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STORIA - TRADIZIONI

“I baia a Castelo”

Frotte di giovani, sul finire dello scorso secolo, convenivano a Castelguglielmo per il ballo

di Graziano Beccari

Ventaglio Novanta n. 15 1997 pp. 70–73

Ai ragazzi d'oggi, che rischiano la pelle nei dopo-discoteca, non ha mai parlato nessuno dei balli dell'ottocento, o delle festicciole in voga fra amici nelle case fino agli anni '60? Possibile che la generazione che li precede, che ha loro donato la vita, non sia in grado di fare opera di acculturamento in questo campo e spiegare loro che si tratta di uno svago e non una missione suicida?

Ben diversamente andavano le cose un tempo quando dalle nostre parti si diffondeva un annuncio gradito: "I bala al Castelo (Castelguglielmo)".

Siamo alla vigilia della battaglia di Adua fine '800; da Lendinara, da Badia, da Pincara, da Stienta, da Trecenta, frotte di giovani si incamminano saltellando e scherzando: "In dosso el vestito da festa, el cuore leziero come on pasaroto, i parea pajazi. Braghe fate su, piè descalzi, giacheta butà so na spala, scarpe ingropà una su che l'altra par non sporcarle e pi-assè ancora par non consumarle, in scarsela do palanche contà par pagarse l'entrada, camisa de fustagno anca sa jera istà, gravatin a cordelina tuta ricamà come ca se constumava alora".

Le ragazzotte rubizze portavano i sottanoni fino alla caviglia, un fazzoletto di lino ampio e colorato annodato sul davanti, le più agiate esibivano camicette a sbuffo di pizzo, tutte portavano la coccarda o un fiore appuntato sul seno. Giungevano emozionate, impazienti, accompagnate come da decoro dalle madri o vecchie zie; per loro l'accesso al "paiolo" (pista di legno) era cavallerescamente gratuito. La pista da ballo contornata da paletti tra i quali veniva tesa una corda sottile candidissima, era posta ad un metro d'altezza per poter meglio apprezzare le evoluzioni dei danzatori.

Attacca l'orchestra, un sestetto affiatato senza pretese, cui dà corpo un cantastorie intonato che sa trarre dal suo repertorio, l'essenza delle ballate contadine, patrimonio comune della gente:

“Susana vate vestì…
al bal te voi menar…
viva l’amooor…
e co xe stà sul balo…
tre giri ghe fa far…
viva l’amooor…
Fagando sti tre giri…
la rosa ghe cascà…
viva l’amooor…
tolendo su la rosa…
un bacino el ga donà…
viva l’amooor…

Beata semplicità dei tempi andati! Bastavano poche pudiche strofette "de na canta" per far sognare ad occhi aperti e immaginare un amore eterno; a proposito l'amore era sempre eterno e dietro questo concetto oggi ripudiato stava forse il segreto di una più armoniosa accettazione della vita.

Rotto il ghiaccio, si passava a balli ritenuti audaci perché di contatto: Polka, mazurka, menacò (un valzer col saltello), e la "cavaliera" tipica del luogo. La cavaliera era una quadriglia che, partendo da singole coppie, si accorpava a quattro per quattro, poi otto per otto, infine per sedici. Si proseguiva nelle danze, ma alle undici veniva arrotolata la cordicella bianca, i ballerini si riposavano sulle panche laterali lasciando libero sfogo ai ragazzetti del paese che avevano aspettato fino ad allora; costoro cercavano senza il conforto della musica di scimmiottare le mosse dei grandi.

Il "Patron" della festa prima di mezzanotte annunciava: "Ultimi salti". Sgomberato il paiolo, tutti in lizza per il gran finale, e profondendo le residue energie davano corpo ed anima nella sarabanda finale. Infine il saluto di prammatica: "Bonanote a tuti, anca a l'ortolan ca vende i capuzi".

Spenti i fari, anzi i lumi, si tornava ai paesi, alle proprie misere dimore, bisbigliando sotto le stelle in falsetto i motivi entrati nelle orecchie, l'ora tarda e l'educazione imponevano il silenzio, nascevano nuovi amori, sognare aiutava a sopportare la povertà, una specie di joga fatto in casa.

La comunione di intenti e il sentire comune facevano desiderare la vita. Come vorrei che i giovani si fermassero a leggere e meditare queste mie righe tratte da gente che ha vissuto davvero la vicenda descritta, e se mi rendo conto che indietro non si torna (nel tempo), ci facciano almeno il grande regalo di tornare interi e sani dal ballo, … come i ragazzi poveri di ieri che: "Piè descalzi e scarpe in man, i podea a tuto rigore strabucare e piantarghe el naso”.

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Come citare questo articolo

Graziano Beccari. ““I baia a Castelo””. Ventaglio Novanta, n. 15, 1997. https://ventaglionovanta.it/archivio/i-baia-a-castelo/

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