Dopo aver parlato nel n. 21 del Ventaglio della prima residenza del Vescovo di Adria, del castello di Rovigo, dimora fortificata, ed infine dello storico palazzo vescovile di Rovigo, riprendiamo il nostro excursus storico suggeritoci dall'anno giubilare.
Il palazzo di Lendinara
Nel 1304 in Lendinara, considerata l'Atene del Polesine per l'elevato grado culturale dei suoi abitanti, il Vescovo Bonazonta (1288-1305) acquistò un palazzo presso il quale amava soggiornare con frequenza. " Comprò dai conti San Bonifacio una casa con quattro campi in Lendinara, ed ampliatala, ne fece un'abitazione vescovile" (F.A. Bocchi " Della Sede Episcopale di Adria Veneta", Tip. Vianello, Adria, 1858, pag. 14). Molti documenti emessi in quella sede, sono giunti fino a noi ed ora sono custoditi presso l'Archivio Vescovile.
Successivamente, in seguito ad una ristrutturazione, il Vescovo Biagio Novello (1447-1465), che pure amava frequentare Lendinara, fece apporre su quel palazzo le sue insegne, ancor oggi visibili sulla facciata dell'Istituto Immacolata. F.A.Bocchi, infatti ("Rovigo e la sua Provincia", Milano, 1861, pag. 141), parlando della casa che fu già l'abitazione dei Vescovi in Lendinara, riporta la scritta che corre "intorno ad uno stemma cogli emblemi episcopali". Le insegne si riferiscono a Biagio Novello (1447 – 1465).
Attorno ad esse corre la scritta "B. DN. BLA. DE NOVELLO – EPS. ADRIEN. FECIT. FIERI – HOC OPUS. MCCCCLX – DIE XV FEBRUAR. H.". Nel riportare queste note il Bocchi aggiunge "casa e campi annessi, tutto fu da gran tempo perduto dai Vescovi". Il Ferretti, al tempo della visita pastorale trovò la casa di Lendinara "ruinosam" ma il Bocchi ci rassicura "ei riparò tutto". Poi, con tono sconsolato aggiunge "al tempo dello Speroni non esistevano più tali beni, non si sa come perduti" (F.A. Bocchi" Della Sede Episcopale di Adria Veneta", Adria, 1858, pag. 14).
Il Palazzo dei Vescovi Adriesi a Ferrara
L'investitura (27 Dicembre 1194) del Feudo di Ariano ad Azzo VI, marchese estense, da parte del Vescovo Isacco II (1186-1198), consolidava di fatto il dominio dei Ferraresi nel territorio della diocesi di Adria.
Guglielmo d'Este (1240-1257) aprì la serie dei Vescovi regnanti sotto l'influenza della Signorìa estense, molto spesso consanguinei con i duchi della vicina Ferrara. Questa presenza, sia pure con una certa discontinuità, proseguì fino al 1551, quando Adria e l'intero territorio passarono definitivamente sotto il dominio della Serenissima. F.A. Bocchi ("Rovigo e la sua Provincia", Milano, 1861) su questa situazione si pronuncia piuttosto esplicitamente: "Pei beni siti in Ferrara e territorio, e per le disgrazie di Adria e diocesi, i Vescovi, spesso natii di Ferrara e colà dimoranti, aveano ottenuto da Sisto IV (20 Aprile 1474) di tenervi Vicario e Tribunale che durarono sino agli ultimi tempi". L’istanza al Pontefice era stata inoltrata da Tito Novello (1466-1487) preoccupato di fissare a Ferrara il Tribunale e alcuni uffici di Curia," affinchè vi potessero adire tutti e ognuno dei suoi sudditi" per il disbrigo delle pratiche di competenza del Tribunale.
Il Vescovo aveva altresì ottenuto che il suo Vicario Generale potesse risiedere per molto tempo in Ferrara anche per il disbrigo degli affari spirituali " tanto per comodità dei sudditi, quanto perché a Ferrara risiedeva un grandissimo numero di avvocati e giureconsulti e lì abitavano anche moltissimi livellari e feudatari del detto Episcopato di Adria".
Il Ferretti ("Memorabilia ecc.") sull’argomento è molto dettagliato e riporta con dovizia di particolari le vicissitudini del palazzo di Ferrara, che sorgeva presso il giardino-orto del Duca, dove pure aveva sede il Tribunale ecclesiastico diocesano. Lo stesso Ferretti precisa che il palazzo e le adiacenze furono cedute al Duca estense "per comodità della Curia e della consorte del Duca stesso, Eleonora d'Aragona". La cessione avvenne per opera di Nicolò Maria Estense, Vescovo di Adria dal 1487 al 1507, lo stesso che, nel 1502 accompagnò nel viaggio da Roma a Ferrara Lucrezia Borgia, sposa di Alfonso I, primogenito del Duca Ercole I (Maria Bellonci "Lucrezia Borgia" – Mondadori, 1989, pagg. 238, 242, 401).
La convenzione di vendita stabiliva: a) il corrispettivo del palazzo doveva essere investito ad utilità della Chiesa Adriese; b) per il deposito della somma, il Duca incaricava il suo banchiere Stefano Macchiavelli di prestare fideiussione (cioè garanzia personale) fino al versamento dell’importo pattuito; c) lo stesso Duca si impegnava a versare annualmente al Vescovo di Adria 60 lire marchesane, quale canone d'affitto per il palazzo in Ferrara. Questo "fino al momento di poter depositare l'importo della vendita". Ma, da quanto riferisce il Ferretti, gli Estensi non erano abituati a rispettare i contratti. Per quella casa egli tornò spesso alla carica "in modo opportuno ed inopportuno" presso Ercole II Estense il quale, nell’anno 1539 "delegò i suoi fattori ad occuparsi di questa causa, affinchè non fosse tolto alcunchè di quanto era ed è del Vescovo di Adria, ma fosse restituito il suo giusto prezzo".
La riconferma dell'impegno assunto da Ercole I sembrava non lasciare alcun dubbio. Ma il vicario Ferretti, che conosceva da vicino l'ambiente marchesano, concludeva amaramente " Non resta dunque che continuare la causa presso i fattori del Duca … " e subito dopo aggiungeva come sfogo personale " i fattori sono uomini furbi, subdoli e nel disbrigo delle faccende sanno tirare per le lunghe, ed in interessi come questi riguardanti il loro Duca, fanno molte parole ma non fatti, tanto più che in questa faccenda si tratta del recupero del patrimonio della Chiesa e son già passati parecchi anni dacchè la casa stessa fu venduta".
Passeranno anche i secoli, ma alla Chiesa Adriese quel debito non verrà mai saldato.
Il Palazzo vescovile di Adria
Dalle notizie di alcuni atti di ministero giunti fino a noi e da altre fonti d’archivio, abbiamo potuto desumere che il Vescovo-Conte, detentore anche del potere temporale fino agli inizi dell’ XI secolo, almeno fino a quel periodo, governò la sua diocesi da Adria, dove in prevalenza risiedeva.
La prima notizia certa di una residenza vescovile in Adria ci viene da un atto notarile citato dallo Speroni nel suo "Adriensium Episcoporum Series" (Padova 1788, pag. 158), steso in Ferrara il 19 Gennaio 1419. Con quel documento, il lucchese Giacomo III Bertuzzi degli Obizzi cedeva a Nicolò Marchese d’Este e di Ferrara il diritto di decima nel fondo situato "in Corbulis inferioribus", cioè nel territorio di Bellombra. Questo, in cambio di cinque libbre di cera per candele da consegnare ogni anno e di "unam domum cupatam muratam, & solaratam cum curte, & orto positam in Adria juxta viam Plateae Comunis…".
Si tratta dunque di una casa, tutta in muratura coperta da tegole, circondata da cortile e munita di orto posta in Adria, in vicinanza della Piazza Maggiore ( piazza Castello) affinchè servisse da abitazione residenziale per il Vescovo ed i suoi successori. Il medesimo documento precisa che la permuta avvenne perchè "in Adria Episcopatum nullam habebat habitationem…". Sempre il Vescovo Speroni (op. citata, pag. 306) fa presente che nel 1738, il predecessore Giovanni Soffietti rimise a nuovo e ampliò "Episcopale palatium in Civitate Adriae".
Modifiche ed abbellimenti sono stati portati in epoche successive dai Presuli che si sono susseguiti nella Cattedra Adriese. Sul finire del secolo scorso sono stati affrescati alcuni soffitti, agli inizi del ’900 è stata rimaneggiata la parte posteriore dell’edificio con l’aggiunta, a piano terra, di alcune arcate e, al piano superiore di un loggiato. Il tutto in un accostamento armonico tipico dell’epoca.
La facciata, restaurata l’ultima volta dal Vescovo Mazzocco negli anni sessanta, è caratterizzata, secondo il giudizio della Soprintendenza per i beni ambientali ed architettonici di Verona " dalla successione regolare delle finestre, interrotta asimmetricamente dall’elegante poggiolo in pietra dura, sostenuto da pregevoli mensole sagomate". La stessa Soprintendenza, considerando che lo stabile è stato oggetto di ampliamenti successivi e, con ogni probabilità, di sopraelevazione, afferma "pur con le modifiche subite, è tuttavia presente l’impianto settecentesco" e classifica il palazzo di "notevole interesse storico artistico" ponendolo negli elenchi descrittivi previsti dalla legge depositati presso il Ministero per i Beni Culturali e Ambientali.
Nel 1980, per volontà del defunto Vescovo Sartori, su sollecitazione ed impegno del Provicario mons. Lino Dalla Villa, il palazzo è stato portato alla sua originaria funzionalità. A piano terra, sul lato destro, è stato ricavato l’Archivio Capitolare. Sul lato sinistro, trovano spazio gli uffici del Provicariato per i Vicariati di Adria e Ariano, istituito dalla Sacra Congregazione Concistoriale con decreto 3 Marzo 1913.
Nel palazzo sono di notevole pregio la sala a piano terra, utilizzata talvolta per mostre e conferenze, e, al piano nobile, la sala del trono a cui si accede per mezzo di un ampio scalone di marmo.
Il vescovado nuovo di Rovigo
La bella guida "Rovigo, ritratto di una città", edita da Minelliana nel 1988, fornisce notizie piuttosto scarne sul vescovado nuovo di Rovigo. Si limita a dire che "nel 1942 il vescovado e gli uffici di curia ebbero una più comoda sistemazione nel nuovo edificio sorto di fronte all’allora Seminario diocesano". Nella medesima pubblicazione (pag. 18) è riprodotto, in un minuscolo disegno di un capolettera eseguito da M.A. Campagnella nel 1748, il precedente palazzo seicentesco venduto alla Banca d'Italia e da questa ceduto al Comune di Rovigo nel 1978. Per avere notizie più dettagliate ci siamo affidati al catalogo dei beni artistici e storici rodigini dal titolo "Rovigo le chiese", curato da Vittorio Sgarbi, Editore Marsilio.
In apertura del lavoro il prof. Sgarbi avverte che l'edificio in stile razionalista, non solo raccoglie importanti opere di artisti contemporanei, tra cui il rodigino Virgilio Milani ed il ferrarese Antonio Maria Nardi, ma anche pregevoli dipinti e materiale di recupero provenienti dalla chiesa di San Rocco, distrutta nel 1938. Altri dipinti, conservati nella cappella vescovile, nei piani superiori e negli appartamenti privati del vescovo, provengono dalla chiesa di San Michele, già annessa al Convento dei Padri Cappuccini, soppresso nel 1888. Lo stesso prof. Sgarbi avverte che nel palazzo sono conservati interessanti dipinti appartenenti alla raccolta di don Carlo Ferrari, destinati ad una costituenda fondazione. Seguendo le indicazioni di Sgarbi, vale la pena ricordare:
• "L’allegorìa del Po e dell'Adige e la Diocesi di Adria" – affresco (cm. 240 x 370) situato sullo scalone del vescovado, opera di Antonio Maria Nardi (1941)". Raffigura la personificazione dei fiumi Po e Adige, secondo un motivo ispirato alle allegorìe secentesche della Rotonda. Il Po, come una divinità mitologica con ricca cornucopia, nell'angolo inferiore sinistro, si distende a guardia della Diocesi di Adria, disegnata nei suoi confini e contrassegnata dalle principali località, ciascuna delle quali indicata da un cartiglio. In alto al centro, di spalle, è raffigurato sotto specie di antico nume il fiume Adige, mentre, nell'angolo superiore sinistro, compare la personificazione della Fede, con gli attributi del calice e della croce, assistita da due angeli. Uno di questi porta lo stemma di papa Pio XII e un cartiglio con la scritta "opus iustitiae pax"; l'altro, tubicine, con lo stemma del vescovo Guido Maria Mazzocco, tiene un cartiglio con la scritta "ipsam sequens non devias" (V. Sgarbi, opera citata, pagg. 286-287).
• "La Vergine Annunciata, l'Arcangelo Gabriele" – bassorilievi in terracotta (cm. 138 x 83). I due pannelli in terracotta sono posti ai lati della gradinata centrale che porta agli appartamenti vescovili: l'Annunciata a sinistra e l'Angelo a destra. Opere del rodigino Virgilio Milani (1888-1977).
• Nella cappella vescovile, meritano particolare attenzione le tele raffiguranti: (parete di destra) 'Madonna con il Bambino fra San Bellino, San Francesco d'Assisi e San Lorenzo da Brindisi", autore Francesco Personi, XVIII sec. (1783). Provenienza: Convento dei Cappuccini, soppresso nel 1888). (Parete di sinistra) "L'Immacolata tra i Santi Giuseppe da Leonessa e Fedele da Sigmaringa", Scuola Veneta, XVIII sec. Stessa provenienza della tela precedente. (Altare) "San Bellino", olio su tavola eseguito da Francesco Maria Nardi (1941).
• Nella sala delle riunioni (parete di fondo) si può ammirare lo splendido olio su tela raffigurante "L'Immacolata che sconfigge il demonio" eseguita da Jacopo e Domenico Tintoretto (XVI sec.). Provenienza: soppressa chiesa dei cappuccini (1888).
• Nell'appartamento del vescovo sono conservate alcune opere del bellunese Michele Zammattei (1851) ed altre preziose tele di varie Scuole (Veneta, Emiliana, Toscana, Romana, Lombarda) del XVIII sec. Sempre all'interno dell'appartamento vescovile, sono da segnalare, infine, importanti elementi di arredo (poltrone, sedie, tavoli, specchiere, angoliere, ecc.) di epoca ottocentesca con probabile provenienza bolognese).
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Come citare questo articolo
Aldo Rondina. “Le dimore dei Vescovi di Adria”. Ventaglio Novanta, n. 22, 2001. https://ventaglionovanta.it/archivio/le-dimore-dei-vescovi-di-adria-2/