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NARRATIVA

Cinquecento lire

racconto di Viviana Segantin

di Viviana Segantin

Ventaglio Novanta n. 24 2002 pp. 113–116

Un incrocio come tanti, arterie grigie di città dove pulsa la vita metropolitana, dove confluisce il traffico per poi scorrere verso mete ignote. Quel crocevia di destinazioni era la mia tappa fissa giornaliera, scandita dal ritmo lento di un semaforo che quasi mai mi risparmiava l’alt, intimatomi da un ciclopico occhio rosso. E c’era chi, brancolando in un luogo non suo, appendeva a quello stop la sua vita precaria, fatta di mance, ottenute grazie alla pulizia dei parabrezza sporcati dall’umidità pungente dell’inverno. Due persone, ognuna impossessatasi di un lato di strada, dalla mattina alla sera si davano appuntamento per “un lavoro” mai scelto, mai voluto, mai sognato, ma unica fonte di sostentamento in un Paese lontano dalle origini.

Ndo e Mustafà ormai mi conoscevano, forse mi aspettavano: rientravo nella categoria dei pendolari che capitavano in quella zona ben quattro volte al giorno, week-end esclusi. In quei pochi secondi frettolosi rubati all’orologio, avevo imparato ad osservarli, con una vena di tristezza nel cuore. Senza lunghi dialoghi, mi bastava scrutare la profondità dei loro occhi per immaginare il carattere e capirne i pensieri: emergevano due personalità nettamente distinte.

Mustafà era giovane, appena diciottenne, sostenuto dall’entusiasmo inconsapevole di chi non si è ancora preoccupato di pianificare il futuro. Un ragazzino che cresceva nella speranza della giornata, incurante delle ore clonate che si susseguivano. Forse l’Italia era ancora una novità tutta da scoprire e quell’angolo, seppur striminzito, di un mondo agognato, gli bastava per scrutare il pensiero del domani. La spensieratezza dell’adolescenza non era stata contaminata dalla durezza delle condizioni: probabilmente in lui si alimentavano le segrete illusioni tipiche dell’età, e queste erano il motore che spingeva avanti con vigore una vita monotona che si sarebbe potuta ripetere all’infinito. Ma probabilmente Mustafà non aveva mai riflettuto davvero sulla situazione: il suo viso era troppo gioioso per aver capito quante poche possibilità ci fossero di riscattarsi in una società indifferente, talvolta ostile.

Lo sguardo di Ndo, invece, sapeva già tutto. Il suo berretto di lana, schiacciato sulla fronte, lasciava appena intravedere due occhi muti e spenti. Ndo era molto più grande e non si aggrappava all’idea di un futuro tutto da costruire: il suo corpo era stato trascinato lì dalla disperazione, ma la sua vita, già nettamente delineata, l’aveva lasciata in Marocco, senza sapere se un giorno egli sarebbe stato in grado di tornare a riprendersela o se questa avrebbe continuato ad aleggiare in quelle terre lontane senza essere più alimentata dallo scorrere materiale dell’esistenza, dal nutrimento concreto degli eventi.

Due persone diverse, accomunate dalle miserevoli radici, costrette a tendere le mani brune ai passanti, mendicando un futuro di stenti. Nell’auspicio di riempire le tasche di sonanti monete o, nei casi più fortunati, di qualche preziosa banconota, Ndo taceva, abbassando lo sguardo malato di nostalgia, Mustafà sorrideva, traboccante di fiducia.

Mustafà, biascicando un italiano tutto da indovinare, aveva iniziato a raccontarmi qualche cosa di sé: abitava poco lontano, si muoveva in bicicletta, aspettava lettere che non gli venivano recapitate della sua ragazza marocchina ed era innamorato… di me.

Innamorato di me? Chissà se lo diceva a tutte le ragazze di passaggio o se era il sentimento che il suo tenero cuore davvero gli suggeriva. Fatto sta che la mattina, mentre il suo collega si trascinava faticosamente tra le auto, lui mi avvistava in lontananza iniziando a saltellare con la vivacità di un giovane capretto che si arrampica sui monti e, se il semaforo decideva di bloccare la mia corsa, si precipitava al finestrino per annunciarmi trionfalmente che mi aveva sognata.

E mentre il mondo continuava impercettibilmente a ruotare, quell’incrocio era sempre lo stesso: auto in coda ad alimentare lo smog cittadino, con i guidatori pronti ad affondare fulminei il piede sull’acceleratore, in modo da evitare il rompiscatole di turno che, sbattendogli in faccia la sua povertà, avrebbe turbato il rientro dopo una giornata di lavoro, dopo le spese familiari del sabato pomeriggio, o la domenica, dopo il solito giretto con l’abito da festa.

Ma quella scenetta ormai collaudata, che si produceva nella mia mente già pochi secondi prima che effettivamente si presentasse ai miei occhi, era stata improvvisamente alterata da un provvedimento del sindaco che, a causa dei tassi troppo elevati di inquinamento atmosferico, prevedeva il blocco della circolazione degli autoveicoli in determinati orari del giorno. Avevo quindi iniziato ad oltrepassare quell’incrocio, fattosi disumanamente deserto, in autobus. Non avevo idea di quali effetti avesse prodotto sui “lavavetri” la disposizione municipale e mi chiedevo come avessero appreso la notizia Ndo e Mustafà. Speravo solo che l’inevitabile calo dei guadagni non li portasse a rifarsi con attività poco ortodosse.

Un giorno, poi, dopo un breve periodo di abbondanti piogge che avevano ripulito i polmoni alla città, il provvedimento era stato revocato e gli autoveicoli avevano ricominciato a circolare liberamente. Ero quasi curiosa di percorrere la strada ripopolatasi dei mostri inquinanti, per appurare se tutto fosse davvero tornato alla normalità, lavavetri compresi. Avvicinandomi all’incrocio avevo scorto due sagome infagottate. Erano due ragazzi marocchini, ma non erano Ndo e Mustafà. Che fine potevano avere fatto?

L’indomani, leggendo le ultime notizie su un quotidiano, avevo appreso di un accoltellamento tra extracomunitari: probabilmente si trattava di un regolamento di conti tra bande rivali. Il bilancio era di due vittime ed un ferito, tutti di colore. Il mio pensiero era immediatamente corso a Ndo e Mustafà, anche se mi rendevo conto che la città era talmente piena di stranieri, alcuni dei quali assai poco rispettabili, che poteva trattarsi di chiunque. E comunque preferivo immaginare che i due del “mio” semaforo appartenessero alla categoria della gente per bene e che non avessero nulla a che vedere con delitti e traffici illeciti.

Per giorni avevo quindi superato l’incrocio allungando il braccio a due nuove facce ugualmente bramose di una speranza riposta in una moneta. Avevo più volte avuto la tentazione di chiedere dove fossero i loro compagni ma, vinta da una codardia alimentata da troppa violenza sbattuta in prima pagina, avevo preferito non intromettermi in chissà quali storie di bande e mi ero vilmente tenuta il mio dubbio. Oramai la scena quotidiana sembrava definitivamente prevedere due nuovi interpreti, ai quali avevo finito per abituarmi.

Ma in una giornata appena intiepidita da qualche parvenza di primavera, giungendo al solito semaforo, avevo visto due braccia che si agitavano e che, annaspando animosamente nell’aria frizzante del primo mattino, mi rivolgevano ampi cenni di saluto. Era Mustafà che, riconosciuta la mia auto, zampettava sull’asfalto impaziente di rivedermi. “Dove sei stato per tutto questo tempo?” gli avevo chiesto curiosa. “Ero stato trasferito qualche incrocio più indietro, ma ora sono tornato qui” aveva risposto senza aggiungere ulteriori spiegazioni. “Chissà che cosa c’è dietro all’organizzazione dei lavavetri”, avevo pensato tra me e me, senza tuttavia approfondire il discorso.

Intanto il grande occhio si era tinto di smeraldo e gli automobilisti non perdonano: vietato temporeggiare! Con un saluto frettoloso ero ripartita, molto più sollevata. Avevo gettato uno sguardo sul lato opposto in cerca di Ndo ma, con disappunto, avevo dovuto constatare che il suo posto era vuoto. La mia testa aveva iniziato ad elaborare migliaia di ipotesi che però confluivano tutte nella stessa direzione: doveva essere successo qualche cosa di poco piacevole.

Un po’ scossa dalle immagini sanguinolente che mi si agitavano tra i pensieri avevo deciso che, non appena avessi rivisto Mustafà, avrei indagato sulla sorte di Ndo. E così feci. “È tornato per tre mesi in Marocco, da sua moglie”, mi aveva spiegato il mio giovane amico. Allora lo avevo immaginato nella sua terra, lontano dalle nebbie che piegano le ossa, asciugato dal suo sole ardente che, oltrepassandogli la pelle scura, lo avrebbe riscaldato fino al cuore. Il pallore invisibile di Ndo sarebbe così evaporato nell’aria secca di un Paese lontano. Lo immaginavo perdersi in un eterno abbraccio con la moglie: una stretta muta e loquace, talmente ricca di energia da essere capace di conservarsi inalterata fino alla fine dei tempi. E il suo sorriso si sarebbe schiuso a quel tepore, come i boccioli dei miei gerani, che proprio in quei giorni si stavano donando all’imminente primavera. Vedevo Ndo rimpossessarsi della sua pelle, della sua gente, della sua vita. Immaginavo suoni, colori e odori sconosciuti, e percepivo una forza misteriosa provenire da lontano. Chissà se sarebbe davvero tornato in Italia dopo tre mesi!

Improvvisamente ero tornata in me: il suono sgraziato di un clacson mi aveva bruscamente riportata alle frenetiche leggi della strada. Ripartendo di scatto avevo visto Mustafà che, come una trottolina impazzita, mi gridava “Ti amo!”. Mi ricordai di non avergli nemmeno dato le cinquecento lire. Chissà se anche lui avrebbe mai conosciuto davvero l’amore!

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Come citare questo articolo

Viviana Segantin. “Cinquecento lire”. Ventaglio Novanta, n. 24, 2002. https://ventaglionovanta.it/archivio/cinquecento-lire/

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