Pubblicità

MUSICA & TEATRO

Eugenio Ferdinando Palmieri

Scrittore coltissimo e raffinato, fece di Rovigo la culla di “strasse de memoria”, e la terra dei suoi numi tutelari

di Sergio Garbato

Ventaglio Novanta n. 37 2008 pp. 116–119

Un nuovo allestimento di «Quando al paese mezogiorno sona» messa in scena successo e interesse in tutto il Veneto, un convegno di studi a Padova e un libro che, attraverso relazioni e immagini, propone personaggi e frammenti di esistenza, poesia e teatro a braccetto, ma anche impensabili aperture a indagini ulteriori e soprattutto una rivalutazione globale. Tutto questo per rilanciare, alla grande, quel geniale teatrante e versatile poeta, ma anche originalissimo studioso, che fu Eugenio Ferdinando Palmieri, nato a Vicenza ma rodigino di elezione, per sempre. Quattro anni fa, il centenario della nascita aveva smosso appena le acque e presto tutto pareva rientrato. E invece i frutti si cominciano a vedere oggi, in Veneto come a Rovigo, dove si rivendica intelligentemente un’identità proprio attraverso il filtro di Palmieri, che questa città aveva imparato a conoscere più a fondo dei suoi abitanti e ad amare da lontano nelle nebbie della nostalgia.

La Rovigo di Palmieri

Di Rovigo esiste un immaginario che si riferisce ai primi due decenni del Novecento, ma che si connota profondamente dell’eredità di una città ottocentesca. Una sorta di sereno e modesto paradiso di provincia, dove tutto o quasi viene ricondotto ad una dimensione familiare e casalinga. È la Rovigo attraversata dall’Adigetto, con case e riviere che si specchiano nell’acqua, ponti e barconi, osterie fumose e la campagna che si incunea nella città e la invade con colori e odori. È la Rovigo delle intermittenze del cuore di Eugenio Ferdinando Palmieri, “picoleta” e “fata in casa”, con la nebbia di novembre invasa dal profumo delle patate americane e delle caldarroste. È la stessa città di Livio Rizzi, “dove ancora / par le strade se sente la campagna”, con la gente che “tuto el so strussio xe d’andare a spasso / la domenega”. E Gian Antonio Cibotto poteva ancora sorprendere, oltre le ferite del tempo, “un ritornello dell’animo” e rabbrividire di antiche suggestioni: “basta un ramo d’edera aggrappato ad un muro, la chiarità trasparente di un pioppo solitario nell’angolo di un giardino, l’odore tenue di una rosa che si sfoglia in mezzo ad una aiuola, e subito la città che sembra contagiata dall’ansia di svilupparsi in altezza riprende la sua fisionomia di sempre, bonaria, umana, discreta”. Appena fuori porta, appena discosta dallo stretto viale alberato che porta al cimitero, c’era “Cauccio”, trattoria e osteria al tempo stesso, con il gioco delle bocce in cortile. Lì, si incontravano i poeti, anche perché Livio Rizzi aveva le sue serre proprio dall’altra parte della strada. E le sere e le notti si prolungavano tra piatti di pasta e fagioli e bicchieri di vino, con versi ricuciti per l’occasione, immagini spiegazzate, ricordi e rimpianti, notizie, sospiri, voci che si spegnevano nella raucedine. Fuori c’era la nebbia dei lunghi inverni, così fredda e umida da entrare nelle ossa, ma anche i colori dell’autunno inghiottiti

Ventaglio 37:170×240 V37

5-06-2008

16:07

Pagina 117 dalle tenebre, i sentori di una primavera pallida e stenta e gli afrori dell’estate affollata ancora di voglie e di volti dissipati nella macina del tempo. Ma la città, quella città che era diventata ormai irriconoscibile e perfino odiosa nello scimmiottamento di una periferia urbana e nei riti dei nuovi ricchi, i poeti l’avevano già abbandonata negli anni Sessanta, poco prima di lasciare definitivamente anche questo mondo. Era, dunque, questa la città perduta di Eugenio Ferdinando Palmieri, che se n’era andato a Bologna sul finire degli anni Venti. Una partenza destinata, però, a farsi ferita mai rimarginata del cuore, con nella memoria una Rovigo che era soprattutto uno scenario sospeso nel tempo, dove ritornare di tanto in tanto, ma in incognito, come riemergendo dal passato, a incontrare pochi e fidatissimi amici.

Una breve stagione Poetica

Breve la stagione poetica di Eugenio Ferdinando Palmieri, ma più volte ripercorsa nel tempo, così che i versi scritti nel 1931 vengono in gran parte riscritti nel 1949 e rivisti ancora nel 1966. Era stato lo stesso scrittore, presentando negli anni estremi la terza edizione delle sue poesie, a rilevare che “la mia stagione poetica è durata poco, nel 1934 era già sul punto di finire, e io non avevo che trent’anni… Credo di poter affermare d’aver dato alla poesia in dialetto veneto le prime opere di rottura col gusto ancora dominante in quel 1931-34… Apparvi con dei testi dall’ispirazione acerbamente realistica, o liberamente immaginosa, o d’origine, perché no?, scopertamente letteraria, e dalla scrittura non insensibile alle avventurose esperienze stilistiche fuori dell’area vernacola… realismo insolitamente crudele (la provincia non è mite come sembra), con un mio funambolismo nell’accennare, nel catalogare, nel troncare, con un mio stupore e un mio ardore plebeo, con un mio western di sobborgo in sbrendoli, con una mia fumisteria, con una mia giocondità clamorosa e rissosa ma di fondo funereo”. Poeta coltissimo, tanto da sfidare l’erudizione, nel piccolo e chiuso cielo della poesia polesana, Eugenio Ferdinando Palmieri trova tradizionalmente il suo posto autorevole tra Gino Piva e Livio Rizzi. La sua stagione poetica era indissolubilmente legata agli anni Venti e Trenta, a una sorta di scapigliatura rodigina, su cui si erano affacciati anche poeti e finissimi studiosi come Diego Valeri, Edmondo Rho e Manlio Dazzi. Una svagata quanto attivissima scapigliatura, che si fregiava di etichette e titoli fascinosi (I Scariolanti, L’abbazia degli illusi, L’almanacco del Polesine), lambiccati nelle lunghe notti fumose del Caffè Lodi e che si coagulava intorno ai nomi di Guido Consigli, Aldo Luzzati, Gastone Martini, Gigi Fossati, Pino Bellinetti, Gino Pinelli, Virgilio Milani e ad intermittenze quelli di Giuseppe Marchiori e Livio Rizzi. Per questi amici e compagni di avventura Eugenio Ferdinando Palmieri scriveva su foglietti tormentati da tante cancellature, in redazione o al caffè, versi febbrili, che spinVentaglio 37:170×240 V37

5-06-2008

16:07

Pagina 118 gevano l’intellettualismo programmatico fino ai margini dell’invettiva realistica, al modo, ha osservato acutamente G.A. Cibotto, del Capitan Matamoro dei comici dell’arte. Ed era come se la musa teatrale fagocitasse quella poetica in un vertiginoso giro di maschere: ecco il “masnadiero” e la riscoperta, proprio attraverso Goldoni e la Commedia all’improvviso, del Settecento nella realtà quotidiana; ma anche certi cupi squarci rurali o urbani ispirati a un robusto realismo di maniera e, nel contempo, il gusto per un paesaggismo pittoresco, che il riserbo trasforma con pochi tratti in limpida evocazione. Non uno, ma tanti poeti, per pudore e timidezza, a tessere la trama dei versi, sempre nella flagranza del travestimento.

I versi impertinenti

Come ha scritto a suo tempo Giuseppe Marchiori, “Palmieri aveva l’aria masnadiera e impertinente del timido: nascondeva la bontà dietro la maschera dello stroncatore dalle micidiali battute… I tipi provinciali del “remengo” e del “lazzarone”, da lui interpretati negli anni amari della giovinezza, erano le maschere polemiche della denuncia di un ambiente ristretto e maligno… “Noi si doveva nascere allora, diceva pensando al Goldoni cattivo, agli umori bizzarri di Carlo Gozzi… Un Settecento senza minuetti, critico e satirico, ricco di fermenti rivoluzionari”. Una città che si connota profondamente dell’eredità settecentesca (ma è il Settecento di certe pagine di Manlio Dazzi) e ottocentesca: un sereno e modesto paradiso di provincia, dove tutto o quasi viene ricondotto ad una dimensione familiare e casalinga, con le carrozze, le chiacchiere nella piazza grande, il teatro, quasi uno Stendhal in sedicesimo.

A dargli una voce inconfondibile sono proprio l’imprevedibile empito letterario e il gusto per il travestimento, che potrebbero essere un limite e che, invece, nel gioco dei rimandi e dei pudori, delle nostalgie rinnegate fino all’ultimo, diventano paradossalmente il segno dell’autenticità e della sincerità, il bruciore silenzioso di una ferita che non si è mai rimarginata e continua a sanguinare in dialetto. Gioco, caricatura e parodia si mescolano all’aneddoto e al sentimento per esorcizzare la grettezza della provincia nel recupero di memorie e nella reinvenzione di una città ingrata nella aggressività verbale di personaggi che si vogliono sarcastici e beffardi, ispidi e selvatici, nell’avvampo di passioni sensuali per donne indomabili e nel retaggio di storie malavitose. Sempre ricorrendo a quel suo dialetto di “fondo polesano”, che era, ancora una volta, reinvenzione e riappropriazione: “del dialetto polesano, che a Rovigo e sulla riva dell’Adige ha modi veneti spesso tradizionali, e che sulla riva del Po ha secchezze mantovane e ferraresi, io non sono uno scudiero esemplare; il desiderio di colorire maggiormente, d’ammodernare, di rendere il vocabolo più agro o più sciolto, più arguto o più visibile, di quando in quando mi vince”. Così, Rovigo e la campagna polesana

Ventaglio 37:170×240 V37

5-06-2008

16:07

Pagina 119 diventano “strasse de memoria”, dove il poeta ritrova i suoi numi tutelari e gli echi di François Villon, Jules Laforgue e Max Jacob, organizzando tirate maliziosamente plebee, per stupire e scandalizzare a ogni costo, al modo dei “poeti maledetti” e «malandrini», ma soprattutto dei “male amati”, per nascondere nell’antico infingimento letterario la delusione e la timidezza e, alla fine, il disamore.

Quella sera con Palmieri

Non è poi tanto dissimile da questa, l’immagine che serbiamo di Eugenio Ferdinando (Nando per gli amici) Palmieri, così come l’abbiamo conosciuto, negli ultimi tempi della sua esistenza introversa e segretamente tormentata. C’era a Rovigo, sul far del ‘68, una associazione culturale, costituita da artisti e poeti, giovani professionisti e studenti universitari, che si fregiava del nome di Thomas Mann. Fra le tante iniziative si era pensato, quasi per sfregio, a una conferenza dedicata al teatro veneto, chiamando come relatore Palmieri, che abitava a Bologna e che stava raccogliendo in volume alcune delle sue commedie. Palmieri aveva risposto che lui che non teneva lezioni e tanto meno conferenze, ma, per non deludere nessuno, ci aveva invitato tutti per una “serata di teatro” intorno ai tavoli della trattoria “da Cauccio”, che continuava ad essere, insieme alla casa di Livio Rizzi, una sorta di suo pied-à-terre rodigino. Non eravamo molti, in quella fredda e nebbiosa sera di febbraio, e Palmieri, che era timido e austero se n’era quasi rallegrato: i giovani gli mettevano soggezione. I discorsi, nel trascorrere lento delle ore, si erano infittiti e animati, ma non appena risuonava quel suo filo di voce, autorevole e invitante, si faceva subito silenzio intorno, e il poeta teatrante scandiva le parole, guardandoci di sottecchi, sempre avvolto in un morbido cappotto cammello. All’osservazione che il teatro veneto era superato e che meglio sarebbe stato occuparsi dell’altro teatro, “quello vero”, egli si era schermito e scusato, perché conosceva bene solo quello. Venimmo a sapere soltanto dopo la sua morte, che proprio lui era il temutissimo e infallibile corsivista di “Sipario”, la più importante rivista italiana di teatro.

Utilizzo dei contenuti

Le informazioni contenute in questo articolo possono essere utilizzate come fonte per realizzare documenti, articoli, studi, ricerche e altri elaborati, anche mediante strumenti di intelligenza artificiale, a condizione che siano citati Ventaglio Novanta, l’autore, il titolo dell’articolo, il numero e l’anno della rivista e il collegamento alla scheda dell’articolo nell’Archivio Ventaglio.

La riproduzione integrale resta soggetta alla normativa sul diritto d’autore.

Come citare questo articolo

Sergio Garbato. “Eugenio Ferdinando Palmieri”. Ventaglio Novanta, n. 37, 2008. https://ventaglionovanta.it/archivio/eugenio-ferdinando-palmieri/

Pubblicità