Finalmente il Polesine ha reso omaggio al critico di fama europea, Giuseppe Marchiori (1901-1982) lendinarese di nascita e veneziano di formazione, con una mostra e un catalogo, a cura di Sileno Salvagnini, edito dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo.
Il grande critico ha visto la luce e ha chiuso i suoi giorni nell’aristocratica piccola città altopolesana e fin dai primi anni di vita ha respirato cultura, avendo avuto il privilegio di nascere in una famiglia dotata di un pregevole patrimonio artistico e librario che lo spinsero precocemente a molteplici esperienze, prima nel campo della poesia e della pittura, poi – a partire dall’inizio degli anni Trenta – in quello della critica d’arte.
Giuseppe Marchiori ha scritto su molti dei più importanti artisti italiani e stranieri che spesso ha frequentato e con i quali ha avuto lunghi scambi epistolari. Dopo gli eventi bellici, a Venezia, con Birolli e altri ha dato vita al “Fronte Nuovo delle Arti” e ha proseguito la sua attività con ritmo instancabile fino alla fine dei suoi giorni.
La prima testimonianza sulla vita dello squisito uomo di cultura che apre il ricco catalogo, nasce dalla penna di Cibotto che – come è suo costume – offre al lettore uno spicchio di atmosfera, di quella Lendinara regina del “Veneto in ombra”, ricca di chiese e ville nobiliari, come la splendida Ca’ Dolfin, in cui Marchiori trascorse l’infanzia e che fu – in seguito – luogo d’incontro di artisti e uomini di cultura legati al critico lendinarese.
Cibotto insiste sulla valenza anche di scrittore di Marchiori. “Vale la pena di sottolineare i due filoni – scrive – perché troppo in passato si è insistito sul suo ruolo di interprete di una situazione artistica da rivedere, lasciando in disparte l’artista, che invece merita di essere riportato in luce. Dal primo volume di poesie, influenzato dalla moda crepuscolare, però con risvolti autonomi, creativamente risolti, che poi hanno cadenzato altri suoi lavori, al sapido “Almanacco”, compilato a quattro mani con Eugenio Ferdinando Palmieri, stampato in raffinatezza dallo Spighi”. Cibotto prosegue elogiando l’indipendenza di giudizio dell’uomo di cultura che “ha saputo camminare lungo sentieri indifferenti all’arte del compromesso, tipica nel nostro paese, di molta gente”.
Da Paola Pizzamano Marchiori è letto con affettuosa intelligenza, quale “ultimo cavaliere della critica d’arte contemporanea”. Possiamo così ripercorrere l’infanzia del critico, estroso autodidatta, anticonformista, cultore di un illuminismo sui generis, dentro cui serpeggia un’accorata poesia. Gli esponenti della cultura nazionale e polesana gli ruotano intorno e gli fanno corona. “I suoi interessi per la poesia e l’arte e il Polesine – scrive la Pizzamano – vengono raccolti nel 1931 in un bel volume “L’Almanacco del Polesine”, curato da lui e dal pittore Juti Ravenna, con il contributo di Ferdinando Palmieri. Gli scritti di Marino Marin, Gino Piva, Livio Rizzi, Giannino Zanelli, Pino Bellinetti, Luigi Romano Molinari, Pio Mazzucchi, Marchiori e Palmieri, sono integrati da disegni e incisioni di Filippo De Pisis, Leone Minassian, Giorgio Morandi, Juti Ravenna, Gabriella Sacerdoti Oreffice. Sono questi i suoi compagni di viaggio con i quali Marchiori condivide parole, pensieri, esperienze e frammenti di vita”. Poi, circa ventenne, il giovane, destinato alle vette della critica, esce dalla sua terra e giunge a Venezia, viaggia, spazia, spirito libero, ansioso di conoscere, sperimentare, scoprire.
Sileno Salvagnini porta un grande contributo alla ricostruzione della personalità artistica di Marchiori poeta e pittore, rifacendosi anche a scritti autobiografici dell’artista, capace di cantare le solitudini del Polesine, terra a cui è legato da un particolare rapporto di odio-amore e capace di tracciare un autocritico profilo di se stesso. Nella documentata relazione, Salvagnini evidenzia anche l’importanza di una recensione di “Arte e artisti di avanguardia in Italia 1910-1950”, un’opera veramente capitale in cui il critico lascia testimonianza del suo pensiero dal Futurismo al Fronte Nuovo delle Arti.
Flavio Fergonzi evidenzia il rapporto che il critico aveva con la scultura e ci regala uno squarcio di Venezia negli anni Quaranta e offre inoltre bilanci storici e suggestive aperture, non trascurando il dualismo tra Manzù e Marini e sottolineando come Marchiori (a detta di Giò Pomodoro) avesse conoscenza rara delle tecniche, dei materiali e dei diversi livelli qualitativi della pratica dello scolpire: non era dunque un critico solo intellettuale e teorico.
Non va taciuto come negli anni giovanili (dal ’25 al ’30) Marchiori espose a Venezia al fianco di Levi, Casorati, Ravenna e Semeghini, per citare solo alcuni dei compagni della sua grande avventura artistica. Le sue capacità risultano a chiare lettere e non si limitarono dunque a quelle di critico. In lui c’era un’originale ed eclettica vis creativa.
Sensibile poeta, Giuseppe Marchiori seppe cogliere con lucida consapevolezza il divenire della vita, scrivendo: “A quelle rose di color carnale / piegate a forza in mezzo alla fanghiglia / io penso e vedo i petali poltiglia…”.
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Come citare questo articolo
Grazia Giordani. “Giuseppe Marchiori, una vita per l’arte”. Ventaglio Novanta, n. 9, 1994. https://ventaglionovanta.it/archivio/giuseppe-marchiori-una-vita-per-larte/