale).

Il piccolo tempio fu dedicato a S. Nicola da Bari e consacrato nel 1569. Perché questo patrono con origini tanto lontane? Nicola era stato vescovo di Mira (Turchia); nel 1087 le sue reliquie furono trasferite dalla Turchia a Bari dove si costruì la cattedrale e il Santo divenne S. Nicola da Bari, e da allora S. Nicola è considerato il patrono dei marinai. La gente di Barbuglio, formata da barcaioli, si pose sotto la protezione di questo Santo.

Barbuglio era infatti il piccolo porto fluviale di Lendinara. Da qui, su barconi, trainati da terra da cavalli, partivano le merci, soprattutto granaglie, per Venezia. La strada detta delle “carrette” che passava davanti all’oratorio di S. Chiara e superava il ponte “Carletto”, univa Lendinara al suo porto.

Dopo la separazione dalla chiesa di Saguedo, i capifamiglia di Barbuglio fissarono la dote annuale per il parroco (si costituì il “giuspatronato laicale” di natura popolare): 24 staia di frumento (misura del Castello di Lendinara) più 12 ducati d’oro. In seguito aggiunsero una quarta di frumento per ogni abitante maschio (sopra i 12 anni) e mezza quarta per ogni abitante femmina (sempre sopra i 12 anni). Il parroco era nominato dai capifamiglia. Tutto questo rimase in vigore fino all'unità d'Italia.

Ma i rapporti fra le parrocchie di Barbuglio e quella di Saguedo furono sempre difficili. Dopo la separazione, sancita dalla Bolla Pontificia che non parla di particolari funzioni religiose da parte del Parroco di Saguedo, quest’ultimo si credette in diritto di fare, nella festa dell’Ascensione, una annuale processione all’Adige per la benedizione delle acque, passando per il centro di Barbuglio ed entrando in chiesa per cantare il Vangelo delle rogazioni davanti all’altare maggiore.

Questa “intrusione” dava fastidio ai barbugliesi, e spesso scoppiarono dissensi, discordie e zuffe collettive, tanto che si arrivò (così è tramandato) a impugnare come armi, le grosse e lunghe candele portate in processione! Vi furono denunce alle autorità religiose e civili.

Trovando tutto ciò disonorevole, si stabilì tra le due parti di sostituire la funzione con una messa solenne che il Parroco di Saguedo doveva celebrare nella festa della SS. Trinità. La chiesa di Barbuglio doveva essere preparata nel modo migliore, per onorare la Chiesa matrice.

Questo accordo non piacque però ai Barbugliesi che cercarono di ostacolarne l’attuazione ma fu confermato prima dal Tribunale dei 10 di Venezia con decreto ducale (1786), poi dal Tribunale Vescovile (1789) e in seguito a nuovi screzi, con decreto imperiale asburgico (1800), poiché tutto il territorio di Venezia era passato sotto l’Austria.

L’annuale cerimonia fu ripetuta dal parroco di Saguedo fino al 1963, nonostante che nel frattempo il primitivo tempio fosse stato abbattuto (anno 1919), per rinforzare gli argini dell’Adige.

Ricordiamo che l’antica chiesa era posta sulla prima parte dell’argine, di fronte al paese, orientata da levante a ponente.

Nel 1763 la primitiva struttura era stata ingrandita e dotata di una facciata simile a quella della chiesa di Saguedo e ornata con 5 statue; all’interno presentava 5 altari in marmo di squisita fattura. Altre opere importanti erano la pala di S. Nicola del pittore Novelli, la cantoria dell’intagliatore Ponzilacqua di Lendinara, l’organo di G. Calido (si spesero lire 887), il pavimento di marmo con due sepolcri.

Nel 1742, soppressa l’Abbazia della Vangadizza, la parrocchia passò sotto la giurisdizione di Adria e nel 1793 il sacerdote ebbe il titolo di Arciprete.

Ma nel 1875 un regio decreto deliberò il rinforzo dell’argine dell’Adige. Più volte rimandata, l’esecuzione dei lavori fu avviata nel 1919, comportando la demolizione di tutto il complesso: chiesa, campanile e casa canonica. Fino al 1939 gli altari demoliti e tutti i marmi furono accatastati e lasciati alle intemperie e la suppellettile sparsa nelle case. Per le sacre funzioni un privato mise a disposizione un piccolo ambiente e il parroco visse in un granaio.

Nel 1922 era cominciata la ricostruzione: fu benedetta la 1ª pietra ed eretti i muri, ma poi vennero a mancare i soldi e tutto si fermò. Per fortuna intervenne un gruppo di volontari di Rovigo a prendere in mano l’amministrazione: la chiesa fu ultimata e il 2 aprile 1927 si celebrò la 1ª messa. Ma per pagare il debito residuo si vendettero altari, candelabri, statue, lampade, la cantoria, l’organo, il pulpito e gli oggetti sacri! Coi pezzi rimasti, e malamente ricomposti, si ricostruì l’altar maggiore, e due paliotti furono collocati nelle cappelle laterali della B.V. del Rosario e di S. Valentino. Un altare finì invece nella chiesa di Costa.

L’attuale chiesa è semplice ma non disadorna e nella penombra l’animo può raccogliersi sotto lo sguardo del patrono S. Nicola che da una nicchia dell’abside vigila sul popolo. E a vigilare, all’esterno del tempio, è pure Papa Giovanni XIII: il monumento eretto nel giardino della canonica, di fianco alla chiesa, è stato voluto da Don Pietro Padovan: fu inaugurato e benedetto nel 1982 e visitato nel 1986 da monsignor Loris Capovilla. Questo parroco volle essere sepolto nel cimitero locale: un fiore non manca mai sulla sua tomba.

Mi allontano, mentre il mio sguardo si posa sulla trifora che sovrasta il portale d’ingresso, da dove si alza in volo una colomba dopo una sosta per riposare.

Voglio arrivare nel vicino paese di Campomarzo. Via Stradella del coppo, via Sette campi: nomi legati a fatti, a tradizioni o all’ambiente. Le case sembrano stringersi quasi a voler tenere lontani occhi indiscreti. La strada porta tra campi, a volte si restringe circondata da alberi e viene il dubbio se si potrà uscire da qualche parte o si dovrà ritornare sui propri passi. Si dice che gli abitanti di questo paese siano molto riservati. (Un retaggio del periodo in cui la Repubblica di Venezia utilizzava questa terra come zona di deportazione?). Qui visse uno strano personaggio che gli anziani dovrebbero certamente ricordare: “Gnurfa”, piccolo boss locale, furbo e temuto: riusciva con mille stratagemmi ad imbrogliare anche le guardie!

Risalgo sull’argine: osservo la vastità della campagna coltivata, specchi d’acqua in mezzo ai campi di granoturco, vecchie case abbandonate e vicino le nuove abitazioni, moderne, funzionali ma dall’architettura non sempre in armonia col paesaggio.

Mi giro, in quel punto il fiume presenta una grande ansa, è maestoso ma incute timore. E smisurata doveva essere la paura quando le acque crescevano fino a raggiungere la sommità dell’argine. La gente allora ritrovava una viva fede e pregava; pregava la Madonna affinché l’argine non rompesse e costruiva capitelli e chiese: eccola lì la chiesetta di Pradespin dedicata alla Madonna nera. Non è la primitiva chiesa, demolita per il rinforzo degli argini (1892), ma quella fatta ricostruire nel 1893 dalla fabbriceria del Pilastrello. Sembra sorgere da un mare verde perché l’erba cresce compatta tutta intorno. Mai nessuno desidera entrare per una preghiera? Forse non serve. Il luogo è così appartato, silenzioso, le pareti della chiesa sembrano dilatate in modo da rendere tutto quell’angolo di natura una chiesa. La campana del piccolo campanile a vela tace.

Poco lontano un’altra piccola cappella. Era un capitello eretto ancor prima della chiesetta di Pradespin, ed ora ricostruito, modificato e ben tenuto. Sull’altare sempre l’immagine della Madonna. Ma questi luoghi di preghiera si animano nella 1ª domenica di ottobre quando il popolo si reca in processione per celebrare la Madonna del Rosario. È la festa anche delle giuggiole e del melograno.

Ritorno verso Ca’ Morosini rimanendo sulla strada arginale. A tratti le rive sono fitte di alberi e il sole al tramonto crea luci ed ombre sempre più scure. Il vecchio mulino con la grande ruota… non c’è più: è scomparso nel 1953.

Ecco il ponte di Ca’ Morosini (costruito in legno nel 1872, in ferro nel 1928, colpito dalle bombe il 20 aprile 1945, rifatto e reso agibile nel 1948).

Ma ecco che qualcos’altro attira la mia attenzione. Scendo la scarpata e, camminando fra campi arati lungo un fossato, arrivo a uno specchio d’acqua, quasi interamente ricoperto di ninfee, al centro un piccolissimo isolotto con alberi che danno rifugio a uccelli canori. Qualcosa scivola sotto acqua lasciando appena una scia, mentre si dirige verso l’isolotto. Non arrivano voci umane: la natura dà rifugio a piccole creature che qui si sentono ancora al sicuro. Un viottolo fra campi di granoturco e filari di viti mi porta sull’asfalto. Lascio alle spalle un angolo di Polesine ancora antico, immoto, col desiderio e la certezza di ritornarci magari in primavera quando colori e forme ricominciano a vivere.

I più vivi ringraziamenti a Monsignor Giusberti per le notizie fornitemi sulla chiesa di Barbuglio.

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Come citare questo articolo

Sandra Cignoni. “Barbuglio e dintorni”. Ventaglio Novanta, n. 10, 1995. https://ventaglionovanta.it/archivio/barbuglio-e-dintorni/

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