È passato un po' in sordina il trentennale della vasta alluvione che, il 4 novembre 1996, sconvolse un'ampia porzione del Delta nel comune di Porto Tolle. Soltanto un gruppo di persone si è portato a Marina 70, ove i marosi ruppero le inadeguate difese a mare. Proprio qui si aprì un'ampia breccia da cui le acque dell'Adriatico allagarono il territorio della Donzella, la grande isola fluviale, posta tra il Po di Venezia e il Po di Gnocca.
Oggi un simbolico monumento, formato dai resti di una chiavica distrutta dalla forza delle acque, si erge a memoria del calamitoso evento, che vogliamo qui ricordare.
I primi giorni del novembre 1966 erano stati caratterizzati da avversità meteorologiche eccezionali che avevano sconvolto varie zone della penisola, colpendo in particolare Venezia e Firenze.
Nel Delta cedette un tratto dell'argine della Sacca degli Scardovari, ed il protrarsi del cattivo tempo impedì l'avvio di un tempestivo intervento per arginare la falla.
In pochi giorni l'acqua marina si estese su un territorio veramente vasto, non risparmiando nemmeno Ca' Tiepolo, la borgata più popolosa del comune, sede del municipio, la cui piazza Ciceruacchio fu coperta da oltre due metri d'acqua. Furono così smentite, clamorosamente e drammaticamente, le previsioni del Genio Civile che, con ottimismo, avevano indicato in pochi centimetri il livello dell'allagamento previsto.
Se non vi furono vittime tra la popolazione prontamente evacuata, si dovettero però registrare danni ingenti all'agricoltura, al patrimonio immobiliare, alle attrezzature dei pescatori e agli allevamenti, che furono i più colpiti per l'annegamento di circa centomila tacchini e di centinaia di bovini.
La popolazione di Porto Tolle, che era restata indenne dalla grande alluvione del '51, disastrosa per gran parte del Polesine, dovette conoscere nel '66 il dramma dello sfollamento, della perdita dei beni e l'incertezza del futuro, una sensibile ripresa dell'emigrazione.
Ottomila furono le persone che dovettero abbandonare le loro case invase dalle acque, affrontando, nei centri di raccolta allestiti in vari comuni del Polesine, i rigori dell'inverno. Alla disperazione per la perdita delle proprie cose, si aggiungeva l'angoscia per le voci, non infondate, della posizione rinunciataria assunta dalle autorità governative intenzionate, sulle prime, a lasciare che il mare si estendesse su un vasto territorio considerato indifendibile.
Poi finalmente i lavori di ripristino: l'opera di chiusura della falla fu completata a dicembre, mentre il prosciugamento del territorio si protrasse per tutta la primavera 1967.
Gli anni successivi videro l'avvio di una frenetica attività volta ad innalzare gli argini del Delta, per garantire sicurezza non soltanto dalla minaccia delle acque dei fiumi, ma anche da quelle del mare, nei confronti delle quali il territorio bassopolesano ormai da più di un decennio si trovava in una situazione di evidente fragilità.
Una condizione questa dovuta non tanto alla natura "in divenire" del Delta, quanto al protrarsi di un intervento dell'uomo, rivelatosi nel corso degli anni sempre più pregiudizievole per la morfologia del Polesine: l'estrazione del metano dal sottosuolo.
L'esistenza di risorse gassose nel Delta era conosciuta da tempo, ma solo nel 1938 era stata attivata, a Ca' Cappello nel comune di Porto Viro, una prima stazione di pompaggio. Era seguita, nel 1940, la costituzione dell'Ente Nazionale Metano con l'attivazione di vari pozzi e la realizzazione di una iniziale rete di distribuzione del gas.
Fu così che, nel dopoguerra, il Delta si trovò a fornire il 50% di tutto il metano prodotto in Italia. Un gas che veniva pompato in superficie assieme a consistenti quantità di acqua (il rapporto era 1/1, ovvero un metro cubo di acqua per ogni metro cubo di metano). Per lo scarico del liquido, caratterizzato da un notevole grado di salinità, venivano utilizzati i normali canali di scolo, suscitando le accese proteste degli agricoltori, che dai canali erano soliti attingere l'acqua per l'irrigazione e la zootecnia.
Ma ciò che mise decisamente sotto accusa i pozzi metaniferi furono le ripetute inondazioni che, ormai a cadenza annuale, si abbattevano sempre più violente sul Delta. Si stabilì ben presto un nesso di correlazione tra estrazione del metano, sprofondamento del suolo, e ripetute alluvioni, abbattutesi in particolare proprio nel comune di Porto Tolle.
Evidenti segnali di un mutamento della situazione idrogeologica del Delta si colsero a partire dal 1953.
In seguito ai rilievi compiuti durante lavori di manutenzione lungo il Po di Levante, si constatò in modo evidente il fenomeno della subsidenza. Nello stesso anno, durante mareggiate non eccezionali, si verificarono imprevisti cedimenti degli argini a mare nelle località di Polesine Camerini, Bonelli e Boccasette, tutte frazioni di Porto Tolle che, con i suoi 229 Kmq di superficie, è il più esteso comune del Veneto.
Rotture arginali ed inondazioni circoscritte si ripeterono anche nel corso del 1954, del 1955 e soprattutto del 1956: in quest'ultima occasione le acque del mare irruppero a Pila, allagando tutto il paese, sommergendo le campagne circostanti e costringendo gli abitanti ad abbandonare precipitosamente le loro case.
Non a caso queste calamità si verificarono proprio dove più numerosi e concentrati erano i pozzi di estrazione, ribadendo chiaramente il nesso tra prelievo del metano e abbassamento del suolo.
Per una soluzione del problema, fu istituita dal Governo, in data 12 Luglio 1957, un'apposita commissione scientifica per vagliare il fenomeno del bradisismo. Ma proprio nel momento in cui la Commissione stava programmando l'avvio degli studi, il 10 Novembre 1957, a seguito di una consistente mareggiata, si aprivano due brecce nelle difese a mare del Comune di Porto Tolle, in località Isola Camerini e Sacca Scardovari, allagando due terzi del vasto territorio ed imponendo l'evacuazione di centinaia di persone.
Tutto ciò indusse ad un'accelerazione dell'attività della Commissione Governativa che, nei primi mesi del 1958, fu in grado di fornire eloquenti dati sul fenomeno del bradisismo: proprio nelle estrazioni del metano miste all'acqua di falda, fu individuata la causa prima dell'abbassamento del suolo del Delta, stimato, a partire dal 1950, attorno ai 30 centimetri all'anno.
Puntualmente, frattanto, il 12 Novembre del 1958, si verificava una nuova inondazione del Delta, questa volta nel territorio ferrarese di Goro, mentre il Governo, per non scontentare gli industriali del metano, tardava a far proprie le conclusioni della Commissione e a prendere una decisione definitiva sul problema delle estrazioni, sottolineando la complessità delle concause inerenti il bradisismo. Ma un nuovo cedimento degli argini del Po di Goro, nel Novembre del 1960, con l'allagamento di buona parte dell'isola di Ariano, portò finalmente al decreto della chiusura – seppur temporanea – delle centrali.
A seguito del provvedimento si ebbe modo di constatare un deciso rallentamento del fenomeno della subsidenza, per cui l'11 Marzo 1963 veniva deciso dal Governo il blocco definitivo dell'estrazione del gas, con il ritiro di tutte le concessioni nella Provincia di Rovigo.
Anche se veniva bloccata l'estrazione del metano, il fenomeno della subsidenza continuava a far sentire ancora per qualche anno, sia pur in modo decrescente, i suoi effetti. Si giunse così alla disastrosa alluvione del '66, dopo di che furono avviati imponenti lavori per garantire la sicurezza idraulica del Delta.
Innanzitutto fu verificato un generale abbassamento del suolo, con punte di oltre tre metri presso Contarina e Molo Farsetti nel comune di Porto Tolle. Si calcolò anche che, nel decennio di intensa estrazione del metano, erano stati prodotti oltre due miliardi di metri cubi di gas, per un valore economico a favore dei concessionari di oltre trenta miliardi di lire, cifra veramente considerevole, ma molto inferiore di quanto lo Stato dovette poi investire per difendere il territorio.
Quella del 1966 è stata dunque l'ultima di una lunga serie di alluvioni che hanno interessato il Polesine. Dal ricordo, il monito a tener sempre presente la complessità e la delicatezza idrogeologica della terra dei grandi fiumi.
Nota
– Molte delle informazioni contenute nel presente articolo sono tratte dal volume Il delta del Po – Cenni storici sulla Bonifica e le Alluvioni di Claudio Mancin, 1992, Arti Grafiche Diemme.
– Le foto a corredo, di Piombo e Siviero, ci sono state gentilmente fornite dalla Biblioteca di Porto Tolle, e fanno parte dell'opuscolo illustrato Tra un'alluvione e oggi pubblicato, in occasione del XV anniversario dell'alluvione, col patrocinio del Comune di Porto Tolle.
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Come citare questo articolo
Lino Segantin. “Delta & alluvioni”. Ventaglio Novanta, n. 15, 1997. https://ventaglionovanta.it/archivio/delta-alluvioni/