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STORIA - TRADIZIONI

Cent’anni

Riflessioni in libertà in occasione della presentazione del volume di D. Crivellari e F. Jori: Giacomo Matteotti figlio del Polesine

di Giovanni Chioldin

Ventaglio Novanta n. 66 2025 pp. 29–32

Il 2024 è stato l’anno del centenario: cent’anni da quel 10 giugno 1924 che ha segnato, drammaticamente, la nostra storia. E, come succede per tutte le ricorrenze, più o meno “tonde”, il calendario ci invita a ricordare, a ripercorrere, a rivivere eventi del nostro passato – personale o collettivo – più o meno recenti.

Nel nostro caso specifico (un secolo dal delitto Matteotti), la ricorrenza ha certamente portato buoni frutti: eventi, commemorazioni, pubblicazioni, incontri, tavole rotonde…

La stessa maratona di lettura “Il Veneto Legge”, nella sua edizione 2024, proponeva tra i vari temi: Giacomo Matteotti. Anche la Biblioteca Comunale “Ludovico Ariosto” di Bagnolo di Po ha deciso di correre la sua maratona con l’aiuto di un gruppo di lettrici e lettori volontari che hanno prestato la loro voce per leggere alcuni passaggi salienti, tratti dal volume Giacomo Matteotti figlio del Polesine, in una serata dedicata alla presentazione del libro, alla presenza dell’autore Prof. Diego Crivellari.

Ebbene, ma quanto tempo è un secolo? Davvero, anche per il nostro Polesine, sono passati cent’anni? Il delitto di un uomo, figlio di questa stessa terra, ha accelerato o rallentato il passare del tempo? A Fratta, come a Bagnolo di Po o in altri comuni polesani, quale la percezione? Quale il ricordo?

Guardando, molto semplicemente, a Casa Matteotti in Fratta Polesine, non sembra che siano passati “secoli”. La casa, il giardino, il tinello, non danno certo l’impressione di appartenere alla preistoria; pare di entrare nella casa dei nonni e sembra ancor vivo il respiro di chi questi ambienti li ha vissuti. Ma all’impressione subentra la ragione che, subito, ci riporta al calendario: siamo già nella storia.

Quella stessa storia che ci dice come il Polesine sia stato protagonista nelle vicende di quegli anni. Se i biologi ci ricordano che «Fenotipo = Genotipo + Ambiente» è vero che anche in questo caso la formula risulta valida: la realtà locale, sommata ai talenti personali, ha consentito il manifestarsi di personalità di indiscusso rilievo e non è possibile stabilire se la prima o i secondi abbiano avuto la preminenza.

È così che, nel portale storico della Camera dei deputati, rintracciamo la scheda di Giacomo Matteotti come pure quella di un altro importante socialista polesano dell’epoca: il bagnolese Dante Gallani.

Certo, due semplici schermate dalle quali non possiamo evincere quale fosse il fermento che ha contraddistinto le loro vite. Quella di Matteotti più nota e quella di Gallani meno conosciuta ma, come ci ricorda una lapide affissa sul lato ovest di Palazzo Roverella a Rovigo, non certo secondaria. Egli viene infatti ricordato come: Medico Deputato Agitatore, accanto sempre agli umili, ribelle sempre al tiranno…

Giacomo Matteotti a Fratta, Dante Gallani a Bagnolo, Nicola Badaloni a Trecenta. C’era davvero fermento. Lo testimoniano altri due libri che coinvolgono, nuovamente, la nostra realtà bagnolese.

Mario Ferro (1919-2006) descrive, nel suo Diario di un Antifascista, le vicende e le traversie vissute nei duri anni di lotta al regime e, a pagina 12 del suo volume, scrive: «Quando, con mio fratello Giovanni, passavamo da Fratta Polesine per andare a Badia Polesine e a Bagnolo di Po, dove avevamo dei parenti, mi diceva sempre: non ti dimenticare che qui è sepolto un grande socialista: Giacomo Matteotti».

Il “fratello Giovanni” del passo sopracitato è Giovanni Ferro (1911-2008), autore di un altro volume dedicato al Polesine e al Socialismo, intitolato per l’appunto: La culla del Socialismo, il Polesine.

Scrive Giovanni Ferro a pag. 243: «Le vacanze che trascorrevo in Vallalta […], ospite della famiglia Romanini, parenti di mia madre, contribuirono esse pure alla mia formazione politica. Romanini era un vecchio capolega, seguace del deputato socialista Dante Gallani ed amico del senatore Nicola Badaloni della vicina Trecenta. La moglie [Teresa Nonato, n.d.r.] era la maestra di Canda che raggiungeva ogni mattina attraversando il fiume in barca. Sull’aia, nelle sere d’estate, spannocchiando il granoturco, avevo modo di conoscere la psicologia dei contadini che nutrivano una fede illimitata verso l’ideale socialista ed erano sempre pronti per realizzare piani di opposizione al fascismo».

Se anche in una piccola dimensione come la nostra, non mancavano le idee, la consapevolezza, gli “anticorpi” (come va di moda dire oggi) per reagire alla tirannia, come è stato possibile?

Come si è instaurato il regime? Davvero gli accadimenti di quegli anni non sono stati abbastanza gravi da lasciare attoniti o non abbastanza da lasciare indifferenti? Quali interessi, quali forze, quali miopie, quali silenzi, quali complicità hanno consentito di arrivare a tanto? Nemmeno l’assassinio di Matteotti è riuscito a smuovere le coscienze?

Sicuramente la deriva antidemocratica fu dovuta all’insieme di tutte queste evenienze le quali – volendo – possono essere catalogate sotto un’unica etichetta: la mancanza di valori o, comunque, la beffarda capacità di dare parvenza di valore a ciò che non ne ha, perdendo così il metro e la misura.

È per questo che il Presidente Mattarella, in un suo intervento a Trieste il 3 luglio 2024, ci ricorda che la democrazia non è mai conquistata per sempre. Aggiunge Mattarella: «Alexis de Tocqueville affermava che una democrazia senz’anima è destinata ad implodere, non per gli aspetti formali, naturalmente, bensì per i contenuti valoriali venuti meno». Certo: può essere rispettata ogni formalità, ogni legge, ogni buona e radicata consuetudine; ma in assenza di sostanza, cioè di “anima”, tutto è vano.

È questo il più grave infestante che cresce nel prato della democrazia: l’oblio. La verdeggiante pace, quando si radica, soffoca le amare erbe del sacrificio e fa dimenticare rapidamente la fatica che si è fatta per conquistarla. Ma il pane non sudato… finisce subito.

Non è poi, nemmeno questa, una grande novità: Tacito, nella Vita di Agricola, nel descrivere in modo “etnografico” Galli e Britanni, inserisce nel testo una pugnalata agghiacciante che possiamo così sintetizzare: un lungo periodo di pace rammollisce gli animi, alla pace subentra l’indolenza e così facendo si smarriscono, ad un tempo, sia il valore sia la libertà.

De vita et moribus Iulii Agricolae

«Plus tamen ferociae Britanni praeferunt, ut quos nondum longa pax emollierit. Nam Gallos quoque in bellis floruisse accepimus; mox segnitia cum otio intravit, amissa virtute pariter ac libertate»

Alla data del 10 giugno 1924 la grande guerra era finita già da (o “solo da”?) quasi sei anni. Tanto o poco? Evidentemente tantissimo. Ci si dimentica subito delle disgrazie.

Un esempio: a dispetto di tutti gli ottimi esperti, scienziati ed opinionisti che, fra 2020 e 2021, affermavano con autoreferenziale compiacimento che il COVID avrebbe cambiato per sempre le nostre vite; chi oggi si ricorda del COVID? Chi gli dedica un trafiletto in prima pagina? Chi più rammenta di starnutire nel gomito del braccio? Chi si ricordava che già nel 1918-19, ai tempi della “spagnola”, si cucivano mascherine di stoffa? Bisogna ripassare Manzoni…

Evidentemente l’oblio fa parte della nostra stessa natura: dopo ogni sventura la vita (per fortuna) riprende; il bene presente cancella il male passato e anche il suo ricordo. Scriveva, infatti, Albert Camus nel romanzo La Peste: «Nel mondo ci sono state tante epidemie di peste quante guerre. Eppure la peste e la guerra colgono sempre tutti alla sprovvista»; e ancora: «Quando scoppia una guerra tutti dicono: “È una follia non durerà.” E forse una guerra è davvero una follia, ma ciò non le impedisce di durare. La follia è ostinata, chiunque se ne accorgerebbe se non fossimo sempre presi da noi stessi».

E così, tra irrazionali fiducie, sprovvedute preoccupazioni e ostinate follie arrivammo anche a questo: all’assassinio di un figlio del Polesine.

Alla luce di tutto ciò, commemorare è un’operazione che nasce perdente? È una lotta inutile contro l’irreparabile fuggire del tempo? Presumibilmente sì.

Ma esiste un rimedio: abbiamo un vaccino (l’unico senza effetti collaterali): studiare, leggere, elaborare pensieri propri.

Quindi, riprendendo la domanda iniziale: ma quanti sono cent’anni?

Credo che la risposta sia questa: un’eternità per chi non coltivi la memoria, un nulla per chi abbia l’accortezza di voltarsi indietro.

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Come citare questo articolo

Giovanni Chioldin. “Cent’anni”. Ventaglio Novanta, n. 66, 2025. https://ventaglionovanta.it/archivio/centanni/

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