Nei mesi scorsi molti appassionati della storia antica hanno raggiunto Palazzo Roncale a Rovigo per ammirare l’interessante mostra “L’Egitto Ritrovato” – allestita dalla fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo – attratti dalla possibilità di vedere da vicino le due mummie esposte assieme ad altri preziosi reperti provenienti dalla Collezione Valsè Pantellini di proprietà dell’Accademia dei Concordi.
Terminata la mostra che le ha fatte conoscere, le due mummie hanno frattanto affrontato un lungo viaggio, insieme con altri reperti della Collezione Egizia Rodigina, alla volta della Cina. Saranno infatti le protagoniste della colossale mostra che le Autorità cinesi stanno organizzando, con prima tappa all’Hubei Provincial Museum di Wuhan, per sostare poi in altri 3 musei del paese asiatico.
Il progetto “Egitto in Cina”, curato dal gruppo di lavoro Egitto Veneto – coordinato dal prof. Emanuele Ciampini e dalla prof.ssa Paola Zanovello, con la collaborazione dell’Università degli Studi di Padova e dell’Università Ca' Foscari di Venezia – ha tra i propri obiettivi la valorizzazione delle numerose collezioni egizie presenti nel territorio veneto, e costituisce pertanto anche un’occasione per rafforzare i rapporti tra il Veneto e il grande paese asiatico a suo tempo visitato e descritto da Marco Polo.
La collezione Pantellini
Davvero affascinante la storia di come queste preziose testimonianze di una civiltà tra le più suggestive siano giunte proprio nella nostra Rovigo.
Innanzitutto alcune parole sul principale artefice: Giuseppe Valsè Pantellini (Rovigo, 1826 – Fiesole, 1890), avventuroso rodigino figlio di commercianti, ex garibaldino espatriato – per motivi politici, in seguito ai moti insurrezionali antiaustriaci polesani del ’48 – al Cairo, dove, negli anni Sessanta dell’Ottocento, avviò una fiorente attività imprenditoriale alberghiera, che gli fruttò tra l’altro l’incarico dal Vicerè d’Egitto di alloggiare gli ospiti internazionali e curare il ricevimento durante i festeggiamenti per l’apertura del Canale di Suez nel 1869 (di cui si è parlato già nel numero 47 del Ventaglio a pag. 82).
Proprio i suoi due alberghi – il Grand Hotel e l’elegante Hotel d’Europe – erano mete fondamentali di noti viaggiatori del tempo: nobili, agenti dei consolati e ricchi provenienti da tutto il mondo, ma soprattutto alcuni egittologi di grande fama, come Auguste-Édouard Mariette e Gaston Camille Charles Maspero.
Fu così che nel 1877 l’allora Presidente dell’Accademia dei Concordi, Lorenzoni, sulla scia dell’euforia europea per l’antico Egitto, si rivolse a lui per realizzare un museo egizio a Rovigo. Pantellini rispose al caloroso appello con una generosità al di sopra delle aspettative, inviando in cinque casse tra il 1878 e il 1879 un consistente numero di oggetti, tra cui anche le due mummie, che avrebbero costituito il nucleo archeologico egizio dell’Accademia, a testimonianza dell’antico legame tra la città e l’Egitto.
Alla donazione iniziale di Valsè Pantellini si aggiunsero nel tempo altri reperti egizi di privati, arrivando a dar vita ad una raccolta di oltre 500 pezzi. Essa è costituita da una maschera funeraria di un faraone, cartonnage di mummie e altri reperti di carattere antropologico; oggetti di età tolemaica sia di carattere votivo che di uso domestico, tra cui balsamari, amuleti, bronzetti votivi e statuette in legno o pietra, sigilli e collane; ed ancora frammenti di stipiti con iscrizioni in calcare bianco, fregi, tavolette con caratteri geroglifici, stele decorate, di cui una splendida del Medio Regno.
Alcuni spiccano per l’accurata fattura, come una piccola profumiera a forma di donna inginocchiata. Documenti preziosi e per la maggior parte ben conservati, in grado ancora di raccontare a distanza di millenni curiosi aspetti della vita quotidiana e della visione del mondo della più suggestiva civiltà millenaria.
Ma i due reperti di punta, come si è detto, sono appunto le due mummie: una donna sui 20-25 anni, forse risalente (è stato per ora solo supposto, in attesa dei riscontri scientifici) alla Tarda Epoca, tra il 700 e il 300 a.C., battezzata Meryt, ed un altro esserino avvolto in un leggero sudario e trovato nella stessa teca insieme ad alcuni piccoli di coccodrillo anch’essi mummificati. Il piccolo involto, chiamato Baby, ha destato le maggiori curiosità, poiché sono sorti dubbi circa la sua identità umana o animale, fino alla recente soluzione scientifica dell’enigma.
A sfatare la più affascinante e romantica delle ipotesi che si trattasse di madre e figlio, a dire il vero, c’era già la consapevolezza dell’appartenenza delle due mummie ad epoche diverse (il piccolo sarebbe più recente), oltre al fatto che in realtà esse giunsero a Rovigo in momenti e circostanze diverse: se quella adulta fa parte delle spedizioni all’Accademia, la più piccola fu spedita da Pantellini al cavaliere rodigino Antonio Minelli, forse come regalo di compleanno. Come sia poi arrivata all’Accademia non è chiaro: si è favoleggiato che egli la respinse per timore di malefici influssi oppure fu donata all’Istituzione dai familiari alla sua morte. È certo invece che fin da subito fu considerata la salma di un bambino: per questo la chiamarono Baby e le mogli degli accademici la ornarono di nastrini che porta ancora oggi.
Le mummie indagate
Una importante novità dell’evento – che ha fatto salire Rovigo alle cronache archeologiche nazionali – è stata la scelta dei promotori di dare il via, in concomitanza con la mostra, ad una campagna di pulizia e di studi dei corpi delle mummie, sotto lo sguardo dei visitatori, fornendo la massima divulgazione dei risultati.
Alla dott.ssa Cinzia Oliva, restauratrice del Museo Egizio di Torino, una luminare nel suo campo, è stato affidato l’importante compito, con la particolarità che alcune fasi dell’operazione di pulizia e restauro sono state effettuate davanti agli occhi stupiti dei visitatori, in una saletta adiacente alla mostra, dove le due mummie sono rimaste esposte fino allo scorso 29 luglio.
In concomitanza sono stati avviati complessi esami scientifici condotti da specialisti – tra cui la TAC, tomografia assiale computerizzata, la datazione del carbonio C14 e la scansione con laser scanner 3D -, al fine di chiarirne l’identità (soprattutto nel caso di Baby), l’età ed ulteriori informazioni in merito alla loro costituzione, la nutrizione adeguata o carente, le eventuali patologie in vita e la presunta causa di morte. Il tutto grazie ad una felice sinergia tra l’azienda Ulss 5 Polesana, l’Ateneo di Padova, l’Università Ca’ Foscari di Venezia, l’Accademia dei Concordi e la Fondazione Cariparo, con la collaborazione tecnica di Arcadia Arte, mentre la curatela scientifica è stata affidata a Egitto Veneto, con il coordinamento del professore Emanuele Ciampini e della dottoressa Paola Zanovello.
Particolarmente emozionante la TAC, effettuata alla presenza di vari esperti dallo staff medico nel reparto di Radiologia del Polo Ospedaliero di Rovigo, che ha confermato l’ipotesi più affascinante e nello stesso tempo più sentimentale sulla piccola mummia: sotto i resti dei tessuti, hanno spiegato il primario radiologico Massimo Favat e il professore di anatomia umana del dipartimento di neuroscienze Raffaele De Caro, si intravede infatti lo scheletro di un piccolo essere umano con la tipica divisione in due parti dell’osso frontale, caratteristica dei bambini con il cranio ancora in formazione: presumibilmente dell’età di circa un anno di vita.
Curiosa invece la disposizione atipica delle braccia, distese lungo il corpo con l’avambraccio di destra in parte ruotato – ben diversa dalla rituale posizione delle braccia a incrocio sul torace – con una mano aperta ed una a pugno, nella disposizione tipica delle sepolture dei faraoni (anche se andrebbe escluso un legame diretto), che si può invece vedere in Meryt, mummia di giovane donna, probabilmente attorno ai 25 anni e sicuramente di famiglia benestante, così ben conservata da avere ancora intatte le dita dei piedi, che furono fasciate singolarmente.
Ovviamente non tutti i misteri sono stati risolti: è tutt’ora in corso di svolgimento un lungo lavoro di studio delle risultanze diagnostiche dei vari esami (si attende, in particolare, l’esito della datazione del carbonio C14), che ci darà ulteriori informazioni sulle mummie rodigine, in merito alla loro costituzione, la nutrizione adeguata o carente, le eventuali patologie in vita e la presunta causa di morte e, per i più curiosi, perfino le immagini tridimensionali dei loro volti, grazie alla tecnica del laser scanner 3D, a cura del Gabinetto Interregionale di Polizia Scientifica per il Triveneto di Padova, condotta dal dr. Nicola Gallo.
Ora le due mummie, con altri reperti egizi rodigini stanno effettuando un lungo viaggio, portando il nome di Rovigo nella terra del Sol Levante.
Auspichiamo, frattanto, che al loro ritorno a Rovigo trovino un idoneo spazio espositivo stabile, in modo da renderle fruibili continuativamente, insieme al cospicuo patrimonio archeologico conservato dall’Accademia dei Concordi.
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Come citare questo articolo
Rosanna Beccari. “Egitto che passione”. Ventaglio Novanta, n. 58, 2019. https://ventaglionovanta.it/archivio/egitto-che-passione/