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STORIA - TRADIZIONI

El fero da segare

Un arnese perfetto nel suo genere, frutto di una evoluzione guidata, nel corso dei secoli, dall’istinto del falciatore

di Adriano Romagnolo

Ventaglio Novanta n. 42 2011 pp. 84–85

Ognuno che abbia un mestiere ha i so feri, gli arnesi del mestiere; e qui ci sta un poeta per dirci quali e quanti sono e possono essere: Ecce marangones operant lignamina ferro,/ Ferro taiantur calzae, variaeque gonellae,/ Pistat mortaro speciarius omnia ferro,/ Cum gucchis ferri brettas brettarus agucchiat,/ Ferro zavattas gens scarpazina repezzat,/ Calcinat et ferro muros murator et albat,/ Non radit barbam barberius absque rasoro,/ Non herbolattus dentes cavat absque tenaia,/ Nec porcos castrat sine ferro conzalavezus. (Ecco i marangoni che lavorano il legno col ferro, col ferro si tagliano calzoni e gonnelle, Lo speziale pesta ogni cosa nel mortaio di ferro, il carrettaio cuce le berrette con aghi di ferro; col ferro il ciabattino rappezza le ciabatte e col ferro il muratore dà la calce ed imbianca i muri. Non rade la barba il barbiere senza rasoio né cava i denti l’erbolaio senza tenaglie né castra porci il calderaio se non ha ferro. (Baldus, XIII-283 e seg.).

E scusate se è poco! Perché poco è veramente. E vero che se un barbiere parla del fero, intende il rasoio e un castrino il coltello, e il falegname lo scalpello; ma il fero per eccellenza, in ambiente campagnolo (e non so perché il poeta non lo ricordi) è la falce fienaia. Spìnzare el fero da la matina a la sira – dice il contadino per dire falciare il fieno tutto il giorno.

Per dire di questo fero ci vorrebbe veramente un poeta, ma non c’è o non lo conosciamo. Se ci fosse, egli vi farebbe osservare che la falce fienaia è un arnese, nel suo genere, perfetto. L’istinto l’ha perfezionata sino a renderla non oltre perfettibile: com’è perfetto il nido della rondine, il formicaio, l’alveare. Chi volesse modificare l’opera, la guasterebbe: essa è il prodotto dei secoli, non dell’uomo.

El fero o, come si dice anche, el fero da segare, chi lo regge, meglio ancora se inesperto, sente che ha in mano qualcosa che assomiglia ad un prodigio. Esso dà un senso di leggerezza, di levità, di scorrevolezza, di equilibrio, per cui non ci si meraviglia che il contadino lo usi tanto agevolmente da parere che il falciare l’erba sia quasi un gioco.

Non è, invece, un gioco: dopo quella del mietitore, la fatica del falciatore è certo la più gravosa. Ma essa diventerebbe insopportabile se le qualità della falce non l’alleviasse.

Una sapiente disposizione di curve nel manico equilibra il peso di tutto l’arnese così che tutta la spinta dell’operatore si scarica sulla lama. Ganbo è il nome del manico, e sembra veramente, per la grazia e la levità delle curve, il gambo di un fiore. Noi lo chiamiamo volgarmente manico, ma è detto malissimo, perché le mani dell’operatore, mentre lavora, non lo toccano affatto. Il ganbo ad una estremità regge la falce tagliente (il vero e proprio fero) e all’altra estremità, sullo stesso piano della falce, ma dalla parte opposta del ganbo (e quindi orizzontale come la falce) porta un piolo che è chiamato mancoleta o manconeta; a metà circa, un altro piolo, questo a forma di angolo retto, sta infisso con un suo lato in modo che l’altro lato resti alto (forse un 15 cm. dal ganbo) orizzontale e parallelo alla mancoleta: questo secondo piolo è la màncola o maneton.

La falce fienaia è retta dal falciatore attraverso la màncola, con la destra, e la mancoleta, con la sinistra. La falce vera e propria, cioè, la lama, dalla forma caratteristica di lunetta molto allungata, tronca nel punto di maggior distanza fra i due archi, presenta all’interno, tagliente, il filo e, all’esterno, la costa che dà solidità alla lama. Robusto, e un po’ sollevato sul piano della lama, c’è il colo (collo) della lama, per mezzo del quale essa lama è fissata al ganbo. Sul quale, dove il colo poggerà con una sua sporgenza (dente del colo o dente de fermo) c’è una piccola tacca che quella sporgenza riceve. Un anello di metallo, la vera, col relativo cugno (cuneo) e un listello di cuoio (curame o mascaizo) serviranno a fissare saldamente la lama al ganbo. Tutto quindi semplicissimo, funzionale, perfetto. Montare e smontare la falce fienaia sembra un gioco: ma se la falce non è montata a dovere (fero inganbà male) può presentare dei difetti che assorbono e disperdono lo sforzo del falciatore.

Tuti i ara e tuti i para – dice il contadino: ma come i ara e come i para? La falce male inganbà, durante la sua corsa orizzontale tra l’erba, può tendere a piantarsi in terra con la punta (fero baso o alto de taco); può tendere a sfuggire verso l’alto (fero alto o baso de taco); può darsi che il piano della lama la guidi a sarchiare il terreno (fero baso de tajo) o, specialmente alla fine della sua corsa, a mozzare l’erba troppo alta (fero alto de tajo).

Il contadino è fiero di un campo ben rasato; ma, se il fero è difettoso, il campo falciato si presenta come la testa di un cristiano i cui capelli siano stati tagliati da un ciabattone con le forbici: tutto a scale.

Bàtare el fero, cioè rifare il filo alla falce, avviene almeno un paio di volte in una giornata di lavoro. Sulla testa piana della pianta, come su di un piccolo incudine particolare, il falciatore, con un martello, assottiglia il filo del fero che si è ottuso durante il lavoro.

Batare el fero con la pianta-martelo non è di tutti. Anche in questo ci vuole arte ed esperienza, oltre che mano. La martellata sulla lama della falce deve essere piccola, rapida, e proprio sul bordo ingrossato, altrimenti l’acciaio, come si dice, el se scóla, cioè perde la rigidezza e non è più in grado di falciare.

Alla fine dell’operazione, se fatta bene, per tutta la lunghezza della falce si dovrà vedere una specie di zigrinatura e di seghettatura regolare ed ordinata che sarà poi affilata passandovi e ripassandovi la cote (la piera da guzare).

Adesso il fero così affilato (guzà) è pronto per l’uso. Se il metallo è troppo duro, quando il falciatore lo bate può fendersi e saltare; se invece è troppo tenero si ottunde facilmente e di poco aiuto può essere la cote.

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Come citare questo articolo

Adriano Romagnolo. “El fero da segare”. Ventaglio Novanta, n. 42, 2011. https://ventaglionovanta.it/archivio/el-fero-da-segare/

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