Tante, e in genere ben riuscite, le manifestazioni susseguitesi quest’anno per ricordare la figura di Giacomo Matteotti nel centenario della sua morte per mano di biechi facinorosi fascisti. Sicari mossi dall’obiettivo di mettere a tacere la limpida voce di chi, impavido, mai si stancò di denunciare i crimini del nascente regime. Voce in realtà mai spenta, come indica lo scritto presente alla base del monumento rodigino che riporta una frase pronunciata dallo stesso martire del fascismo: “Uccidete me ma l’idea che è in me non la ucciderete mai”.
Voluto dal Comune di Rovigo, il monumento a Matteotti campeggia nella piazza a lui dedicata. È opera di Augusto Murer (1922-1985), artista bellunese di Falcade noto a livello internazionale. L’incarico gli fu confermato nel 1978, con firma dell’allora Sindaco Giovanni Gavioli, “per una presunta spesa di L. 11.500.000”.
L’opera – per una serie di vicissitudini mai inaugurata – fu collocata in quella che allora era la stazione dei pullman di Rovigo con l’intento, anche, di riqualificare urbanisticamente l’area. Il pubblico poté ammirare la realizzazione solo nel 1984, nel sessantesimo anno dall’assassinio dell’Onorevole polesano.
Il monumento stupì il pubblico rodigino che, forse, si aspettava un busto o un ritratto di Giacomo Matteotti, mentre Augusto Murer realizzò una scultura innovativa dalla forte drammaticità, espressa in tre elementi astratti che si stagliano sopra dei monoliti in marmo bianco a forma di cubo.
Il Laboratorio-Museo Augusto Murer a Falcade
Per conoscere meglio l’opera e la simbologia alla base dell’importante realizzazione artistica, la sottoscritta ed il direttore della presente rivista si sono recati a Falcade, ove hanno raggiunto il laboratorio-museo che fu, un tempo, di Augusto Murer, ed oggi a lui dedicato, incontrando Ornella Murer, figlia dell’illustre scultore, curatrice con il fratello Franco (anch’egli apprezzato scultore) del Museo.
Qui si possono ammirare disegni e bozzetti preparatori dell’opera installata a Rovigo, ed anche prendere visione di fotografie dell’epoca, documenti che – grazie alla gentilezza di Ornella Murer – abbiamo l’opportunità di riproporre fotograficamente a corredo del presente scritto.
La simbologia Il valore delle mani
Il colpo d’occhio del monumento installato a Rovigo non svela tutte le specificità dell’opera, della quale si coglie comunque la forza dell’insieme.
Un aiuto a comprenderne appieno il significato giunge dall’esame dei bozzetti preparatori.
L’attenzione si concentra innanzitutto sulle mani presenti nella composita scultura: tre mani che, in una sequenza dialogica, colpevolizzano, sentenziano e determinano la morte di Matteotti, il quale era ben consapevole che sarebbe stato assassinato per il suo coraggioso atto di denuncia dei soprusi. Ma era anche certo che il suo ideale di libertà, onestà e verità non si sarebbe spento, come indicato nella citata frase riportata alla base del monumento bronzeo.
Oggi più di ieri il monumento rodigino, si trova in un contesto urbano che offre una prospettiva scenica di particolare valore. Eliminata da tempo la stazione dei pullman, l’area si apre su una piazza dall’ampio respiro paesaggistico: le Torri medievali fanno da sfondo al monumento, quasi a sottolineare una valenza storica che il tempo non potrà scalfire.
La stessa verticalità delle Torri si riflette nella verticalità di una parte della scultura, raffigurante fasci di canne palustri (phragmites australis) che rievocano una caratteristica della vegetazione spontanea tipica del Polesine e quindi del luogo d’origine del giovane Matteotti.
Dalle canne palustri esce prepotente un braccio mascolino e teso; l’attenzione si concentra sulla mano, il cui indice imperante ed accusatorio conduce ad un punto d’osservazione verso il lato opposto.
Qui, sospesa nel vuoto, un’altra mano stilizzata si stringe su un pugnale acuminato pronto a colpire: le sembianze dell’arto non sono umane (come le altre due mani), quasi a simboleggiare che l’orrore non può avere un’umanità, né una forma definita; il male ha identità oscure.
La violenza attuata si esplicita sull’ultima mano, presente alla base del monumento con il braccio orizzontale: è posta in basso di fronte l’altra imperante. Un telo copre in parte il braccio, a simboleggiare una vaga parvenza di “dignitosa” oscurità sulla morte.
La mano morente non è cadente verso il basso, conserva ancora una verticalità in linea con il braccio, quasi a sottolineare che la morte non vince sui principi, né sulle idee, come viene chiarito nella frase di Matteotti riportata – come detto – sul basamento: “Uccidete me ma l’idea che è in me non la ucciderete mai”.
È un’opera composita e dalla grande valenza artistica quella che Murer ha realizzato per Rovigo.
Interessanti sono anche alcuni dettagli che completano la realizzazione: il drappo sotto la mano imperante rappresenta una bandiera che si affloscia sotto le “azioni” politiche, e pertanto simboleggia la perdita dei principi e dei valori di una nazione; un laccio si nota poi attorno al polso della mano “morente”. Si tratta di un elemento scultoreo che l’artista Augusto Murer usa mettere in molte altre sue sculture che rappresentano delle persone che hanno subito un torto da parte della componente fascista. Per esempio, un laccio ai polsi lo ritroviamo anche nella scultura “La Partigiana veneta” del 1964, presente a Venezia lungo la Riva dei Giardini della Biennale.
I Bozzetti in scala
Nella nostra visita al Laboratorio-Museo dedicato ad Augusto Murer, consultando gli archivi, abbiamo potuto vedere delle immagini e dei bozzetti, in scala. Lo scultore, per esprimere l’idea ed il pensiero di Matteotti, ha iniziato elaborando uno schizzo a china e con carboncino. Sono evidenti qui delle figure umane complete.
Il messaggio che evidenzia poi l’artista, non si limita alla rappresentazione delle persone, ma estrae il significato simbolico drammatico dell’evento. Ecco che la stessa mano di Matteotti – il quale condanna verbalmente, in Parlamento, la sequenza di brogli elettorali – diventa la causa della sua morte, con l’assassinio commesso dal pugnale di alcuni sicari fascisti che rapirono e uccisero l’onorevole il 10 giugno del 1924. Quel pugnale acuminato è impugnato dalla mano “disumana” della scultura.
Nella mostra di Falcade, oltre allo schizzo si passa al modello in scala di creta e al bozzetto in bronzo, del quale esistono due diverse realizzazioni: una prima la cui mano imperante si protrae dall’architettura del Parlamento, il luogo dell’autocondanna a morte per Matteotti, ed una seconda, in cui la mano si protende da un fascio di canne palustri. Quest’ultima costituirà la versione definitiva dell’opera.
L’ultimo aspetto si lega al messaggio intrinseco dell’opera stessa. L’artista, usando verticalità, orizzontalità, vuoti e pieni nella scultura, crea una dinamicità ed un rapporto con lo spazio, reale e illusorio, dove veicola un linguaggio visivo che esprime presenza e assenza, realtà e metafora, identità e storia.
Dire che oggi il monumento è meglio comprensibile e non “disorienta” più i rodigini (che negli anni Ottanta del XX secolo si aspettavano un ritratto scultoreo tuttotondo) permette di privilegiare una lettura di un’opera d’arte che è figlia del suo tempo e dell’arte contemporanea, di cui Augusto Murer è stato un illustre Maestro, apprezzato a livello internazionale.
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Come citare questo articolo
Roberta Marcolongo. “Il monumento a Matteotti”. Ventaglio Novanta, n. 66, 2025. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-monumento-a-matteotti/