Nel numero 57 del Ventaglio, con il testo “O vent’anni o la morte”, (pag.60 e successive), abbiamo trattato del modo violento e sbrigativo con cui le autorità austriache risolsero il problema del brigantaggio di metà Ottocento (particolarmente diffuso nel Veneto meridionale) per nulla interessate a capirne le vere cause, cosa che, se fosse avvenuta, avrebbe comportato soluzioni diverse rispetto al plotone d’esecuzione che fece tante vittime.
Un fenomeno, quello del brigantaggio, che ebbe profonde radici soprattutto a Stienta, dove furono catturati oltre cento componenti di varie bande, la maggior parte dei quali subirono la condanna a morte.
In questo numero intendiamo approfondire le circostanze che hanno portato al diffondersi del fenomeno del brigantaggio rurale, e a comprendere in particolare le motivazioni per cui un tranquillo paese rivierasco come Stienta, ebbe a configurarsi come il principale covo del brigantaggio polesano¹.
Il brigantaggio sociale
Fra Bonaventura da Masér, il francescano incaricato dagli austriaci di portare l’estremo conforto ai condannati a morte, autore di un interessante libretto sulle vicende del Giudizio Statario,² individuava le cause del brigantaggio in tre fattori principali: 1) l’ignoranza in fatto di religione, 2) i tristi compagni, 3) la frequenza assidua delle osterie. Cause banali, quasi ovvie, ma vere, motivo per cui il fenomeno del brigantaggio è stato a lungo ritenuto una deviazione etico-comportamentale, da punire severamente.
Questa teoria ha retto fino a quando furono pubblicate le moderne ricerche sul brigantaggio contadino di Eric John Hobsbawn,³ che hanno dato al fenomeno una dimensione sociale più aderente alla realtà.
In accordo con questo autore, diremo che il brigantaggio stientese s’inquadra nel contesto di quello che egli ha definito come banditismo sociale delle comunità rurali, una forma di riscatto dalle ingiustizie condotta in modo istintivo, tipica delle società egemonizzate e oppresse, che vedono nei fuorilegge degli eroi, dei vendicatori e dei combattenti per la giustizia.
L’unica differenza è che a Stienta non è esistito un Robin Hood, o una sola banda, ma siamo in presenza di un brigantaggio diffuso, che ha coinvolto praticamente tutta la classe bracciantile (lo dimostra l’elevato numero delle vittime della repressione). Sarebbe, quindi, più corretto definirlo come una ribellione di popolo che, date le motivazioni sociali, lascia intravvedere un primo abbozzo di movimento politico, precursore del Socialismo, partito che affonda le proprie radici nelle lotte contadine e che in seguito dominerà la scena politica di Stienta per molti decenni.
Ma veniamo alle cause vere e proprie.
La possidenza Camerini
Il nodo principale della questione stientese era la presenza del latifondo di Silvestro Camerini (1777-1866), esteso per circa i 3/4 delle terre comunali, 1600 ettari circa, che aveva inglobato – coi metodi che vedremo più avanti – sia la grande possidenza nobiliare, che la piccola e media proprietà contadina.
Detto latifondo si allargava con propaggini anche nei comuni limitrofi di Gaiba, Bagnolo, Fiesso, Occhiobello, ed inoltre a Polesella (ex tenuta Loredan di Raccano), per un totale di circa 3000 ettari, riuniti sotto la direzione dell’Agenzia di Stienta, che aveva sede nella “corte” ex conti Nappi, sulla riva sinistra del Po.
Oltre Polesella, in direzione di Guarda e Crespino, si estendevano le tenute di un altro Camerini, Cristoforo (1784-1858), fratello di Silvestro e contitolare dell’omonima impresa d’appalti nei primi decenni di attività.
Silvestro Camerini – personaggio di cui si è occupato anche il n. 56 del Ventaglio, forse in modo troppo encomiastico – era un imprenditore abile, di grande successo, ma dalla doppia personalità: tanto generoso, caritatevole, filantropo, con le istituzioni religiose (che lo ricolmarono di titoli onorifici), quanto spregiudicato negli affari, sfruttatore di manodopera, avido di ricchezza e per di più con un carattere decisamente autoritario. Fu più volte indagato dalle autorità austriache per sospetta corruzione di funzionari dell’Amministrazione Provinciale, per turbativa d’asta negli appalti di opere pubbliche (che riusciva ad aggiudicarsi senza ribassi, grazie ad accordi sottobanco coi concorrenti), per utilizzo di materiali scadenti nei lavori effettuati, ma ne uscì sempre scagionato, a dimostrazione anche di una grande scaltrezza del personaggio.⁴
Camerini, appaltatore, latifondista ed esattore di imposte
La prima lucrosa attività svolta da Silvestro Camerini (in società col fratello Cristoforo), fu quella di appaltatore di lavori per conto dello Stato Pontificio prima e del regno Lombardo Veneto poi, per la costruzione di argini e strade, l’escavo di canali, la chiusura di rotte. Insomma, un’impresa, che potremo definire di movimento terra e inerti (ghiaia in particolare), eseguita all’epoca da uno stuolo di scarriolanti e birocciai sottopagati, alle sue dipendenze. La combinazione appalti a prezzo vantaggioso e manodopera a basso costo era dunque la prima fonte dei lauti guadagni dell’impresa Camerini.
Silvestro aveva conosciuto le campagne di Stienta nel 1814, quando si era aggiudicato l’appalto per lo scavo dello Scolo di Zelo, un collegamento tra il Cavo Bentivoglio della Bonifica Superiore (o di Zelo) e quello della Bonifica Inferiore (o di Stienta) per convogliare le acque di entrambe alla chiavica di Occhiobello.
Grazie al suo fiuto per gli affari, aveva capito che quelle campagne, fino allora improduttive e acquitrinose, sarebbero diventate fertili in seguito allo scavo di quel canale. Inoltre, buona parte di queste campagne era di fatto abbandonata dai proprietari che, essendo domiciliati a Ferrara, trovavano difficoltà burocratiche nell’attraversare il Po (serviva il passaporto), divenuto dal 1815 confine fra lo Stato Pontificio e il regno Lombardo Veneto.
Tutto questo aveva indotto i casati ferraresi Nappi, Beccari, Maffei, Fiaschi a cedere le proprietà transpadane a Silvestro Camerini a prezzi di saldo.⁵
Più complessa si presentava invece l’acquisizione dei fondi nelle cosiddette “Terre Vecchie” le meglio coltivate e più produttive, caratterizzate dalla presenza di aziende medio-piccole, che garantivano il sostegno economico alla maggioranza della popolazione stientese. Ma anche per queste si avvicinavano tempi difficili a causa della diminuzione del reddito (alcune patologie avevano colpito la vite e il baco da seta, settori importanti per l’economia del tempo) e il contestuale rincaro della famigerata “tassa prediale” attuato dall’insaziabile fisco austriaco.
Nel frattempo, Silvestro Camerini aveva diversificato la sua attività, affiancando all’impresa di opere pubbliche, anche l’appalto della riscossione delle imposte: la prima esattoria assegnatagli (1818) fu quella del distretto di Occhiobello; in seguito sarà esattore per conto del Governo di tutta la provincia di Rovigo e di parte di quelle di Padova, Venezia e Treviso.
Una posizione quella dell’esattore, che gli permetteva di confiscare e vendere all’asta i terreni di chi era in mora col pagamento delle imposte, ma anche di poterli acquistare prima dell’avvio della procedura esecutiva, col vantaggio di essere in una posizione di forza nel contrattarne il prezzo.
E, racconta ancora la gente del luogo, se per qualche puntiglio il bene fosse finito all’asta, non potendo il Camerini partecipare alla gara, vi faceva concorrere il cognato Eugenio Tartarini (aveva sposato Giovanna Camerini, sorella di Silvestro), che risiedeva a Stienta col ruolo di agente, di modo che con una successiva vendita, l’immobile entrava comunque nel patrimonio Camerini.
Con tale strategia, Silvestro Camerini aveva liquidato la quasi totalità dei possidenti locali, nobili o borghesi, diventando padrone incontrastato di Stienta: “Quando il Conte veniva a Stienta, il sindaco e le altre autorità andavano a riceverlo alla carrozza e lo accompagnavano in municipio. Era il padrone assoluto di tutte le terre e la banda suonava solo per lui”, ricordava nelle sue memorie l’on. Severino Bolognesi.⁶
A quel punto gli stientesi estromessi dalle terre speravano di potervi rientrare come fittavoli o livellari, visto che al Camerini interessava la rendita e non la conduzione in proprio, ma anche questa speranza andrà delusa: le affittanze venivano infatti assegnate al miglior offerente e con un prezzo di base elevato, per cui gli aggiudicatari erano quasi sempre famiglie forestiere (in genere venete), ricche di braccia da lavoro, perciò autosufficienti (o quasi) di manodopera.
Così scrive al riguardo uno studioso di quel periodo: “Per tutto il loro dominio i conti Camerini prosciugarono risorse da Stienta, contribuendo ad impoverire il territorio. Il frutto del loro dominio, la rendita, si realizzava spremendo sia i braccianti che i fittavoli”.⁷
Ridotta allo stato bracciantile, con lavoro solamente avventizio o compartecipato a percentuale molto bassa, la gente di Stienta era finita in miseria e cercava di supplire all’indigenza con qualche furtarello di cose commestibili o caccia e pesca di frodo, piccoli reati di solito tollerati dalle autorità, anche se avevano raggiunto livelli preoccupanti.⁸
Ma i successi ottenuti coi moti insurrezionali del 48, (a fine marzo gli Austriaci avevano dovuto sgomberare il Polesine e ritirarsi nelle fortezze del Quadrilatero), avevano insegnato al popolo che, agendo in forma collettiva, si poteva ottenere molto di più che singolarmente, una strategia che avrebbe potuto funzionare anche contro i padroni. E questo nonostante l’illusione della libertà fosse durata poco, poiché un reparto dell’esercito austriaco aveva occupato Stienta nell’agosto di quell’anno (pochi giorni dopo l’infausta battaglia di Custoza) per restarvi fin dopo la battaglia di Novara (23 marzo 1849), quando, repressi i moti risorgimentali e requisite le armi ai privati, farà ritorno ai propri quartieri.
La rivalsa sociale
Nel frattempo a Stienta erano rientrati sia i disertori che i volontari della Prima Guerra d’Indipendenza, e tra questi il patriota Alfonso Turri, figlio del farmacista (la farmacia era il covo dei cospiratori), reduce dalla disperata difesa di Venezia. Gente ricercata dalla polizia, costretta a vivere di nascosto, che covava un desiderio di rivincita contro l’oppressore austriaco e un forte disprezzo nei confronti di tutto quello che rappresentava il potere straniero.
E chi poteva rappresentare il dominio dell’Austria meglio dell’esattore delle imposte Silvestro Camerini?
Così a Stienta le rivendicazioni sociali contro il Camerini e i suoi fittavoli si mescolano con sentimenti patriottici, rancori personali, delinquenza comune, una miscela esplosiva sfociata inevitabilmente in una ribellione di popolo. Non sulle barricate, come quella del 48, facilmente reprimibile dagli austriaci, ma in forma di guerriglia notturna per bande più o meno numerose.
Le prime ad essere assalite sono le isolate cascine del “tiranno” Camerini, i suoi mulini nel Po, i beni del suo agente Tartarini e dei sensali che trafficavano con lui.
Dopo aver ripulito Stienta e dintorni, le bande stientesi allargano il loro raggio d’azione a buona parte del Medio-Alto Polesine, ovunque ci fosse qualche interesse dei Camerini o dei loro parenti da colpire (come il Cuccati di Castelguglielmo, cognato di Cristoforo), o qualche ricco possidente da derubare.
Fu proprio allora che l’Austria scatenò la durissima repressione del “brigantaggio”, di cui si è parlato nel numero 56 del Ventaglio. Ma nemmeno l’esito tragico di questa esperienza, porrà fine allo scontro tra il popolo di Stienta e la proprietà Camerini, poiché anche nei decenni successivi all’azione repressiva si ripeteranno azioni di sabotaggio (incendi di fienili e taglio di viti), minacce di morte ai fattori, scioperi, occupazioni abusive di terre, aggressioni, ecc.
A poco servirà anche l’invio a Stienta di carabinieri a cavallo e di un reparto di bersaglieri (ospitati nella villa sul Po). La situazione rimane tesa, al punto che ancora settant’anni dopo le vicende del brigantaggio, il conte Paolo Camerini (pronipote di Silvestro), “onde evitare più gravi tumulti”, metterà in vendita le campagne dell’Agenzia di Stienta fra il 1918 e il 1925, col sistema della locazione enfiteutica ad affranco in 15 annualità⁹, per allargare la possibilità di acquisto anche ai contadini con limitate disponibilità immediate.
Filantropia? Generosità? Solo in apparenza, in realtà uno stratagemma per incamerare più denaro (nel rateo erano infatti conteggiati il canone enfiteutico e il recupero del capitale con gli interessi) e non deprimere i prezzi del mercato fondiario, dal momento che l’impresa Camerini in grave crisi finanziaria, era costretta ad alienare buona parte del patrimonio immobiliare.
La fine del latifondo e i nuovi conduttori
Il latifondo Camerini a Stienta era durato circa un secolo e finiva senza rimpianti, ma non senza conseguenze. Infatti, aveva ridotto la gente ad una tale povertà che quasi nessuno stientese sarà in grado di acquistare un lotto di quelle campagne, come avrebbe tanto desiderato.
Ancora una volta la favorevole occasione andrà a vantaggio di famiglie contadine di provenienza esterna (fra le quali anche quella dello scrivente, proveniente da Bergantino) che, impiantatesi a Stienta, avranno ancora rapporti difficili, ma senza eccessi, con la classe bracciantile.
La questione sociale restava irrisolta, ma, in compenso, dalla dissoluzione del latifondo Camerini si era formato un nuovo ceto medio laborioso e più sensibile ai problemi sociali, che nel tempo contribuirà al benessere e a placare gli animi della turbolenta comunità stientese.
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Come citare questo articolo
Michelangelo Caberletti. “Camerini e il brigantaggio”. Ventaglio Novanta, n. 58, 2019. https://ventaglionovanta.it/archivio/camerini-e-il-brigantaggio/