La stanza era immersa nel silenzio della notte. Iris era rannicchiata in posizione fetale. Il lenzuolo aggrovigliato attorno al corpo. La luce della notte entrava dalla finestra socchiusa, illuminandole il volto che sapeva di felicità.
Il giorno la svegliò con la sua luce violenta, costringendola a rifugiarsi sotto al cuscino. La mente indugiava nell’ultimo sonno, che richiudeva un sogno magico e vero. La sensazione di una gioia che non sapeva descrivere, le accarezzava la pelle. Nel sogno aveva incontrato un uomo senza volto, che aveva saputo conquistarla con pochi gesti. Non ricordava l’incontro e neppure altri particolari ma solo un luogo imprecisato e la vicinanza di lui, il tocco della sua mano sul viso, il suo bacio; un bacio lungo, profondo, dolcissimo, indescrivibile a parole ma che il subconscio aveva registrato, lasciandole la sensazione di aver perso una cosa importantissima, e il desiderio di ritrovarlo, perché sapeva istintivamente che era il “suo porto”.
Iris per tutta la giornata, si era sentita divisa tra un benessere e un’angoscia che non sapeva definire e che la stordivano. Questa sensazione l’accompagnò come una seconda pelle per diversi giorni. Inutilmente cercava negli altri uomini quello che aveva sognato, e che l’aveva fatta sentire felice. L’amica di sempre non sapeva cosa consigliarle, era preoccupata per questa sua ossessione che le faceva trascurare tutto il resto, anche il lavoro che cominciava a risentirne, il direttore l’aveva già richiamata due volte.
Iris desiderava solo dormire. Fuggiva distante con la mente per ritrovare quel sogno, ma non ritornò più. La sensazione di perdita si attenuò con il tempo e la sua vita riprese a scorrere tra lavoro, amici, incontri casuali, ferie programmate.
Un giorno vinse un viaggio a Parigi. Era un concorso fatto per fare e subito dimenticato. Guardava il biglietto e lentamente la gioia sconfisse la sua apatia. Poteva partire da qui per ritornare a vivere e dimenticare quello strano sogno che l’aveva tanto colpita.
Fuori dal finestrino dell’aereo, le nubi sembravano soffici cuscini illuminati dai raggi del sole che vi si adagiavano languidamente. Iris sfogliava la guida di Parigi, e si immaginava per le vie della città. Avvertiva attraverso le foto la suggestione delle sue immagini e avrebbe voluto essere già lì.
L’aero planò. Era arrivata!
Nella stanza del suo albergo mentre disfava la valigia le ritornò in mente una fotografia dove c’era una strada che le era famigliare. Si fermò con il gesto e ricordò. Quella era la strada del SUO sogno. Si cambiò in fretta ed uscì. Doveva trovarla. Subito.
Parigi di notte era una cosa che non si può descrivere ma solo vivere.
Camminava per le strade avvolta dalla gente, dalle luci, dai rumori, da quella vita che la stordiva: era proprio quello di cui aveva bisogno, la vita che palpitava attorno a lei le dava la spinta per andare avanti e non arrendersi. Urtò una coppia di innamorati, sorrise tra sé mentre li guardava, si sentiva piena di gioia. In fondo alla strada dei ragazzi suonavano un motivo rock, più avanti, girato l’angolo, un pittore era impegnato nel riprodurre uno scorcio della città, mentre un altro ritraeva una turista. Iris osservava la vita che brulicava a Parigi e ne rimaneva affascinata, i pensieri cominciarono a vagare senza una meta definita, erano in vacanza anche loro.
Si ritrovò ad un tratto, in una strada poco illuminata con muri sporchi e le finestre chiuse. Il rumore della città sembrava scomparso e l’improvviso silenzio la strappò dai pensieri allegri che l’avevano trascinata, a sua insaputa, in quella strada. Si guardò attorno stupita: quella via le ricordava la sua città.
Ad un tratto avvertì la paura. Il panico si fece più vicino, stringendola nel suo abbraccio viscido e umido. Cominciò a correre. Ansimava per lo sforzo e il fiato si era perso nella gola. La strada diventò più lunga e buia, minacciosa.
Si bloccò.
Qualcosa aveva attratto la sua attenzione: un manifesto strappato sopra ad una finestra rotta. Lei lo aveva già visto, ma non ricordava dove e neppure quando. Rimase ad osservarlo. La paura, stranamente, sembrava scomparsa. Poi ricordò. ERA IL SUO SOGNO!!!
Si guardò attorno. Tutto era immobile, anche i suoi pensieri.
In fondo alla strada un’Ombra si staccò dalla parete, era una figura maschile. Il viso completamente avvolto dal buio della notte.
Ripresero i pensieri, ritornò anche la paura. Cominciò a correre, ma lui la raggiunse. L’afferrò per un braccio, la bloccò contro la parete sudicia, sudicia come la strada. Per un interminabile minuto si fronteggiarono. LUI la fissava in silenzio stringendole le braccia dietro alla schiena e lei, con il respiro affannoso, cercava di intravederne il viso, ma anche un modo per sfuggirgli. Il minuto si frantumò contro la violenza che ne seguì. LUI la schiacciò contro la parete, la stuprava mentre lei gli conficcava le unghie nella faccia. Attorno, il silenzio regnava, ignaro del dramma che si stava consumando. LUI, al termine, la baciò. Iris strinse le labbra, la lingua di lui riuscì ad entrare a forza nella sua bocca. Cercò di sfuggirgli girando la testa, ma non servì che a eccitarlo ancora di più e, proprio quando sentì un conato di vomito salirle dalle viscere, qualcosa di strano successe dentro di lei; si fermò e cominciò ad “ascoltare” quel “bacio” e si sentì male. LUI la lasciò, soddisfatto si allontanò nel buio.
Iris lentamente si lasciò scivolare per terra e sentì le lacrime scenderle per il viso, cadere per terra e lì fermarsi. Quel “bacio” la ferì più della violenza carnale appena subita, perché era il BACIO del suo sogno, quello stesso bacio, per lei sinonimo di felicità, che l’aveva conquistata mesi prima. Invece, era solo l’anticamera dell’inferno. Si abbracciò, e nel buio di quella strada si cullò mentre una ninna nanna le risuonò nella memoria.
Lontano, la città degli innamorati viveva indifferente al suo dolore.
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Come citare questo articolo
Maria Cristina Buoso. “Il bacio”. Ventaglio Novanta, n. 24, 2002. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-bacio/