La pioggia incessante di quei giorni di fine novembre rendeva scivoloso lo stretto e sterrato viale di campagna che portava alla dimora posta nella possessione “La Reccanata” nei pressi di Borsea dei nobili Valier. Il fango rallentava molto la corsa dei due cavalli, che a fatica trainavano la carrozza al cui interno era seduta, alquanto scomodamente, Donna Laura Valiera Loredana di ritorno da Adria da dove era partita da circa tre ore.
Il disagio del viaggio, tuttavia, non l’aveva avvertito molto poiché la sua mente era stata occupata da vorticosi pensieri, discorsi, immagini degli avvenimenti successi negli ultimi tre anni, procurandole tangibili sensazioni di fastidio mescolati a stizza e malcontento. Il tempo umido ed uggioso di quell’inoltrato autunno 1669 ci metteva inoltre del suo e non contribuiva certo a lenire anche la sua solitudine e malinconia.
Di una cosa aveva la certezza: era rimasta sola. Sola dopo la morte del marito Giovanni Francesco Loredano al quale non era riuscita a dare un figlio; sola dopo la morte dell’amato fratello Zaccaria Valier avvenuta soltanto da un anno.
Donna Laura ricordava, non senza tristezza, che il suo matrimonio non poteva definirsi d’amore perché, quando nel 1638 aveva sposato Giovanni Francesco, lui aveva fatto di tutto per evitarlo. Non aveva nulla nei suoi confronti, le aveva confidato un giorno il marito, anzi a lui piaceva il suo fiero aspetto in contrasto con il mansueto carattere di nobile fanciulla. Ma “noblesse obblige” e lui aveva ubbidito esclusivamente a questa regola, in quanto ultimo discendente del suo ramo (anche se non era quello più importante) quello della famiglia patrizia veneziana Loredan.
Erano stati per lei anni difficili, di emarginazione, di arrendevolezza poiché Gianfrancesco, familiarmente chiamato così, era occupatissimo a radunare attorno a sé letterati, politici, uomini di mondo che apprezzavano non solo lo studio ma anche i vizi e piaceri festaioli della società veneziana della prima metà del seicento.
Ciò nonostante Laura stimava in lui il letterato, era affascinata dalla sua feracità di scrittore e lo ammirava anche come uomo dedito agli impegni pubblici, ma questo non bastava a definire felice la sua unione. D’altronde “maritar o monacar”: questo era il destino ineluttabile della donna, forse con qualche lieve alternativa. E a questo proposito donna Laura Valiera, grazie al suo censo e posizione sociale, si era dedicata alla beneficienza, collaborando ora con il Pio Luoco delle Citelle di Rovigo, ora con quello della Giudecca a Venezia.
“Signora, siamo arrivati! Le do una mano a scendere dal predellino”. La voce del suo scudiero e maniscalco, Belin Mazzetto, la riportò alla realtà: era arrivata a casa, finalmente!
Il viaggio era stato poco confortevole, scomodo ma non aveva potuto sottrarsi a quell’itinerario verso Valiera o Valliera, come soleva scrivere suo cugino Ottavio Valier che aggiungeva sempre una elle negli atti che sottoscriveva: di tanto in tanto, infatti, andava a controllare di persona la situazione della tenuta Valiera, ereditata un paio di anni prima della morte del fratello Zaccaria, soprattutto lo stato dei terreni ad essa connessi, assieme, ahimé, a molti problemi legati ad essa.
Donna Laura si intratteneva volentieri con le persone che si occupavano della gestione di quel grande podere. E la sua dolcezza lasciava spazio, al momento opportuno, a quel severo cipiglio che ben si addice alla gens patrizia per imprimere la propria autorità. Tutto doveva essere tenuto sotto il suo stretto e vigile controllo: così si informava dal massaro se ci fossero malcontenti, se il decano radunava la vicinia per affrontare i problemi delle famiglie del posto, se il saltaro controllava se i confini venivano rispettati dai vicini e soprattutto se il deflusso ed uso delle acque fosse ben regolato.
Non voleva di certo incappare ancora una volta nelle intricate e pericolose maglie della giustizia veneziana! Solo a pensarci si sentiva venir meno perché questo era successo appena qualche mese prima…
Il fatto
Tutto aveva avuto inizio l’estate di quell’anno quando dalla Cancelleria di Adria, nella persona del causidico Reverendo Don Giovanni Campanella, le era stato recapitato un dispaccio per comparire davanti al Tribunale di Rovigo per rispondere a precise accuse circa la tenuta della “Reccanata”, la sua attuale dimora ma precedentemente di proprietà del defunto fratello.
Che cosa era successo?
Il Nobil Homo Zaccaria Valier, al tempo in cui era proprietario della possessione La Recanata, ad onor del vero, non la curava molto, anzi, questa si trovava “in malissimo stato”; non era vignata né piantata, come era solito invece fare il suo predecessore Ottavian Valiero, al quale subentrò “l’anno della guerra della Serenissima Repubblica contro i Barberini”, come testimonia Andrea Panin della villa del Bosaro.
Quando – chiarisce il Panin nella sua deposizione – quella possessione capitò in mano al Signor Zaccaria “vi era due strene di salesi, vignate che tiravano dal condotto della Brespara sino al condotto del Retrato di Borsea, nelle quali due strene feci quell’anno due meze di vino”.
Il nobile Zaccaria, al contrario, aveva dato ordine ai suoi agenti e castaldi di tagliare in gran quantità gli alberi “vivi e in parte morti” come affermato da un altro testimone Andrea Ruspan, “per farne quaranta o quarantacinque zoccari” (ceppaie).
Donna Laura, invitata dal Vicario Vice Gerente Pretorio di Rovigo Zuanne Gobbi, doveva dimostrare che, dal momento in cui il fratello Zaccaria aveva rinunciato ed era subentrata lei, la Recanata aveva cambiato interamente aspetto grazie ai suoi solleciti interventi di risanamento del territorio.
D’altronde non poteva permettere che il nome del suo casato potesse essere estromesso dal novero delle famiglie patrizie veneziane!
I Valier ne facevano parte già dal lontanissimo 1297, l’anno della Serrata, ed attualmente il Doge era Silvestro Valier. E per Donna Laura far parte dell’albero genealogico della famiglia era motivo di vanto, pur riconoscendo che sia il fratello che lei discendevano dal ramo secondogenito dello stipite di San Silvestro (v. Schroeder). Ricordava benissimo ciò che i suoi genitori raccontavano a proposito dell’insediamento a Venezia dei Valier già nell’anno 1039, provenienti da Gambarare dove lavoravano la terra ed avevano “assai valli” e perciò in seguito detti Valery (wikipedia).
Tornando al problema contingente, Donna Laura era determinata a trovare risposte precise e documentate da esibire davanti al Tribunale di Rovigo e per suo tramite al Magistrato sopra i Beni Inculti e soprattutto al Provveditore sopra alla legna e boschi da cui era partita la querela.
La Serenissima Repubblica aveva leggi ferree nella gestione del territorio: la sorveglianza dei boschi era affidata già nel 1468 a due Provveditori che divennero tre dal 1677 poiché alle loro competenze fu aggiunta quella della legna: a loro infatti spettava concedere licenze per i tagli dei boschi sia pubblici che privati, tenere conto della loro estensione e intestazione, regolare il taglio annuale della legna, vegliare sulla distribuzione e vendita della stessa; così stabilivano gli Organi amministrativi e giudiziari della Serenissima Repubblica. (A. Da Mosto)
Regole e norme che non furono mai osservate dal caro estinto fratello.
Per questo motivo Donna Laura, assistita dal causidico di Adria il Reverendo Don Giovanni Campanella, portò davanti al Vicario Pretorio di Rovigo, al quale spettava la giurisdizione civile con il compito di giudicare le cause in assenza del Podestà, diversi testimoni che, interrogati, deposero tutti a suo favore.
Gli interrogatori (capitoli) dei sei testi si erano svolti il 14 giugno 1669, appena cinque mesi prima, anche se il suo calvario giudiziario era iniziato nel 1665, al tempo cioè della “donazione” da parte del Nobile Zaccaria a suo favore.
Nadalin Lavezzo interrogato e “amonito della forza del giuramento et delle pene” afferma che “fui chiamato da suoi Agenti (del nobile Zaccaria) et tagliassimo quantità di salisi vivi” e diede “parte del legno a Chizzola Mastellaro da San Sisto per far cerchi da mastello… et quelli albori che non furono buoni per il Massaro fece fare delle zocche”.
Determinante fu anche la risposta di Andrea Panin, di anni settanta, il quale conosceva molto bene la tenuta della Reccanata e ricorda la negligenza e noncuranza (ora diremo menefreghismo) del quondam N.H. Zaccaria nei confronti del citato territorio e di come, invece, “è in assai miglior conditione la quale in quel tempo (del sig. Zaccaria) pareva un bosco, et doppo che è possessa dalla N.D. Laura sua sorella e ridotta in tutto che si può dire che sia un giardino perché – rincalza un altro teste Bartolomio Panin, – “ogni anno ha piantato trecento piante di salesi, nogare, oppiy et altre piante et anco delle vigne”.
Testimonianze decisive dunque, tutte a favore di Donna Laura.
“Finalmente l’incubo era finito, il Vicario Pretorio l’aveva scagionata appieno circa le accuse di non osservare le regole in materia di boschi e legna”, così rifletteva donna Laura davanti alle alte fiamme del suo camino, ringraziando quel fuoco che riscaldava e avvolgeva con il suo calore non solo la piccola stanza dove si trovava, ma pure il suo cuore, ora più sereno.
Era orgogliosa di sé, nessuno della sua famiglia nemmeno quelli appartenenti al rango più elevato, avrebbero potuto biasimarla, deplorare il suo comportamento, perché le testimonianze sarebbero rimaste ad perpetuam rei memoriam e lei, nonostante fosse una donna sola, ha saputo e sa gestire il suo patrimonio con onestà, rettitudine e fedeltà, seguendo quanto emanato dall’Eccellentissimo Senato.
E così, avvolta nel suo caldo scialle dono di suo fratello – che riposi in pace – adagiata, anzi quasi abbandonata sulla sua poltrona preferita a conclusione di una giornata così intensa ma appagante, Donna Laura pondera che non c’è niente di meglio di un calice del buon vino della sua caneva di Valiera, che il fidato e premuroso Belin già le aveva versato.
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Come citare questo articolo
Luciana Passarella. “Donna Laura Valiera Loredana”. Ventaglio Novanta, n. 47, 2013. https://ventaglionovanta.it/archivio/donna-laura-valiera-loredana/