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STORIA - TRADIZIONI

C’era una volta

Da tempo scomparsa la maestosa pianta di Villafora

di Lino Segantin

Ventaglio Novanta n. 3 1991 pp. 82

Leggendo la simpatica e briosa composizione poetica di Paolo Banzi sul “piraro” (o “peraro” come si preferisce dire nella parte occidentale della nostra provincia), mi è balzato vivo nella mente un ricordo della mia infanzia legato ad una pianta dalle caratteristiche similari a quella che ha ispirato l'autore della poesia.

A Villafora, frazione di Badia Polesine, dove ho trascorso i primissimi anni della mia vita, si ergeva maestoso un enorme “peraro” nell'orto attiguo alla mia abitazione, il cui proprietario, Mariano, ben ricordo per i suoi folti baffi giallognoli, gli occhi azzurri e i giochi di parole che sapeva inventare.

Era questo pero una pianta veramente alta, i cui rami salivano verticali verso il cielo; mai trattata con antiparassitari, dava una abbondante quantità di frutti gustosi. Ben lo sapevano i ragazzi del luogo che, quando riuscivano ad eludere la stretta sorveglianza del proprietario, salivano sul grande albero per una scorpacciata di frutta. E so di qualcuno che, temendo l'ira del padrone-guardiano, se ne stette un intero pomeriggio appollaiato sui rami più alti, ben nascosto dalle fronde, con la soddisfazione comunque di poter alleggerire la pianta di qualche chilogrammo di pere.

All'ombra del grande e solitario albero da frutta si trovava un pozzo, alle cui acque freschissime era piacevole attingere per dissetarsi. Aspetti del paesaggio completamente cancellati, di cui si conserva la memoria solo in vecchie e sempre più preziose fotografie.

Ora non ci sono più alberi da frutta di quella fatta: l'agricoltura si è industrializzata ed ha imposto nuove regole alla natura. Nei frutteti si allineano, con geometrie perfette, piante poco elevate, con rami indotti a crescere a raggera per agevolare la raccolta della frutta che precedentemente è stata oggetto di vari trattamenti con sostanze chimiche. Non ci sono più nemmeno i pozzi con la carrucola cigolante e vana è l'attesa del sordo tonfo del grande secchio nel sottostante bacino.

Anche il vecchio proprietario del "peraro" di Villafora se ne è andato da tempo e non c'è più traccia né della grande pianta, né del pozzo dalle limpide acque; la sua abitazione, da tempo chiusa e disabitata, lentamente va in rovina.

Un mondo che non c'è più, che va preservato almeno nei ricordi, e che ancora sa suscitare pagine di poesia.

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Come citare questo articolo

Lino Segantin. “C’era una volta”. Ventaglio Novanta, n. 3, 1991. https://ventaglionovanta.it/archivio/cera-una-volta/

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