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STORIA - TRADIZIONI

Giubileo & Giubilei

Iniziative religiose e curiosità storiche relative al territorio della diocesi di Adria

di Luigi Contegiacomo

Ventaglio Novanta n. 22 2001 pp. 46–51

Il Giubileo, o per meglio dire la Perdonanza, nasce nel 1300, ma le sue radici, come noto, affondano nella concezione altomedioevale della purificazione dell'anima conquistata attraverso la sofferenza fisica, di cui il pellegrinaggio non è che una delle forme più appariscenti e conclamate. Un viaggio che nel corso del tempo sempre più diventa di per se stesso un'espiazione, la croce di Cristo che il pellegrino si pone metaforicamente sulle spalle per redimersi e conquistarsi così il perdono, tanto che finisce per contare quasi più il sacrificio del viaggio in sé che non la meta ultima, la visita ai santuari.

E che il viaggio costituisse in realtà il vero modus espiandi lo dimostrano i pericoli e le traversie insite nell'itinerario, talmente lungo, disagiato e zeppo di rischi (rapine, sequestri, infortuni, violenze, malattie) che tornarne costituiva già di per sé un vero e proprio miracolo.

Le stesse crociate erano concepite come pellegrinaggi, tanto più motivati quanto più arduo era raggiungere lo scopo finale, la liberazione con le armi del Santo Sepolcro, meta privilegiata sin dall’alto medioevo, dei pellegrini cristiani. E poco contava se i crociati portavano con sé, al grido "Dio lo vuole" (come più tardi faranno i colonizzatori spagnoli e portoghesi), violenze e crudeltà d'ogni sorta, spesso di segno peggiore di quello lasciato dagli stessi "infedeli": ragion di stato e fanatismo religioso ben si legavano in un connubio che solo oggi la Chiesa ha rinnegato.

Col tempo al Sancta sanctorum per eccellenza, il sepolcro di Cristo, si sostituì una meta molto più raggiungibile, seppur sempre in modo estremamente difficoltoso: la tomba del primo fra gli apostoli, Pietro, e quindi Roma, la capitale del mondo cristiano, da cui la nuova definizione data ai pellegrini che vi si recavano: i romei.

E proprio il primo Giubileo, o meglio la Grande Perdonanza – promulgata nel 1300 da Bonifacio VIII, su sollecitazione di un'intera comunità alla ricerca di pace e spiritualità, da tempo sempre più lontane dal mondo cristiano – contribuì decisamente a fare di Roma e delle basiliche di S. Pietro e di S. Paolo (cui si aggiunsero dopo quelle di S. Giovanni in Laterano e S. Maria Maggiore) la meta privilegiata, seppur non esclusiva, dei pellegrinaggi da tutta Europa, seppure aumentasse sempre più anche la devozione verso Assisi e Loreto.

Il pellegrino aveva un suo status speciale, riconosciutogli più dalla consuetudine che da disposizioni ecclesiastiche e civili: era per così dire una figura sacra, intoccabile, proprio in quanto anima in via di purificazione. Al vestiario che doveva distinguerlo dal mercante in viaggio d'affari e dal vagabondo, si aggiungeva spesso un segno di riconoscimento che serviva ad individuarlo a prima vista ed a distinguerne la meta; un segno che, a fine pellegrinaggio, sarebbe stato indossato quale emblema e segno di distinzione: la "veronica" per il pellegrino romeo, la conchiglia per il pellegrino che andava a Santiago, la palma per il pellegrino che si recava a Gerusalemme.

Diverse erano naturalmente le vie seguite a seconda delle mete: se il pellegrino verso la Terra Santa si imbarcava a Venezia, a Genova o dai porti pugliesi, chi si recava a Roma seguiva molteplici percorsi a seconda della provenienza: chi proveniva dal centro-nord Europa, passando per Innsbruck, valicava il Brennero, quindi proseguiva verso la Pusteria, Treviso, Venezia, Ravenna, Bologna, o scendeva per Bolzano, Trento, Verona. Di qui poteva deviare per Padova, passando l'Adige ad Anguillara, e, proseguendo per Rovigo, raggiungeva Ferrara, Bologna, Firenze (itinerario norvegese del sec.XIV), oppure a Ferrara deviava per Argenta, proseguendo per Ravenna, Meldola, Roma. Un'altra variante da Verona si bipartiva per Castelmassa e di qui conduceva a Ferrara. A queste, che erano appunto le vie romee per eccellenza, si aggiungevano quelle franchigene, per chi proveniva dalla Francia, mentre per chi proveniva dall'est la via privilegiata era Venezia-Ravenna-Bologna.

Tutti gli itinerari erano naturalmente costellati di pievi, santuari, sacelli spesso luoghi di culto privilegiato dei pellegrini di passaggio, ma molti altri si aggiunsero nel tempo ora grazie ad eventi prodigiosi ora grazie alla semplice devozione dei pellegrini stessi verso determinati santi: di qui la frequenza anche in Polesine di capitelli, pievi, chiese e ospedali dedicati a santi protettori di viandanti e pellegrini: S. Giacomo, Sant'Antonio Abate, S. Giuliano, S. Martino, S. Cristoforo, S. Nicolò, S. Leonardo.

Dalla cadenza secolare e dalla valenza del tutto eccezionale con cui era stato concepito da papa Bonifacio per riavvicinare il clero ed il suo gregge allo spirito originario della Chiesa, il Giubileo divenne sempre più frequente, prima cinquantennale (1350), poi trentatrennale (1389), e dal 1470 (1475) venticinquennale: da un lato il richiamo a Roma di pellegrini da tutto il mondo cristiano portava ingenti somme alle casse della Chiesa romana, dall'altro le indulgenze costituivano uno strumento economico di prima grandezza, una pratica che, sfruttando la devozione e la paura della morte, rasentava la simonia, come avrebbero denunciato i vari movimenti protestanti.

Non poteva ignorarlo il Concilio di Trento, al cui avvio molto contribuì l’amministratore della diocesi di Adria Giovanni Domenico de Cuppis, e alle cui risoluzioni molto avrebbe contribuito un altro vescovo di Adria, Giulio Canano. Il Concilio, nel restituire dignità alla Chiesa e nel mettere ordine nel caos, favorì indirettamente l'incremento dei giubilei straordinari e delle indulgenze plenarie more iubilei, motivati in genere da eventi eccezionali quali guerre, pestilenze, catastrofi naturali o anche solo insediamenti di nuovi pontefici, come risulta anche dalle disposizioni date nella nostra diocesi e di cui fanno menzione i documenti esposti nella mostra:

Nel 1728, in occasione di devastanti terremoti ed inondazioni, e nel 1732, momento di grave tensione politica, condizione per ottenere l'indulgenza era per gli adriesi la visita della Cattedrale, di S.Maria della Tomba e della chiesa delle Monache; per gli arianesi la visita di S. Nicolò, della chiesa dei padri riformati e di una terza da designare dall'arciprete.

Qualche scontento dovette produrre a Rovigo il giubileo del 1751, estensivo di quello ordinario del 1750, visto che il vescovo Pellegrino Ferri individuava solo in Adria le chiese da visitare (ben 15 volte ciascuna) per ottenere l'indulgenza.

Quale fosse d'altro canto l'importanza rivestita nell'immaginario collettivo e nella devozione popolare dall’occasione giubilare ci è testimoniato dalle frequenti disposizioni testamentarie locali legate ai giubilei e più in generale ai pellegrinaggi espiativi.

C'era chi andava di persona e faceva testamento prima di partire, in considerazione dei rischi connessi col viaggio stesso. Ma c'era anche chi – ed era il caso più frequente – obbligava gli eredi a provvedervi di persona o a delegare sacerdoti o laici fidati, in cambio di un congruo compenso. Erano nati così veri e propri professionisti del pellegrinaggio, i cosiddetti "romei" o "romipeti" o "hermipeti", non sempre onestissimi e fidati.

Nel 1379, come ricorda Adriano Franceschini, un testatore di Bergantino disponeva che gli eredi dessero ogni anno in quaresima ai romei 4 staia di pane e 4 mastelli di vino. Un altro testatore di Melara lasciava 4 ducali d'oro a giovani povere da sposare per farsi perdonare il mancato assolvimento del voto di recarsi a Roma in pellegrinaggio. E proprio la paura del giudizio finale e la speranza di un perdono in extremis, oltre ad una devozione spesso sincera, è alla base di tante altre analoghe disposizioni testamentarie per elemosine ai poveri, agli ospedali, a chiese e luoghi pii vari.

Nel 1629, anno del giubileo straordinario indetto per la pace fra i principi cattolici, il rodigino Giuliano Roncale dispose che "sia dato ad 1 Religioso di buona fama e vita lire settanta per una volta tanto con obbligo a detto Reverendo di andare a visitare il santo sepolcro del glorioso serafico S. Francesco d'Assisi nel tempo del Giubileo del mese di Agosto et di celebrare la messa per l'anima mia" (il perdon d'Assisi fu istituito agli inizi del sec. XIII da Onorio III e cadeva il 2 agosto).

Lo stesso anno Paola Corniani, madre di Baldassarre Bonifacio, vescovo di Capodistria, lasciava che "sia mandato a S. Lorenzo – chiesetta alla periferia di Rovigo, meta devozionale prediletta dai rodigini – per l'anima sua et che invece di mandar ad Assisi le siano fatte celebrare misse vinti della madonna".

Nel 1667, anno del Giubileo straordinario per l'insediamento di Clemente IX, il rodigino Giovanni Pezzolati disponeva che "sia mandata persona da bene a ricever l'indulgenza a Francesco d'Assisi il primo anno dopo la di lei morte per la recognitione ordinaria et se suo figlio Girolamo volesse andar lui a far tal funtione, et opera pia, possa farlo". Evidentemente il costo del viaggio, specie qualora lo si affidasse a professionisti, pesava non poco sull'economia di famiglie non particolarmente ricche.

Nel 1689 Altobello Previato, di benestante famiglia borghese rodigina, disponeva che "sia mandata persona divota et timorata de Dio da esser elletta e destinata da' suoi heredi con quella recognitione et elemosina che è solita, ogni mercordì per il corso d'un anno alla perdonanza di S.Lorenzo di questa città … e comanda che …il primo d'Agosto susseguente alla di lui morte … sia mandato un sacerdote degno e meritevole a ricever la santa indulgenza di S.Francesco d'Assisi con l'elemosina di ducati venti dovendo esso saccerdote cellebrar ogni giorno andando e venendo il santo sacrificio per l'anima di lui testatore".

D'altra parte non si esentavano dalla pratica devozionale e penitenziale del pellegrinaggio neppure i potenti, che anzi tenevano ancor più a dar grande risalto al loro viaggio: gli Estensi ad esempio dimostrarono sempre grande devozione, sin dal 1366 quando Nicolò II e Ugo scesero a Roma per visitare le reliquie di Pietro e Paolo, cogliendo al tempo stesso l'occasione per far turismo. Ed ancora nell'anno del grande giubileo, il 1400, Nicolò III si portava a Bologna con 300 cavalieri per soddisfare un suo voto alla Madonna del Monte e ancor più famoso rimase il suo pellegrinaggio a Gerusalemme nel 1413, al ritorno dal quale venne fatto prigioniero. Ed ancora programmava pellegrinaggi a S.Giacomo de Compostela (1414) ed a S.Antonio de Vienne (1434), mentre il figlio, Meliaduse, nel 1441 si recava a Gerusalemme per mare, imbarcandosi a Ficarolo per raggiungere Venezia (ci ha lasciato un interessante diario conservato in Biblioteca Estense a Modena).

Ben consci quindi dei rischi cui andavano incontro i pellegrini, gli Estensi furono tra i primi principi cristiani a preoccuparsi della loro sicurezza e del loro benessere. Nel 1475 Ercole I, nella cui giurisdizione era ancora tutto il Polesine, emanava un proclama in favore dei romei che si recavano attraverso i suoi territori all’8° Giubileo: metteva in guardia dai borseggiatori, dai falsi indicatori di strade, consigliava alberghi e imponeva sconti ai noleggiatori di cavalli. Evidentemente i furbi non sono mai mancati: nel 1546 il Podestà di Rovigo condannava per truffa tali Nicolò da Anversa e Prospero da Reggio, poiché tre anni prima avevano raccolto abusivamente offerte dai preti polesani allo scopo di liberare un fantomatico inviato del Patriarca fatto prigioniero dai turchi.

Ma se gli Estensi furono, come abbiam visto, anche tra i primi viaggiatori che seppero unire in un utile connubio devozione ed occasione di far turismo, il loro esempio fu spesso seguito quanto meno dalle persone più abbienti, tanto che iniziarono ben presto a diffondersi, specie in occasione dei giubilei, diari di viaggio e manuali devozionale-turistici, in cui si davano consigli pratici sull'abbigliamento, sulle strade da seguire, sui pericoli da evitare, ma anche segnalazioni turistiche spesso, ma non esclusivamente, riguardanti Roma, come la Historia delle cose memorabili nell'alma città di Roma l'anno del grande Giubileo 1725, Venezia, 1725, presente nella bella mostra di "Flexus".

Altri manuali, a carattere religioso, puntavano sulle condizioni per ottenere l'indulgenza, quali visite alle 4 basiliche romane per 10 volte, preghiere, doni, confessione e comunione, come si legge nel bel manuale pubblicato a Venezia nel 1620 sul "…divoto modo che ogni fedel christiano deve osservare per ricever con frutto il Santissimo Giubileo … ".

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Luigi Contegiacomo. “Giubileo & Giubilei”. Ventaglio Novanta, n. 22, 2001. https://ventaglionovanta.it/archivio/giubileo-giubilei/

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