Sant’Antonio abate è uno dei santi più conosciuti, sul quale i racconti popolari si sono sbizzarriti, anche scherzosamente: “Sant’Antoni del busghìn ne gh’è acqua, ne gh’è vin, ne ghe legna da brusare, sant’Antoni ‘sa ghégna da fare?”
Anacoreta egiziano vissuto tra III e IV secolo, attorno al Mille le reliquie di sant’Antonio abate furono traslate nei pressi di Arles in Francia, ove iniziarono ad affluire i colpiti da ignis sacer, morbo noto sin dall’antichità, poi diventato comunemente fuoco di sant’Antonio, causato dall’herpes zoster, un virus indotto dalla segale che entrava comunemente nell’alimentazione umana.
Seguirono un hospitium per la cura dei malati, la costituzione di una apposita confraternita trasformatasi nell’ordine ospedaliero di sant’Antonio abate, approvato da Urbano II nel 1095, con licenza di allevare maiali perché lardo e sugna erano un ottimo emolliente per cura dell’herpes; ma un certo numero di maiali era messo a disposizione anche dai villaggi per la dispensa dei religiosi che potevano così dedicarsi alle cure senza altri impedimenti.
Nell’iconografia classica, il santo si accompagna al maiale, tiene il bastone da pellegrino con un campanello e nel palmo della mano ha una fiammella, tratti distintivi che saldano il culto di sant’Antonio con quello di una divinità celtica, Lug, dio dei boschi, perciò il maiale. Ma può pure essere traghettatore delle anime verso l’oltretomba come indicano il fuoco che rischiara il cammino, mentre il campanello aveva il compito di scacciare gli spiriti nefasti.
“Mi ricordo” racconta Tiziano Rigoni, “che il 17 gennaio, festa di sant’Antonio abate, era un giorno molto, molto sentito. In ogni paese c’era la benedizione degli animali, del sale e del fieno. Buoi, inghirlandati a festa con nastri colorati sulle corna, cavalli, muli e asini, elegantemente bardati con la criniera intrecciata, erano condotti sul piazzale della chiesa. C’era chi prendeva con sé una bracciata di fieno, chi invece caricava carri e carretti e si portava in piazza accompagnato anche dai cani. Era la festa della corte. Poi la messa e la benedizione per tenere lontane le malattie dagli animali ed il fuoco dai fienili. Cristiani ed animali quel giorno riposavano”.
Quella di sant’Antonio abate, detto anche del porcello e del fuoco, era dunque una data importante nel calendario agricolo, che trovava il suo spazio nella liturgia, come annota mons Beniamino Ghiotto, arciprete di Papozze, nel suo prontuario del 1895: “Post Missam secundam fit benedictio animalium et feni ut in die S. Antonii”.
Festa popolare e contadina, era una sorta di capodanno con tutta una serie di riti propri di un inizio.
In primo luogo si ricavano i presagi mettendo un catino d’acqua all’aperto e, il mattino, sulla superficie ghiacciata si poteva intuire la sagoma di Sant’Antonio oppure, se proprio si insisteva, le ragazze vedevano la faccia del futuro fidanzato. Poteva ancora comparire un ponte, giusto il proverbio: “Se sant’Antonio fa el ponte, san Paolo e lo rompe”, cioè se il 17 gennaio fosse stato freddo con ghiaccio, il 25, san Paolo dei segni, sarebbe stato bello.
In occasione della festa si confezionava un dolce apposito, “la mariana”, una pinza di farina di castagna, fichi, uvetta, e latte che tradizionalmente si cucinava sulla ròla del focolare. La mariana veniva divisa fra i padroni e i contadini della corte assumendo così il significato di piatto ridistribuivo, proprio della festa.
Una giornata molto particolare dunque, nel corso della quale si pensava anche che gli animali nelle stalle parlassero, così come a Natale e a san Bovo, ma nessuno doveva udire le loro parole. Per questo, si riempiva ben bene la greppia e per quel giorno non si entrava in stalla perché sarebbe stata morte certa per chi casualmente avesse sentito i loro dialoghi. E infatti, si racconta di quel tale che, attardatosi in stalla, abbia udito:
“Ti bò da fòra e ti bò da man, còssa faremo doman? Sa ne sémo còssa fare a portarén el boaro a soterare”.
E il tizio immancabilmente morì.
Sant’Antonio abate in Polesine era altresì il patrono dei mulini sul Po, sempre a motivo del pericolo del fuoco. La sera del 17, i mugnai si ritrovavano nelle osterie rivierasche per solenni bevute in compagnia.
Oggi il giorno del Santo può essere anche l’occasione per rispolverare antiche tradizioni rurali, riscoprendo un menù tipico del periodo invernale.
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Come citare questo articolo
Paolo Rigoni. “Sant’Antonio Abate”. Ventaglio Novanta, n. 42, 2011. https://ventaglionovanta.it/archivio/santantonio-abate/