Ci eravamo preparate per il Carnevale, Fulvia ed io, cucendoci i vestiti da sole. Le maschere ci avevano ispirato, e così, quella mattina presto, già vestite da Damine del ‘700, avevamo preso il treno da Rovigo alla volta di Venezia. Anche se tutti ci guardavano, a noi suscitava ilarità, eravamo contente.
Io avevo uno stupendo vestito verde e bianco, con mazzolini di fiori ricamati in rosa e giallo. Fulvia, la mia inseparabile amica, indossava un vestito rosa e nero, e tutte e due ci presentavamo con la mascherina al viso e la parrucca bianca. Naturalmente, anche il mantello pesante, perché a febbraio, si sa, fa un certo freddino a Venezia… ma il divertimento è assicurato.
Prenotata on line per tempo la camera, in un albergo di poche pretese, ma vicino al centro, ci aggiravamo già, appena arrivate, con grande entusiasmo, per i ponti e per le calli. Assaporavamo già un week-end da sogno, ma non immaginavamo quanto!
“La cosa migliore è camminare con calma e farci ammirare!” Dissi io.
“Ci hanno già fatto tante fotografie i giapponesi e.. ma guarda quel costume! Lucia!” Gridò Fulvia “Che maschere meravigliose! Ah, ecco un caffè! Sediamoci, sono stanca morta di fare la damina. Adesso mi prendo un bel caffè e mi riposo un po’, senti, c’è anche la musica.”
“Caffè con musica, chissà quanto costa, qui in piazza S. Marco!”
“Sì, ma ne vale la pena, sembra di essere in un altro secolo, è per questo che siamo venute qui, vestite in costume, no? E poi… magari incontriamo Casanova!”
A colpo d’occhio la piazza era stupenda e un po’ di sole brillava sulle guglie dorate di luce della Basilica. I Mori di bronzo picchiavano sulle campane della Torre scandendo le ore.
“Sono già le undici” notò Fulvia! Quanta gente!”
“Siamo molto ammirate.” Intervenni, e… “Eccolo, eccolo!”
Fulvia si alzò in piedi e io seguii il suo sguardo… un bel ragazzo, alto e magro, anche lui in maschera, con un vestito del ‘700, passava sulla piazza, solo, camminando in fretta.
“Seguiamolo!” dissi, e uscimmo all’aperto. Sotto la Torre dei Mori c’era un passaggio, una via si snodava, curva e stretta, piena di gente che sbucava da ogni dove e tutti ci guardavano. Il giovane pareva provenire da un altro mondo. Un gruppo di turisti giapponesi ci chiese gentilmente di fotografarci, così nella breve sosta lo perdemmo di vista. Ritornammo al mondo reale.
Con l’incedere della giornata cresceva sempre di più la folla, che ad un certo punto invase il ponte dove stavamo salendo. Fu allora che mi persi. Mi voltai cercando la mia amica, ma niente. Forse si era attardata davanti a qualche vetrina, forse era andata avanti, fatto sta che mi ritrovai sola per Venezia. Avevo sì il numero dell’albergo, ma…, santa patata!, Il cellulare ce l’aveva Fulvia perché nella mia minuscola borsettina non c’entrava. Avevo i documenti, i soldi, ma… niente telefonino.
Camminai per non so per quanto tempo, a volte spinta dalla massa di gente, a volte sola in qualche stradina fuori dall’itinerario delle frecce – per San Marco – per Rialto – per Stazione. Alla fine, stanca morta, mi sedetti.
“Che furba sono!” pensai sconsolata. Ero per caso davanti al bancone di una rosticceria, presso un portone semiaperto che lasciava vedere una parte di un cortile. Un riflesso di sole fiammeggiò sulla rientranza di un muro. Una luce, la fiammata di un candelabro acceso, da cui fui subito attratta. Che cos’era? Un mistero? Seguii il percorso verso l’immagine misteriosa, e mi ritrovai subito in un vicoletto stretto stretto cosparso di sacchetti di rifiuti.
Il vicolo conduceva ad un’altra strada, più grande, dove vetrine con vestiti carichi di lustrini mostravano la Venezia dei turisti, coprendo quella più vera. Ritornai indietro, nel vicoletto che era ostruito dai rifiuti, ma dava su un canaletto, dove una barchetta aspettava, vuota, cullandosi sull’acqua torbida.
Sentii fischiettare e un giovane, vestito anche lui da gentiluomo stile ‘700, uscì da una porticina, sorridendo. Un gabbiano atterrò su uno dei pali piantati nell’acqua e il ragazzo si voltò e mi vide. Era proprio il giovane che avevamo inseguito a Piazza S. Marco, mi venne incontro e mi prese la mano con grazia.
“Ciao damina, sono incantato.” Mi apostrofò allegramente.
“Ciao, ma dove sono?” chiesi io. E lui: “Siamo in calle delle maschere..chi sei?”
“Sono Lucia, a dire la verità mi sono persa.”
“Sono Alex, vieni, ti porto io in S. Marco, così potrai ritrovare la strada, sali su.”
“Ma… in barca?” chiesi io titubante.
“In barca sì, e a remi… Ma non è lontano, vedrai. Sto andando a prendere delle persone per il ballo in maschera di stasera al palazzo Grande, vieni anche tu?”
“Sarebbe bello, ma dov’è questo posto?”
“Non ti preoccupare, ti ci porto io.” rispose.
Navigare a remi per i canali di Venezia era molto piacevole, e il nocchiero era esperto; ammirai la città sull’acqua all’imbrunire mentre, all’avvicinarsi al palazzo, piccole luci galleggiavano sulle onde.
“Eccoci arrivati” disse Alex “Ti faccio scendere, ma poi aspettami qui, torno subito” Ma in quel momento, due figure incappucciate corsero verso di noi, ci urtarono e, scappando, persero un sacchetto.
“Ehi, avete perso questo“ esclamò Alex e poi… “Ma questo cos’è?” Dal sacco uscì un tintinnìo e rotolò fuori uno splendido calice di vetro di Murano.
“E’ una meraviglia… meno male che non si è rotto..” disse Alex “Guarda, è tutto variegato, colore del tramonto.”
“E’ di tutti i colori “ osservai. “Guardalo in controluce, è meraviglioso!”
I due che ci avevano urtati erano fuggiti. “Sarà frutto di qualche rapina.” Ipotizzò Alex “Portiamolo con noi, forse qualcuno lo sta cercando..” “Ma… e se ci incolpano del furto?” chiesi io, titubante. Alex mi guardò e sorrise, in silenzio.
Entrammo nel palazzo: stupendi lampadari a più fiamme risplendevano accesi nell’atrio, le pareti erano tutte affrescate e alcune persone in maschera, erano in attesa all’ingresso. Aspettavano di salire al piano nobile, nella sala del ballo. C’era tutta la Commedia dell’Arte: Arlecchino con il vestito di cento colori, Colombina, la servetta scaltra col grembiulino, e Brighella, poi altri con magnifici costumi d’epoca. Restai incantata… un conto era vederli in strada, altro era in un palazzo così…
“E’ incredibile, bellissimo, quando lo dirò a Fulvia.., ma chissà dov’è adesso, mi starà cercando” pensavo un po’ dispiaciuta. Poi mi consolai: “Beh, qui non sono in pericolo e, comunque, mi sto divertendo.”
Una musica dolce, veneziana, di archi, cominciò a diffondersi per tutto il palazzo. “Andiamo” disse Alex e mi prese per mano portandomi lassù.
La sala da ballo era immensa, tutta illuminata e decorata con grandi tende e fiori rari. Si mangiava, ed anche io ne approfittai. Il calice l’avevo ancora, ma quando Alex insistette per farmi ballare, lo lasciai, ben avvolto, su una sedia.
Al nostro ritorno, era sparito. Il clima si era fatto pesante, la confusione eccessiva. “Il calice non c’è più” sussurrai allora con tristezza ad Alex, che mi guardò e disse: “Usciamo, dài, andiamo via.” Mi prese per mano e uscimmo nella calle. La luna ora si faceva vedere a tratti fra le nuvole blu. Nella piazzetta accanto alla villa incrociammo altre strane maschere che arrivavano allora per la festa.
“Si sta meglio qui, o no? Almeno si respira.” disse lui e io annuii.
“Ma.. senti..” dissi io “Non ti sembra di sentire qualcuno che…” Un gemito si udiva appena nella notte.
“Di qua !” disse deciso Alex e, girato l’angolo e fatti pochi passi, trovammo un uomo a terra, coperto da un mantello sporco di sangue.
“E’… morto?” chiesi io, impaurita, con la voglia di scappare nelle gambe.
“Mi sembra di no.” rispose Alex “Però è ferito… guarda lì!”
Nella sacca caduta a terra spuntava un calice. “Il nostro calice!” esclamai. “E’ lui che l’ha rubato e ora.. è ridotto male. Chiamiamo la polizia!” sussurrai.
“No, la polizia no!” disse Alex, mentre l’uomo a terra continuava a lamentarsi.
“Ma un dottore almeno, o il 118..” continuai. “Bisogna fare qualcosa.”
“Vado io a chiamarlo.” disse deciso, e sparì dietro l’angolo.
“Mio Dio, speriamo faccia presto.” Pensavo, disperata, ma Alex non tornava.
Era ormai l’alba, Venezia si risvegliava dai prolungati festeggiamenti del Carnevale: tutta la notte, chiara e lucente, come uscita da un lungo sogno. L’uomo respirava a fatica, io non sapevo cosa fare e restai lì. Dopo poco tempo, ma che mi sembrò lunghissimo, alla prima luce del sole, una motovedetta dei vigili si fermò sul canale, a pochi passi da me.
“Signora, ha bisogno di aiuto?” mi chiesero dalla barca e io: “Venite, presto, qui un uomo è svenuto… ed è anche ferito!” Chiamarono subito un’ambulanza che giunse veloce per ripartire verso l’ospedale. “Non si preoccupi” dissero “non è grave”.
“Abbiamo ricevuto una segnalazione anonima.” Dissero.” “E’ suo parente?”
“No. Piuttosto devo denunciare un furto.” E mostrai loro il calice. “L’ho ritrovato accanto a lui.”
Raccontai all’ispettore tutto l’accaduto di quella notte. Lui mi osservò dubbioso. “Ora guardo sul computer i reperti rubati o spariti… dunque questo calice… ecco qui… scomparve nel 1791 da un palazzo nobiliare di Venezia… è di grande valore.” Mi guardò e sorrise “E lei l’ha ritrovato! Brava! Forse le spetta una ricompensa…”
“Vede, comandante, “ dissi io “non ero sola, c’era un ragazzo con me, si chiamava Alex, poi è sparito, non so altro.” Frattanto fui attratta dallo schermo del computer: insieme ai reperti rubati c’era l’immagine di un quadro del ‘700, di un pittore veneziano minore.
“Comandante, guardi, non mi prenda per matta, ma chi è quello?” E indicai l’immagine “E’ lui Alex, o mi sembra, almeno.”
“Vuole dire che il giovane del ritratto ‘assomiglia’ al suo amico scomparso?”
“Sì, beh, forse ho sognato, stanotte, ma mi è sembrato di vivere in un’altra epoca.”
“Venezia fa questi strani scherzi, mi creda.” Disse lui e poi continuò: “A proposito di scomparsi, lei non è Lucia Angeli?”
“Sono io, perché?” . “Perché una sua amica, Fulvia Benetti, è qui che la cerca! “
Dopo avermi abbracciato e sgridato fra le lacrime, Fulvia mi disse: “Volevo sporgere denuncia di scomparsa, ero qui per questo!”
“Sapessi che storia ho vissuto io” dissi “Adesso ti racconto tutto, è una storia fantastica e strana… ma, un momento, e quel signore?” Tornai indietro e chiesi all’ispettore notizie dell’uomo ferito nel vicolo.
“Sta meglio, aveva solo una ferita superficiale, è già uscito, anzi, è sparito prima di essere identificato… forse c’è di mezzo un traffico internazionale di opere d’arte rubate…”
Sorrisi. “Un altro mistero.”
Fulvia ascoltò tutta la storia con gli occhi sgranati poi disse: “Dopo aver fatto colazione con cappuccino e brioche, ti sentirai meglio e vedrai tutto con occhi diversi, ma..e Alex? Che fine avrà fatto?”
“Forse era un ladruncolo anche lui” osservarono due signori che si erano fermati ad ascoltare la mia storia.
“O forse anche lui viene dal passato..” osservò Fulvia, che poi aggiunse: “Comunque, è stato un bel fine-settimana, o no?”
“Un bel week-end… con sorpresa!” conclusi io, sorseggiando il caffè.
La città sull’acqua ora era piena di sole. Ci dirigemmo verso la stazione dove trovammo subito il treno per il ritorno. Il nostro saluto a Venezia fu un mezzo sorriso e una mezza lacrima.
“Domani si lavora.” “Si ricomincia!” “Ciao Venezia!”
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Come citare questo articolo
Marisa Monesi Buoso. “Carnevale a Venezia”. Ventaglio Novanta, n. 54, 2017. https://ventaglionovanta.it/archivio/carnevale-a-venezia/