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ARTE

Hammershøi e i pittori del silenzio

A Palazzo Roverella di Rovigo la prima mostra in Italia dedicata al più grande pittore danese della sua epoca

di Lara Bottaro

Ventaglio Novanta n. 67 2025 pp. 119–121

Vilhelm Hammershøi (Copenaghen, 1864-1916) è considerato il più celebre pittore danese del suo tempo. Dopo la recente riscoperta del famoso Maestro, avvenuta negli anni Novanta del secolo scorso, è di Palazzo Roverella il merito di offrire al grande pubblico la prima mostra italiana a lui dedicata. Curata da Paolo Bolpagni e promossa dalla Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, in collaborazione con il Comune di Rovigo e l’Accademia dei Concordi, l’esposizione è aperta al pubblico dal 21 febbraio al 29 giugno 2025. Hammershøi e i pittori del silenzio tra il Nord Europa e l’Italia è il titolo scelto per l’inedita retrospettiva: importanti capolavori provenienti da collezioni private e musei italiani e stranieri, selezionati dal curatore all’interno della rarefatta produzione del pittore, dialogano con dipinti di autori principalmente a lui coevi, di diverse provenienze geografiche, e che hanno fatto della poetica del silenzio una tematica artistica. Vilhelm Hammershøi nasce da una famiglia abbiente, che già all’età di otto anni gli permette di ricevere lezioni di disegno e pittura da precettori privati, e a soli quindici anni di frequentare la Reale Accademia di Belle Arti Danese, per poi concludere il percorso di formazione presso la Scuola di studio indipendente. Importanti riferimenti culturali per l’artista saranno inoltre le opere di pittura olandese del Seicento e della Scuola dell’Aja dell’Ottocento, ammirate durante i viaggi intrapresi nei Paesi Bassi a partire dal 1887 e dalle quali trarrà ispirazione per i suoi noti dipinti di interni: spazi chiusi, dai toni dimessi, con figure umane talvolta ivi presenti impegnate in attività silenziose.

Con un allestimento studiato ad hoc, che richiama le modanature e i colori freddi dei contesti domestici dipinti dall’artista nei suoi quadri, il visitatore rivive le atmosfere nordiche da lui evocate: idealmente, varca l’uscio della sua casa – principalmente quella di Strandgade 30, che egli ama spesso citare nei titoli delle opere, e che fu da lui abitata a Copenaghen per buona parte della vita – alla scoperta di silenzi sapientemente dipinti. Caratteristici sono gli ambienti disadorni dal singolare stile minimalista e intimista, che comunicano una sensazione di solitudine, ma che lasciano presagire drammi nascosti. Di notevole importanza sono La porta bianca (Interno con vecchia stufa), il primissimo Interiør vuoto hammershøiano realizzato in villeggiatura a Lyngby in compagnia dello storico dell’arte Carl Madsen nel 1888, e Luce del sole nel salotto III del 1903, paradigmatico per la luce che attraversa la composizione, filtrata da una finestra celata al nostro sguardo. Al pari di uno scenografo, il maestro danese modifica a piacimento la disposizione degli oggetti d’arredamento che lo circondano e allestisce gli ambienti domestici che poi traduce in dipinto, talvolta abitandoli di figure solitarie colte in minime azioni quotidiane. Autore altresì di una ritrattistica non convenzionale, che rifiuta i dipinti su commissione, il pittore ritrae modelli che appartengono alla sola cerchia di famigliari e conoscenze: la sorella, la madre, la fidanzata divenuta poi moglie, gli amici o, al massimo, il figlio del suo principale mecenate e collezionista Alfred Bramsen. Il quadro Riposo del 1905, presentato dall’artista all’Esposizione Internazionale d’Arte di Roma nel 1911 e acquistato dal Musée d’Orsay nel 1996, vede come protagonista la moglie Ida, seduta di spalle, con i capelli raccolti e la nuca scoperta. Il museo parigino nel 1997 dedica poi al maestro un importante evento, che permette di rilanciare l’interesse internazionale per il pittore danese in epoca recente: negli anni, grandi mostre sono state ad esempio ospitate anche a Tokyo, New York, Londra, Monaco, Toronto, Barcellona e Cracovia, fino ad arrivare a Rovigo, che ha aperto la stagione espositiva primaverile 2025 con una prima nazionale.

Parte integrante del progetto curatoriale è l’indagine del rapporto tra Hammershøi e il Belpaese, che il pittore visita in compagnia della moglie nel 1893, 1902-1903 e 1907: durante questi viaggi l’artista apprezza soprattutto la pittura dei Primitivi e del primo Quattrocento e, nel 1902, realizza l’unico dipinto italiano della sua produzione, Interno della chiesa di Santo Stefano Rotondo a Roma, presente al Roverella. L’artista, inoltre, partecipa alle Biennali di Venezia del 1903 e 1932 e all’Esposizione Internazionale d’Arte di Roma nel 1911: con la presenza della sua opera nel nostro Paese, il danese contribuirà a influenzare l’arte di autori italiani, come testimonia il confronto con i capolavori di Umberto Prencipe, Giuseppe Ar e Oscar Ghiglia. Altro filone di ricerca alla base del percorso di visita è il confronto stilistico e tematico con una selezione di artisti europei principalmente coevi, che al pari di Hammershøi si dedicano a una pittura basata sulle tematiche del silenzio e della solitudine. In una prima sezione si indaga il tema della veduta urbana deserta, le cui suggestioni pittoriche si ispirano agli scritti “Bruges, la morte” di Georges Rodenbach del 1892 e “Le città del silenzio” di Gabriele d’Annunzio del 1926: a titolo esemplificativo, città solitarie e notturni desolati compaiono nelle opere dei francesi Emile-René Ménard, Henri Duhem, Lucien Lévy-Dhrumer, Charles-Marie Dulac, Henri-Eugène Le Sidaner, Charles Lacoste, dei belgi Fernand Knopff, Georges Le Brun e William Degouve de Nuncques e degli italiani Mario de Maria, Domenico Baccarini, Giuseppe Ugonia. Nella seconda sezione, invece, protagonista è il paesaggio dell’anima: luoghi deserti o abitati da figure eteree solitarie del francese Alphonse Osbert, vedute malinconiche degli italiani Giulio Aristide Sartorio, Vittorio Grassi, Napoleone Parisani, Pio Bottoni, Enrico Coleman, scene notturne dell’italiano Mario Reviglione. Appendice al percorso di mostra è infine la sezione dedicata agli scatti di Andrés Gallego, fotografo spagnolo classe 1983, che qui ricrea le scenografie degli interni hammershøiani per poi fissarle con il mezzo fotografico. Così come Hammershøi si serviva del supporto della fotografia per dipingere le sue opere, altrettanto Gallego si lascia ispirare dai quadri del maestro per realizzare le proprie foto, a testimonianza di come il danese abbia lasciato una sua eredità culturale in epoca contemporanea. Visite tematiche rivolte agli adulti, laboratori domenicali pensati per i bambini, eventi dedicati alle famiglie e percorsi didattici ideati per le scuole sono le proposte di Palazzo Roverella: una ricca offerta di attività ed eventi volta a valorizzare la prima mostra italiana dedicata ad Hammershøi, con l’intento di celebrare il grande maestro danese e dare voce ai suoi silenzi magistralmente dipinti.

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Come citare questo articolo

Lara Bottaro. “Hammershøi e i pittori del silenzio”. Ventaglio Novanta, n. 67, 2025. https://ventaglionovanta.it/archivio/hammershoi-e-i-pittori-del-silenzio/

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