Da molti secoli i cristiani di Ceneselli manifestano una profonda devozione verso la Madonna. Una prima conferma di questo stretto legame alla Madre del Salvatore emerge con immediatezza già dall’analisi dei titoli che nel tempo sono stati attribuiti alla chiesa:
– il 16 settembre 1792 la nuova (e attuale) arcipretale viene dedicata a Santa Maria Annunziata;
– oltre sei secoli prima, il 6 marzo 1144, papa Celestino II menziona nel Privilegium pro Ecclesia Ferrariensi la «plebem Sanctae Mariae de Cinisella» tra i territori sui quali conferma i diritti della Chiesa ferrarese.
– più indietro ancora, nel 998, in una concessione di enfiteusi fatta il 7 luglio dal vescovo Gregorio di Ferrara si nomina «la plebem Sanctae Mariae in Duo Basilicae».
Non esistono riscontri oggettivi per dimostrare che la «plebem» citata nel documento del 998 sia quella di Ceneselli. Tutto, però, lo fa supporre. Da secoli, dunque, forse da più di un millennio, Maria è nel cuore dei cristiani cenesellesi.
Animati dal desiderio di dare visibilità alla loro venerazione mariana e di condividerla con altri, gli antichi padri hanno realizzato nel vasto territorio comunale strutture popolari, come capitelli e edicole votive, genuine testimonianze di quella fede che sorreggeva l’antica ruralità. Nel tempo, la devozione dei cristiani di Ceneselli ha altresì commissionato opere di maggior pregio artistico, conservate in quello scrigno d’arte e di fede che è la chiesa arcipretale. Fra di esse, una si distingue per il suo fascino e per la devozione che suscita: la statua della Beata Vergine Maria del Divin Parto.
La leggenda la vuole ritrovata nelle acque della località Frata (luogo già menzionato dal beato Giovanni Tavelli da Tossignano, vescovo di Ferrara, nella sua visita pastorale del 16 aprile 1434), a poche centinaia di metri del centro paesano.
Allo stato attuale il documento più antico riguardante il culto alla Vergine del Parto è costituito dal «Panegirico della Madonna sotto il titolo del Parto» recitato nella chiesa arcipretale di Ceneselli il 24 settembre 1848.
Chi scrisse tale documento?
È lecito supporre che l’autore sia stato il «sacerdote originario di detto luogo» don Ippolito Suzzi. Il Panegirico racconta la leggenda del «beneaugurato discoprimento» della statua emersa dalle acque: «E ben vi è noto, come lungi di qui non à guari esista un bacino, o, a meglio dire, una voragine d’acque stagnanti, che Frata comunemente si appella. […]. Sì fu divina mercè, fu opra di providenza, che uno zotico, ma pietoso vecchierello, gittando ivi nel natìo laghetto le reti o l’amo secondo l’usato, vigile ed intento all’innocente suo bottino, tranquillo di mezzo al silenzio di quelle sponde romite; fu divina mercè, io diceva, fu opra di providenza, che l’occhio suo, fatto allora di linee, tra il folto penetrando degli sterpi e de’ giunchi, e nel bujo spingendosi dell’acque limacciose, si arrestasse attonito e stupefatto sopra una preda, che le consuete vinceva della mano, sopra codesta, vo’ dire, miracolosa Effigie di Maria. Esultò allora il buon vecchierello […]. Se non che cessare appena in lui l’estasi del gaudio e della maraviglia, […] volare festante e recarne l’annuncio inaspettato a che le parti primarie fungeva nell’amministrazione e governo dell’antica Parocchia; fu un atimo, un baleno, un punto solo. […] e quasi dissi la Pieve tutta […] volò […] a farsi felice testimone oculare del novello prodigio».
Il documento ricorda alcuni prodigi di cui il popolo di Ceneselli ha beneficiato per intercessione della Vergine, come le piogge abbondanti scese nel 1847 e cinquant’anni prima nel 1798 dopo terribile siccità che i «poderi voracemente desolava». Nei secoli, i cenesellesi si sono rivolti a Maria fecondata dallo Spirito di Dio ottenendo miracoli, non solo per la fecondità della terra ma anche e soprattutto per quella umana, come attestano gli ex voto lasciati da donne giovate dal dono della maternità.
Da tempo immemore, la penultima domenica di ottobre di ogni anno, i cristiani di Ceneselli (e non solo) si ritrovano attorno alla Simulacro, per esprimere tutta la loro devozione, nella Solennità della Madonna del Divin Parto che culmina nella processione per le vie del paese con la Sacra Immagine. Ogni tre anni, poi, viene rievocato il «beneaugurato discoprimento» con una processione che parte dalla località Frata.
Se un’aura di mistero continua ad avvolgere la storia della statua, notizie più precise si hanno sulle caratteristiche artistiche dell’opera, grazie al restauro compiuto nel 1994.
Il lavoro ha permesso innanzitutto di datare la preziosa scultura di terracotta policroma alla fine del secolo XV, anche se non è da escludere una datazione precedente. Il Raggianti la segnalò infatti nel 1965 in uno studio su opere ferraresi indicando in essa un «lampante… riferimento turiano» (cioè a Cosme Tura).
Dal restauro è emerso il valore artistico dell’opera, come attestato dalla dottoressa Donata Samadelli della Soprintendenza ai beni artistici e storici di Verona incaricata di seguire l’opera di restauro. «La Madonna con Bambino di Ceneselli», sottolinea l’esperta, «appartiene a quella produzione di terracotte policrome, di soggetto sacro, che fu particolarmente diffusa nel secolo XV, con propaggini anche nel secolo successivo.
La riscoperta di tale tecnica, già in uso nell’antichità, era avvenuta all’inizio del secolo XV a Firenze, ad opera, secondo alcuni, del Ghiberti, secondo altri di Donatello. Largamente documentato in Toscana l’uso di terracotte policrome di lì si diffuse, grazie anche alla diaspora di artisti come Jacopo della Quercia, Niccolò Baroncelli e Michele da Firenze, in Italia Settentrionale, in Veneto e soprattutto in Emilia, dove la tecnica fu largamente usata e diede origine a capolavori come i gruppi plastici di Niccolò dell’Arca, di Guido Mazzoni e di Antonio Begarelli.
In Polesine sono visibili alcuni preziosi esemplari di sculture in terracotta policroma, databili diversamente, tra i secoli XV e XVI. Tra questi il «corpus» variamente riferito a Michele da Firenze (i frammenti di altare della Cattedrale di Adria, recentemente restaurati dalla S.B.A.S del Veneto, l’altare di Raccano di Polesella, la Madonna con Bambino della Parrocchiale di Gavello), il Transito della Vergine e l’Annunciazione di S. Maria Assunta della Tomba, ad Adria, la Madonna con Bambino in S. Sofia di Lendinara e quella, in stucco policromo, della sagrestia della Parrocchiale di Costa di Rovigo.
Si tratta complessivamente di una produzione plastica in cui elementi della cultura toscana si fondono variamente con quella emiliana, in particolare ferrarese e bolognese.
La Madonna con Bambino di Ceneselli si distingue tuttavia per singolari caratteri formali, che dovranno essere adeguatamente valutati, anche grazie al restauro, soprattutto con riferimento alla contemporanea produzione pittorica».
La statua dalla Madonna del Divin Parto non è solo un’opera d’arte ma è anche una figura che parla. Nessun particolare è stato plasmato a caso. È un vangelo di terracotta che può essere letto da chi vi sosta davanti con fede e umiltà.
I volti sereni, dolci e pensosi di Madre e Figlio, che meditano in pace, catturano lo sguardo e l’animo di chi li osserva. Maria ha partorito al mondo il suo Figlio cominciando da Betlemme fino al Calvario. Cristo ha partorito il mondo di tutti gli uomini cominciando dal Calvario e fino alla fine dei tempi, salvando ogni uomo che accoglie la redenzione. È solo un aspetto della ricchezza del messaggio divino che l’ignoto autore della terracotta ha voluto trasmettere con la sua opera.
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Come citare questo articolo
Gabriele Antonioli. “La Madonna del Divin Parto”. Ventaglio Novanta, n. 47, 2013. https://ventaglionovanta.it/archivio/la-madonna-del-divin-parto/