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STORIA - TRADIZIONI

“I fioi no i mete carestia”

Ma quando la famiglia cresceva troppo, ecco il nome Ultimo

di Adriano Romagnolo

Ventaglio Novanta n. 50 2015 pp. 92–93

I fioli no i mete carestia – si diceva – e la famiglia contadina di una volta era gonfia di figli. Data la numerosa figliolanza era abitudine imporre come nome ai figli che progressivamente arrivavano l'aggettivo numerale rispettivo come se stessero stilando la classifica di una gara. Così molto diffusi erano i Primo, i Secondo, i Quarto, i Quinto, i Sesto o i Sestilio, poi avevamo i vari Settimo o Settimio o le Settimia, gli Ottavio e Ottorino, i Decimo e le Decima. Più rari erano i Terzo e i Nono, ma anch'essi non mancavano.

Nel nostro girovagare tra i nomi antichi, abbiamo incontrato anche Terzano e Terziano e Terziana, come Novello. Al terzo di solito si attribuiva il nome del santo del giorno di nascita, giacché il tre di solito si saltava perché rappresentava il numero sacro: la Trinità, la resurrezione di Cristo dopo tre giorni. Anche Nono era poco presente, perché si poteva confondere con nonno. Per le femmine, invece, si ricorreva di norma a qualche santa del calendario, per quanto non mancassero le Prima, le Sesta, le Ottavina e le Novella.

Un contadino, rimasto ormai a corto di nomi di origine numerale per i numerosi figli che continuavano ad arrivare, decise che l'ultimo arrivato doveva veramente essere tale e lo volle battezzare Ultimo. Non tenne conto, però, della “volontà di Dio” che volle donargli un altro figlio. Basta marì, basta fioli! Sto chi el ga da esare el definitivo!, gli disse la moglie. E definitivo sia, disse il contadino; e così in quella casa entrò anche un Definitivo. La cronaca non dice se sia stato costretto a riaprire la lista per l'arrivo magari di un Risolutivo e magari di un Conclusivo Ultimo.

I vecchi insegnavano che ‘par maridarse xe necesario asai pensarghe su e no decidar mai!’ e qualche marito pentito sostiene che prima di sposarla, la morosa a se voria magnarla tuta e che una volta sposati a dispiase asè de no gaverla magnà. Però la maridarola (la voglia di maritare) arriva per tutti e l’aspirazione per tutte le donne in particolare è fare on bon maridauro (un bel matrimonio).

La vuoja de marìo colpisce in età giovanile e prende in modo speciale le ragazze specialmente se stagionate, e si aggrava man mano che si va avanti negli anni.

Nella civiltà contadina ‘Esare da maridare’, restare zitella o ‘zitello’ non è ammissibile. Ecco dunque che ‘na straza de marìo, per una ragazza o on fià de dona, per un uomo è quello che ci vuole, capiti quel che capiti: pitosto de gnente, le mejo anche on marì orbo!: damelo orbo, damelo zoto, damene uno de la pietà!, grida la zitella in una canzone popolare.

Nella società patriarcale, poca considerazione gode l'individuo che non ha messo su famiglia.

Il maschio diventa un donela, che suscita subito il sospetto che ci sia qualche guasto nella sua natura, come il gallo che canta da gallina; la ragazza poi deve essere accasata, subito dopo il maturare della pubertà.

E la ragazza da marito, a cui in tempi passati, non era permesso conoscere il promesso scelto dal padre, prima del giorno fatidico, cercava di indovinare su chi fosse caduta la scelta.

Per cercare di capire a chi andranno spose, le ragazze di tutte le epoche ne hanno inventato una più del diavolo.

1. Uno dei metodi consisteva nel recitare per tre sere di seguito senza respirare e guardando la luna la seguente strofetta: Prima che il ciel risplenda/ fammi sognar dormendo/ chi sposerò vivendo!.

2. E se ciò non produceva effetto, si tentava andando a letto con una ghianda in seno, raccolta solo con la bocca e nascosta in quel posto senza mai toccarla.

3. Un altro metodo era di contare gli uomini barbuti incontrati lungo la strada, calcolando questo punteggio: Barbone a piedi, un punto (è un poveraccio, il minimo), barbone in bicicletta, dieci punti (già va meglio, ha la bicicletta), barbone in automobile, cinquanta punti (è un riccone, il massimo). Totalizzati cento punti, il primo maschio a cui si fosse data la mano, quello era il futuro consorte!

4. Ancora: bisognava sommare le cifre delle targhe delle automobili: se capitava di totalizzare venticinque, anche qui il primo maschio a cui si fosse allungata la mano, quello era il futuro marito. Non deve essere stato tanto facile mettere insieme questo venticinque.

Oggi è cosa da ridere, data la diffusione dell'automobile, ma mezzo secolo fa e oltre, si pensi la contrarietà della donzelletta che aveva letto una targa che sommava ventiquattro o ventisei. Che rabbia, neanche stavolta si sarebbe sposata! L'arrivo del principe azzurro, che magari poi non era né principe e tanto meno azzurro, era atteso, voluto, sollecitato.

5. Ancora un metodo: leccandosi il pollice e toccandosi il palmo dell’altra mano come se si facesse un timbro, marcare il passaggio dei cavalli bianchi. Più ne marcava e più probabile era il matrimonio.

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Come citare questo articolo

Adriano Romagnolo. ““I fioi no i mete carestia””. Ventaglio Novanta, n. 50, 2015. https://ventaglionovanta.it/archivio/i-fioi-no-i-mete-carestia/

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