“Un piccolo esercito di nuovi polesani dalla pelle scura”. Così sono stati definiti dal “Resto del Carlino” i circa 270 immigrati di colore che al 30 Giugno scorso avevano ottenuto regolare permesso di soggiorno dalla Questura di Rovigo. Ma come viene vissuto nella nostra provincia il problema dell’accoglienza? Quali i problemi più scottanti? Per trovare risposte a questa domanda ho avviato un’inchiesta intervistando qualche parroco dei paesi limitrofi a Rovigo e rivolgendomi ad alcune organizzazioni di volontariato che operano in città.
Le testimonianze raccolte, dunque, rappresentano solo un parziale campione, comunque significativo, per conoscere il grado di attenzione alla tematica in oggetto, risultato senza dubbio superiore alle aspettative.
Il parroco di Borsea, don Graziano Secchiero, riferisce di aver ospitato, in periodi diversi, due famiglie di eritrei, fermatisi qui per garantire un’istruzione ai figli, e una coppia di sposi marocchini, i quali hanno ottenuto il permesso di soggiorno avendo trovato lavoro a Granzette; l’ultimo marocchino accolto recentemente si è stabilito a Padova. “Sarebbe auspicabile che ogni parrocchia avesse una abitazione da mettere a disposizione dei Terzomondiali finché trovano lavoro” – sottolinea don Graziano – “tanto il periodo di permanenza è breve, essendo essi di solito di passaggio qui da noi”. Molto attenta e generosa è stata la risposta della gente di Borsea, che ha testimoniato atti di solidarietà e simpatia anche verso la coppia di sposi (lei era incinta), donando in quantità vestiario e arredo per la casa.
Anche a Costa si è registrata una grande sensibilità verso gli extracomunitari. Il parroco don Vittorio De Stefani, ha evidenziato gli aspetti positivi della realtà locale: innanzi tutto, l’Amministrazione Comunale che ha acconsentito ad una famiglia di colore di stabilirsi in alcune stanze delle vecchie scuole elementari, debitamente rinfrescate e rese decorosamente abitabili. Lo stesso parroco si è dato molto da fare per trovare un’abitazione a chi si è rivolto a lui. Sono vecchi alloggi abbandonati che i marocchini stessi hanno ristrutturato. Infine, da segnalare gli abitanti di Costa per la solidarietà pratica dimostrata.
Tra gli altri il sig. Luigi Stecca che mi accoglie con calore, insieme alla moglie Annamaria, e parla della contestata ma coraggiosa scelta della loro vita. Racconta di essere stato un pioniere dell’accoglienza fin dal 1979, quando mise a disposizione dei primi marocchini, che giungevano da quelle parti, un’ala della sua grande casa (prima ospitava degli anziani) consentendo loro di usufruire anche dei prodotti dell’ampio orto, di frutta, legna e anche di generi alimentari, quando gestiva il negozio ora chiuso. Essi pagano luce, acqua, telefono, gas. Aveva iniziato con cinque marocchini, ma con il passar del tempo ne son transitati per la sua casa più di un’ottantina. In seguito alla legge Martelli hanno regolarizzato la loro posizione e così si fanno raggiungere da moglie e figli sempre numerosi. La famiglia del sig. Stecca rappresenta un punto di incontro per tanti marocchini residenti nelle varie località del Polesine, in altre Regioni, o anche all’estero, perché hanno bisogno di sentirsi fra amici quando festeggiano le loro ricorrenze religiose o per solidarietà a chi è in difficoltà o per la morte di qualcuno di loro. Sono molto osservanti delle loro tradizioni, specialmente gli anziani, e ogni giorno pregano inginocchiati sulla loro stuoia. Nel giorno del Sacrificio, poi, si riuniscono per uccidere il montone. Mangiano solo carne di pecora e di gallina le cui teste, rivolte ad oriente, vengono recise con un taglio netto di scure, curando di raccogliere il sangue prima che coaguli. È gente che vuol farsi accettare, rispettosa delle norme di civile convivenza; non ruba, non litiga, un po’ disordinata, ma pulita. Per i marocchini – ci dice ancora il sig. Stecca – è un danno la presenza degli zingari, perché la gente non sa distinguere tra razza e razza e si trincera in una diffidenza che procura loro difficoltà di inserimento nel tessuto sociale. Il sig. Stecca si occupa anche delle pratiche in Questura, e se tanto in passato è stato criticato, oggi sono molti quelli che gli donano quanto può essere utile alla sua “grande” famiglia.
Don Bruno Segala, parroco di Badia Polesine, da vari anni sostiene studenti universitari stranieri, ma egli è del parere che poi questi debbano ritornare nel proprio Paese e che gli aiuti vengano diretti a coloro che rimangono nelle regioni d’origine. “Se vengono qui – dichiara – è probabile che ci rimangano, e allora è vanificato il motivo di far tesoro di conoscenze da trasferire alla propria gente d’origine”.
Anche il “Centro francescano d’ascolto”, uno dei vari organismi di volontariato presenti a Rovigo, oltre alle numerose attività già in corso (presenza al carcere di Rovigo, assistenza a drogati, ai senza fissa dimora e a quanti hanno disagi psicologici e familiari, smistamento di indumenti presso i Cappuccini, animazione allo psichiatrico), si è interessato all’accoglienza dei terzomondiali. Infatti, sta operando per l’apertura di un Dormitorio pubblico, convenzionato con l’USL di Rovigo e sovvenzionato dalla Regione Veneto, allo scopo di consentire, a chiunque arrivi in città e non ha dimora, di fruire di un’assistenza di emergenza. Anche qui a Rovigo, pur nel suo piccolo, vivono “barboni” e vagabondi che dormono alla Stazione ferroviaria. Per gli extracomunitari, quindi, il Dormitorio pubblico sarebbe una soluzione ideale come struttura di prima accoglienza.
Secondo don Guido Borin, presidente della Caritas di Rovigo, in Polesine ancora non si è fatto molto per i terzomondiali dal momento che il fenomeno non rappresenta un grosso problema, non offrendo la nostra terra vaste possibilità di lavoro. Ci sono poi località come Canaro, Castelnuovo Bariano, Badia Polesine, Sariano, Paolino di Fratta e altre in cui degli extracomunitari sono riusciti a trovare degli appartamenti mettendosi assieme. La loro tendenza, infatti, è di formare delle comunità. Ma i più se ne vanno nelle città economicamente più sviluppate a cercare migliori opportunità di lavoro. Ecco perché la Caritas si è proposta di aiutare economicamente, per le necessità primarie, tutti gli extracomunitari che ad essa si rivolgono e che poi si dirigono verso il Nord.
Nell’Ufficio Migrantes, don Valentino Tonin, direttore del giornale “Polesani nel mondo”, asserisce che, presso la Fondazione Episcopale Italiana per la mobilità, lo studio del problema accoglienza nel Triveneto è solo a livello iniziale. La necessità di affrontare la nuova realtà senza trovarsi impreparati è stata avvertita; ora “l’Emigrazione”, che è una sezione staccata e comprende stranieri, zingari, terzomondiali, marinai, senza fissa dimora, ecc., cerca di muoversi con delle strategie coordinate adeguate a risolvere la problematica dell’accoglienza.
Don Valentino sottolinea la necessità di istituire una Commissione che coordini tutti i movimenti di volontariato operanti nel settore dell’accoglienza per dar vita a strutture consorziate promosse dagli Enti locali con la presenza di figure sanitarie e giuridiche. Accogliere significa dare la possibilità di inserimento senza strumentalizzazioni per impedire che molti finiscano nelle trame della droga o della delinquenza organizzata. Inoltre, si dovrebbe mantenere con gli extracomunitari un rapporto di apertura costante e discreto promosso dalla comunità civile, più che religiosa.
L’Amministrazione Comunale di Rovigo interpellata a questo proposito nella persona del Vice-Sindaco signora Caterina Casonato, Assessore ai Servizi Sociali, si appresta ad esaminare la problematica degli stranieri nel territorio, per valutare l’opportunità di un Dormitorio con non più di 12 posti letto come comunità di prima accoglienza. Esiste una legge regionale che fa riferimento all’attuale realtà emergente; si tratta, ora, di creare un nuovo capitolo nel bilancio. Inoltre, è intenzione dell’Assessore stendere una Convenzione con l’IRAS presso Casa Serena per l’erogazione di buoni mensa due volte al giorno per extracomunitari, distinguendo fra chi avrà diritto al buono e chi, lavorando, potrà pagarsi il pasto.
Da questa inchiesta, anche se incompleta, emerge la necessità di acquisire una più ampia apertura mentale. Occorre che il concetto psicologico di “differenza” venga assunto come un valore, che va oltre la pura convivenza tollerante, per diventare un’etica culturale nuova: quella della complementarità di civiltà, che è concreta testimonianza di apertura nei confronti di chi sta compiendo il viaggio della speranza.
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Come citare questo articolo
Francesca Magon. “Gli extracomunitari e il Polesine”. Ventaglio Novanta, n. 2, 1990. https://ventaglionovanta.it/archivio/gli-extracomunitari-e-il-polesine-2/