Pubblicità

NARRATIVA

La ronda

racconto di Renzo Zerbinati

di Renzo Zerbinati

Ventaglio Novanta n. 24 2002 pp. 105–108

La terza media della scuola dell’obbligo si distingue per annata: un anno è pestifera, l’anno appresso è un amore. E in uno di questi buoni fui tentato, per stuzzicare la fantasia dei ragazzi a pensare all’Università (facendo sognare prestigio, ambizione e ritrovi goliardici) a mostrare il mio cappello bordò da universitario con cui ho vissuto la stagione spensierata della goliardia.

Una signorinetta del primo banco, trepidante e incuriosita, spalancò gli occhi e, osservando gli addobbi fissati al cappello, chiese significato e provenienza di un piccolo distintivo d’argento, un microfonino della RAI.

Roma, fine estate 1966: mi ci avevano mandato dall’8^ Rgt. di Pordenone con altri sette bersaglieri (l’intellighentia) alla trasmissione radiofonica per le FF. AA.: a questo si riferiva il microfonino, ma lo sguardo acerbo, verde tra l’altro, di quella ragazzina come in un lampo mi riportò alla mente un sorriso che dovevo aver lasciato proprio a Roma durante quella breve trasferta militare.

Aggregati ad una Compagnia Servizi, ci capitò una sera di uscire in città per un servizio di ronda. Un capitano, Ricciardi, un tenente raffermo, Bellinzona, quattro ‘campagnole’ ed un CM o gippone, diversi soldati. Zona, via Nomentana, mi pare, trafficata allora solo da “lucciole”; orario, verso l’alba, quel momento che i più si godono in un letto fresco… Bisognava disporsi a semicerchio, muoversi “discretamente”, convincere le “signore” a salire sui mezzi per un viaggetto al Centro Medico.

C’era in giro una recrudescenza di malattie veneree e la paura aveva esasperato anche la prevenzione. Per me e per altri era la prima volta e tutto veniva vissuto con animo, curiosità e senso del dovere, come in un film. L’impatto con queste donne fu una esperienza indescrivibile: alcune erano proprio belle ed invitanti come nei pensieri di un adolescente, materne, prosperose, disinvolte; altre erano sfiorite, altre ancora potevano suggerire solo miseria, un paio mi parvero bambine.

Nessuna pose resistenza; il capitano era una figura rassicurante, suadente non per il grado, ma per la serenità dei suoi consigli e così tutte salirono sui mezzi senza far storie. L’ultimo gruppetto fu invitato sul CM e proprio a me capitò di aiutare l’ultima; a terra era rimasto solo il capitano. La presi istintivamente per un polso e lei si girò di scatto e mi inchiodò con uno sguardo demoniaco e feroce nella sua tentazione…

Pensai: “Posso sussurrare al capitano che ‘questa’ la conosco, mi avrebbe creduto; avrei garantito per lei e all’indomani sarebbe arrivato sicuro il certificato medico, intanto la si poteva lasciare andare, era così giovane…”.

Lei, non staccava gli occhi da me, e forse solo il calore del suo polso mi riportò alla realtà: “… se la lascio, ripensai, questa scomparirà nel nulla e domani non mi riconoscerà più, non starà certo qui ad aspettarmi. E come ci ritorno io in questo posto, in divisa? da solo? col rischio di incontrare il protettore, l’amante, il padre forse… è imprudente e

finalmente aveva capito: quel viaggetto era la soluzione migliore! Ora pareva più distesa, meno aggressiva, perfino più bella. Tutte ora parlavano, ma io non sentivo… quel sorriso aveva dato certezza al nostro buon operare e mi bastava.

Finalmente arrivammo al Presidio, ormai l’alba toglieva l’ombra dalle case ed il viale sembrava più accogliente di quello che avevamo lasciato quand’era ancora notte; s’erano rischiarate le cose ed era svanito il mistero che aveva accompagnato il nostro servizio.

I mezzi si fermarono, si fece subito intorno un parlottare romanesco di càmici e divise, e puntuale avvenne la consegna: “Missione compiuta”;

Adesso però, erano miei gli occhi che non si staccavano da lei, mentre un lungo corridoio bianco, che sapeva di acido fenico e di cose tristi, famelico, inghiottiva tutti: donne, càmici, divise…

Io mi ero fermato immobile sulla porta; una voce chiamò: “Marela!” e lei, che si era attardata mentre tutti andavano, un po’ rauca: “Addio eroe!” mi disse piano, sorrise e scomparve…

Non sono più riuscito a ricordarmi il suo profumo, ma non riuscirò mai a dimenticare il suo sorriso. “Marela” forse Maria Angela; Maria = terra, dolore, sofferenza, nulla… Angela = aria, gioia, amore, infinito… Non poteva avere un altro nome!

La trasmissione andò benissimo, vincemmo la licenza-premio, poi ci fu il congedo e altre pagine di storia.

Marela restava sempre buona ad aspettarmi, chiusa in un microfonino d’argento della RAI, quando è bastato un altro sorriso per far sgorgare limpidissima questa figura, uno dei tanti dolci ricordi della mia gioventù.

Utilizzo dei contenuti

Le informazioni contenute in questo articolo possono essere utilizzate come fonte per realizzare documenti, articoli, studi, ricerche e altri elaborati, anche mediante strumenti di intelligenza artificiale, a condizione che siano citati Ventaglio Novanta, l’autore, il titolo dell’articolo, il numero e l’anno della rivista e il collegamento alla scheda dell’articolo nell’Archivio Ventaglio.

La riproduzione integrale resta soggetta alla normativa sul diritto d’autore.

Come citare questo articolo

Renzo Zerbinati. “La ronda”. Ventaglio Novanta, n. 24, 2002. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-ronda/

Pubblicità