Credo di essere stata fortunata: sono cresciuta in un ambiente familiare ricco di persone che amavano raccontare. Raccontava, con sorprendente efficacia la mia nonna materna, favole dalle trame tanto semplici quanto stupefacenti con personaggi improbabili che davano di sé definizioni estrose che ancora la memoria mi rimanda intatte: “Sor’se pipiolo, gato sgranfegnolo, oca orchessa, anara badessa, volpe furbessa”… erano gli animali di una storia che ricalcava la più nota “I suonatori di Brema”. Raccontava, leggendo, la mia nonna paterna sempre la stessa fiaba, quella, e solo quella, che io reclamavo con la caparbia determinazione di cui solo i bambini sono capaci. Mi piaceva precorrere mentalmente la narrazione, certa che tutto sarebbe accaduto come già sapevo. E raccontava mio padre… Storie fantastiche, storie di ogni tipo: “Giovanin sensa paura” che se ne andava per il mondo con un bastone in cui stava infilata una ciambella e affrontava incosciente la minaccia dell’Orco che ricomponeva il suo corpo, pezzo dopo pezzo, gettandolo dalla cappa del camino… “Ca buta?” e Giovanin: “E buta!”. Poi c’era la narrazione di Perseo che affrontava Medusa, e Persefone rapita da Ade, e Ulisse che ingannava Polifemo e tante, tante ancora. Quelle storie narrate erano emozione, paura, sollievo, immaginazione, erano un flusso emotivo che rinsaldava legami d’affetto. Sono cresciuta perciò con il gusto del sentir raccontare storie che poi, a mia volta, ho narrato ricalcando i tempi, le pause, le enfatizzazioni, la mimica teatrale dei miei straordinari narratori.
E’ solo ascoltando leggere o perdendosi in racconti efficaci che si apre, a poco a poco, la strada personale ed intima della lettura, quel gusto inappagabile che ti fa divenire ingorda di racconti. Così per convinzione e per professione (sono maestra), ho iniziato con altre tre colleghe, Cinzia, Paola ed Elisa, una bellissima esperienza di animazione alla lettura che dura ormai da anni e che abbiamo chiamato “Giocolibrando”. Le storie di tanti autori, a torto catalogati come scrittori solo per bambini, sono state trasformate in azioni teatrali per renderle ancora più accattivanti e coinvolgenti. Ma di tutte le storie che ho riadattato quella a cui sono più affezionata è quella del “Fabro Bacan”. La figura del contadino o del popolano scaltro è una matrice che si ritrova in molte fiabe della tradizione orale: (“Il maniscalco di Gerusalemme”, “La zucca d’oro”, “Quello che non poteva star zitto”, per citarne alcune), poi ripresa anche nella letteratura in lingua, come Croce ha ben delineato nel suo “Bertoldo”. Mescolando con misura i diversi elementi rintracciati nelle fiabe popolari e nella tradizione dotta, ne è uscita una riscrittura teatrale che unisce alla scanzonata immediatezza del racconto dialettale il richiamo alla tradizione letteraria. Bacan – il nome ben descrive il suo mestiere – è dunque un fabbro che decide di
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Pagina 157 sfidare un re borioso ed arrogante che mette in palio una zucca d’oro per chi gli sappia raccontare una bugia strabiliante. Molti si cimenteranno nella non facile impresa ma solo Bacan, con arguzia e scaltrezza, riuscirà ad aver ragione dell’alterigia del sovrano e a guadagnarsi la zucca. E poi ecco che nella sua bottega si fermano San Pietro e il Signore, il quale gli chiede cosa desideri per migliorare la propria vita. Bacan, nonostante San Pietro lo solleciti a chiedere la salvezza dell’anima, domanda al Signore apparenti sciocchezze: che chi sale sul suo fico vi rimanga appeso, che chi siede sulla sua panca non si possa più rialzare, un violino la cui musica faccia danzare ed un sacco nel quale chi vi entra non sia più capace di uscirne. Il Signore concede a Bacan queste bazzecole con la totale disapprovazione di San Pietro. Ma sarà solo grazie a questi “doni” che l’astuto fabbro umilierà la Morte, venuta a reclamarlo, facendola prima salire sul fico e lasciandola là appesa per sette giorni, e poi obbligandola a danzare, suo malgrado, fino allo sfinimento alla musica del suo violino. Via la Morte, arriverà il Diavolo che, credendosi più capace della compagna, intimerà a Bacan di seguirlo all’altro mondo, e Bacan prima lo farà accomodare sulla panca dalla quale Belzebù non saprà più rialzarsi e poi lo sfiderà ad entrare nel sacco, sfida che il Diavolo ovviamente accetterà ignaro della sorte che lo attende… botte da orbi a suon di martello. Nessuno quindi, dopo questi maldestri tentativi, pretende più la vita di Bacan, che campa felice sulla terra fino a rimanere l’unico essere vivente. Così sarà lui, e lui solo, a decidere di andarsene all’altro mondo dove però gli verranno sbarrate le porte. Che fa allora l’ingegnoso fabbro? “Fora dal Paradiso, el fabro Bacan col martelo el taca a piciare e pin pun pan…Sete giorni de che la confusion, gnanca el Signore de dormire l’è più bon!” Così il buon Dio, per garantirsi il sonno, intima a san Pietro di far entrare Bacan in Paradiso. Che stupenda metafora! Bacan dà scacco al potere temporale (il re) al potere della corruzione sull’uomo (la Morte e il Diavolo) e, non contento, compete con il divino e lo piega al proprio desiderio. E loro, i piccoli assetati di racconti, guardano emozionati e partecipi senza perdere una sillaba con occhi vivi e lucidi, e alla fine ti chiedono proprio quello che tu vuoi sentirti chiedere. “ Maestra, fammi leggere questa storia”.
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Monica Stefani. “Giocolibrando: el fabro Bacan”. Ventaglio Novanta, n. 37, 2008. https://ventaglionovanta.it/archivio/giocolibrando-el-fabro-bacan/