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NARRATIVA

Diritto di cronaca

di Paolo Zambonin

Ventaglio Novanta n. 56 2018 pp. 137–139

Elena era stata inviata dalla redazione del giornale in un paesino della provincia di Rovigo per fare un servizio particolare su uno dei problemi di attualità: i giovani e la droga. L’occasione opportuna per approfondire l’argomento veniva offerta dalla manifestazione organizzata per festeggiare l’anniversario della fondazione di una comunità di accoglienza per ragazzi tossicodipendenti, che un decennio prima aveva trovato ospitalità in una casa isolata della campagna polesana: un fabbricato ed un appezzamento di terreno donati espressamente per questo scopo da una famiglia di agricoltori, vecchi amici del direttore del giornale con il quale Elena collaborava. Presenziava la cerimonia il vescovo, che celebrò la messa assieme ai sacerdoti delle parrocchie circostanti. Partecipava inoltre il prete promotore del centro, accompagnato dai primi collaboratori e da quelli attuali, e intervennero le autorità locali, i ragazzi residenti ed i familiari di altri giovani che, in quel luogo, avevano effettuato il loro percorso di recupero.

La cerimonia fu toccante e partecipata. Le parole del presule, le esortazioni dei responsabili e le esperienze raccontate dai ragazzi e da alcuni loro parenti, penetrarono profondamente negli animi dei presenti.

Elena fu particolarmente colpita da quanto avvenne in quelle poche ore. Era sempre stata estranea al problema droga, un problema che non l’aveva mai toccata e neppure aveva coinvolto persone a lei vicine. Sentirne ora la drammaticità, la gravità delle conseguenze, comprendere quanto il fenomeno fosse diffuso e quanti ragazzi ne fossero implicati, conoscere l’impegno gravoso e costante di tanti volontari, con la loro disponibilità, il loro grande amore, la completa dedizione che andava oltre gli impegni personali; soprattutto penetrare nell’animo di chi stava vivendo sulla propria pelle l’esperienza droga, di chi stava lottando per vincerla, per tenere fede alla parola data nel momento in cui aveva accettato di percorrere la dura strada del recupero, con tenacia e caparbietà, e aveva messo a nudo, qui davanti a tutti, il proprio cuore, i disagi vissuti e le cause, anche più intime, che avevano portato nel baratro: tutto questo aveva lasciato Elena esterrefatta.

Ora la ragazza non poteva rimanere indifferente; non poteva fermarsi al “diritto di cronaca” e limitare la sua presenza in quel luogo ad una serie di articoli per il giornale. Doveva tornare nuovamente quando non c’era altra gente attorno, doveva rivedere quei ragazzi, comprendere la loro realtà quotidiana, approfondire la conoscenza di quanto stavano vivendo: le loro sofferenze, passate e presenti; l’impegno profuso con tanto sacrificio, le loro speranze. Voleva capire.

Dopo la festa, tutte le persone intervenute se ne andarono. Elena era rimasta seduta nel suo angolo, come impossibilitata ad alzarsi.

– Come mai sei rimasta qui? – le chiese uno dei ragazzi, sorridendole in un modo tutto particolare.

– Non lo so; ero tutta assorta nei miei pensieri – rispose, un po’ imbarazzata.

– Io sono il responsabile di questo gruppo. Hai bisogno di qualcosa? – continuò il giovane con gentilezza per togliere alla ragazza ogni motivo di disagio.

– No, grazie. Ora me ne vado. Però desidererei tornare, se è possibile. Vorrei parlare con qualcuno di voi.

– Puoi venire, se vuoi – rispose il giovane, – ma soltanto negli orari consentiti. La comunità è aperta a tutti, ma noi abbiamo dei programmi e dei lavori da svolgere. Il regolamento è molto rigido ed è quindi necessario rispettarlo. Se ti va bene, puoi tornare giovedì verso le cinque del pomeriggio. A quell’ora abbiamo un momento di pausa e potrai parlare con me. Mi chiamo Peter.

Congedandola, il ragazzo allungò la mano per salutarla ed Elena, stringendola, sentì il calore del suo corpo, un calore che sembrava venire dal di dentro. Osservò il suo viso sorridente, il suo sguardo sereno, i suoi occhi di un blu intenso e luminoso, che contrastavano con il biondo chiaro dei capelli.

– Verrò senz’altro giovedì – disse, uscendo controvoglia.

Sola, nella sua stanza, Elena non riusciva a dimenticare quei ragazzi e le loro storie. Soprattutto Peter. Per tutta la sera lui rimase nei suoi pensieri. Pure nella giornata successiva Elena non riusciva a toglierlo dalla mente; non riusciva a concentrarsi nel lavoro. Peter era lì, vicino a lei, con il suo sorriso dolce, con quel viso da bambino innocente che destava tanta tenerezza. Eppure quanta sofferenza era passata dentro il suo cuore, quante tribolazioni, fisiche e morali, erano emerse dall’esperienza da lui raccontata durante la cerimonia; e quanta determinazione c’era in lui, quanta speranza nel riscatto, quanta volontà nell’affrontare nuovamente la vita nonostante le umiliazioni subite, le cadute, le incomprensioni. C’era l’amarezza per il dolore causato agli altri, soprattutto ai familiari che tanto l’amavano, ma c’era il chiaro proposito di riabilitarsi attraverso questo duro percorso di espiazione e di redenzione.

Peter – e con lui tutti gli altri – poteva essere da biasimare per quanto aveva causato a se stesso e alle persone a lui vicine, ma era anche da ammirare per il coraggio e la risolutezza che aveva, ora, nell’accettare i sacrifici e le rinunce imposte, indispensabili per riscattarsi.

E quanto amore c’era adesso in lui, un amore grande e generoso che voleva fermamente donare agli altri.

Elena ricordava le sue parole: “Ora mi sento un uomo diverso, e possiamo dire che quest’uomo è il frutto dell’esperienza droga; senza di essa non sarei così. Però non auguro a nessuno di diventare uomo in questo modo; l’esperienza droga è terribile, infierisce per anni e nella maggior parte dei casi in quelli della giovinezza; e c’è sempre il rischio che non finisca con esito positivo”.

Elena aveva atteso con ansia il pomeriggio del giovedì per poter incontrare nuovamente Peter. Attraverso lui, attraverso le confidenze che quel ragazzo poteva metterle a disposizione, avrebbe compreso le angosce di tutte le persone cadute nelle grinfie della droga. Essendo un mondo a lei sconosciuto, Elena avrebbe voluto penetrarvi dentro, scrutarlo a fondo, poichè soltanto così poteva capire e raccontare, dare una testimonianza tangibile, presentare un resoconto autentico che potesse essere d’aiuto anche agli altri.

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Come citare questo articolo

Paolo Zambonin. “Diritto di cronaca”. Ventaglio Novanta, n. 56, 2018. https://ventaglionovanta.it/archivio/diritto-di-cronaca/

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