A proposito dell’articolo pubblicato su Ventaglio n. 49 (pag. 142 e successive) dedicato alla Festa della Polenta e all’abbinamento di questa con il baccalà, mi sembra opportuno da bravo polesano – che vive a Roma ma non dimentica la sua terra – ricordare un altro piatto di successo: polenta e rane. Non solo una delizia per il palato, ma caratterizzato anche da… riscontri afrodisiaci.
La notizia è stata diffusa proprio all’avvio del terzo millennio. Nell’estate del 2000, studiosi del settore hanno scoperto che l’alimento in assoluto più afrodisiaco è… poenta e rane frite.
E costoro lo vengono a dire a noi polesani, che siamo il risultato di questi “esperimenti” testati nel Delta del Po da oltre 400 anni?
Evidentemente non hanno mai sentito parlare di Mazzorno Destro, mio loco natìo nel comune di Taglio di Po, terra singolare, dove “i pesci nuotano più alti degli uccelli” e che le cronache assicurano popolato fin dal 1550. Già da allora i suoi abitanti coltivavano el formenton (mais o grano turco, cioè “corn for turches”, grano per tacchini).
Se si considera che Cristoforo Colombo ha scoperto l’America nel 1492, ed ha importato il mais solo nelle spedizioni successive, la semina delle prime panoce in Polesine è sicuramente un primato. E nel Delta del Grande fiume tale coltivazione è sensibilmente favorita dall’abbondante disponibilità di acqua, umidità e calura estiva necessarie al suo più rigoglioso sviluppo, parchè el fromenton l’è on sbevaSon!
La polenta – ha spiegato qualcuno – è l’unico cereale che non contiene la sostanza che inibisce quella necessaria alla procreazione. E le rane dal canto loro sono ghiottissime di moscerini, che – è accertato – contengono uno stimolante tanto potente da risultare “esaltante” per l’uomo. Le rane non lo sanno ma, grazie alla loro dieta a base di moscerini, conservano nella loro carne la giusta quantità di stimolante che trasmettono a chi intende fare el robe fat ben, con performance migliori di quanto possa promettere il Viagra!
Cosa ci sia di tanto gratificante ad essere l’ultimo rampollo di generazioni nate grazie alla combinazione di polenta e rane, non lo so, ma – tanto per dirne una – credo che sia sempre meglio che aver avuto la nascita assicurata da una provetta.
Si sa per certo che la natalità in Polesine è sempre stata rigogliosa. Dati statistici sono reperibili solo dal 1804; da essi si rileva che la popolazione della provincia di Rovigo raggiungeva le 144.809 persone (tra cui vecchi e bambini per forza di cose improduttivi). Nei tre anni dal 1804 al 1806 sono stati registrati ben 22.176 neonati. Più di venti al giorno! Una vera fabbrica, a catena di … “montaggio”, per lo sfornamento di piccoli polentoni! Un trend ininterrotto, come ci confermano, un secolo dopo, i dati demografici di Taglio di Po. Il quadro comunale, stilato il 30 giugno 1928, segnala complessivamente 1440 famiglie, di cui: 14 con 16 figli; 91 con 13 figli; 146 con 10 figli; 391 con 7 figli. Le altre 798, avendo meno di 7 figli, non sono nemmeno citate: avrebbero dovuto mangiare ancora “polenta e rane” per avere il premio governativo!
La polenta si cuoceva in paròi d’ramo, versata su tulièri, e tagliata dai ordèi più tivi e manc bojenti (a cominciare dai bordi più tiepidi e meno bollenti), con un filo d’ reve, che nelle grandi festività veniva sostituito con un fil d’seda. Per l’atavica fame, il tuliero veniva pulito prima che i vapori della polenta raggiungessero i bassi soffitti.
Per quanto riguarda le rane, queste erano in loco già prima dell’uomo. Non era un problema catturarle nei fossi, nelle scoline di drenaggio, ma per l’umidità che impregnava i cassun (le abitazioni fatte con canne palustri) se ne trovavano anche ne le caSele d’ l’armaro (nei cassetti dell’armadio).
Da anni la polenta nelle case non si fa più, se non in rari casi – maSa fadiga – e le rane i fa inpreSion. Risultato: sempre meno PanSe (pancioni), sempre meno spaSisi (passeggini) girare per la piaSa. E’ la crescita zero, come dicono quelli che sanno!
Calo del desiderio?
Vogliamo immaginare che razza di desiderio, indotto, potevano provare i nostri nonni e padri verso le loro mogli, sconte da faSuliti (fazzoletti) neri in testa e con le man ruspiose (ruvide) e negre d’bietole?
Qualche anno fa, a passeggio sull’argine del Po, ho incontrato una vecchia signora, madre (9 figli) di un mio compagno d’infanzia, che ha voluto mostrarmi le fotografie scattate in occasione del suo centesimo compleanno, nonché la sua prima foto all’età di trent’anni. Naturalmente le ho fatto i complimenti, ma la gagliarda centenaria, fumando la pipa, con tono fermo mi ha detto: “Varda ben, Miglio, c’bruta, strascurà e inv’cià c’a ghièra na voltà!”.
Ma i nostri “maggiori” non si perdevano d’animo: avevano la carica nella mente e nel cuore… e sulla tavola polenta e rane.
Oggi evidentemente non bastano due fettine di polenta industriale, mangiate di tanto in tanto; e per far salire… la pressione si va alla ricerca di altri prodotti afrodisiaci. Per restare nel campo alimentare c’è chi ritiene di trovare opportunità interessanti mangiando sedano, o puntando sui peperoncini, o ancora provando con le ostriche, o facendo ricorso a pastroci della cucina cinese. Oppure acquistando in farmacia le pasticche più pubblicizzate.
E i rinoceronti? Incredibile a dirsi: i rinoceronti stanno rischiando l’estinzione per quei furbi che, sordi al richiamo di corpi giovani, credono di trovare quello che non c’è nella polvere del corno di quei bestioni.
A questo punto mi pare ovvio dare un consiglio: “Poenta e rane frite, ragaSi, fin a sgionfarve!”.
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Come citare questo articolo
Emilio Doni. “Polenta e rane”. Ventaglio Novanta, n. 50, 2015. https://ventaglionovanta.it/archivio/polenta-e-rane/