Alla fine del cinquecento, questa terra polesana, nobile segno di una civiltà contadina povera ed onesta, e di un patriziato veneziano ambasciatore della “Serenissima” e custode dei suoi poteri nelle terre dominate, era scossa da episodi incredibilmente gravi, quali delitti, malversazioni e atti di brigantaggio di ogni specie.
Erano, forse, il frutto amaro di costanti angherie ed ignobili imposizioni che il potere del Doge, prevaricato spesso dai piccoli reggenti locali, faceva gravare sulla povera gente ridotta in stato di miseria e di indigenza. Ne veniva pertanto favorito il disordine anziché l’ordine, il tormento in luogo della tranquillità, la ribellione espressa in quotidiani atti di violenza che agitavano le notti ed i giorni del Polesine.
Né valeva la dura repressione del Consiglio dei Dieci, l’organo della giustizia veneziana che dalla città estendeva la “longa manus” sui territori, non solo della laguna, con decisioni non sempre eque e sovente sostenute da un clero compiacente ai voleri del Doge e sottomesso di buon grado alla Serenissima, pur di goderne i favori.
Era questa la cruda scena che preparava l’arrivo della Controriforma e del milleseicento, un secolo che avrebbe rinnovato piano piano popoli e mentalità, richiamando la vera fede della gente ed il suo riscatto cristiano fino a scuotere, come già nel duecento ed in passati secoli, la coscienza della Chiesa di Roma.
E nacquero spontanee e numerose le Confraternite o ne furono rinvigorite le sbiadite immagini spirituali proprio perché, nella fede vera, la gente cercava un rifugio di pace, od una risposta di sollievo nel ricordo delle pene che il Cristo aveva sopportato per redimere l’umanità.
Questo clima si respirava anche a Loreo, pittoresco e grazioso centro di tipica marca veneziana, gustosamente adagiato in una campagna fertile, quasi dipinto da una mano abile all’arte, con un simpatico gioco di bassi portici, che percorrono la riva destra dell’antico canale.
E risale al lontano 1608 la costituzione, in loco, della cristiana “Confraternita dei Flagellanti della Santissima Trinità”, associazione di uomini e donne, più nota ai giorni nostri come “Fradéi de Loreo”, unica probabilmente, in Polesine, a mantenersi unita con fedeltà a caratteristici riti religiosi che richiamano alla curiosità ed al rispetto nello stesso tempo.
Sorta nella tragica atmosfera dianzi tratteggiata, la Confraternita si richiama ad alcune regole di fede in vigore in altre parti d’Italia specie in Toscana, ed in particolare a quella della Santissima Trinità esistente in Roma e già riconosciuta dagli organi ecclesiali.
È Vescovo di Chioggia, diocesi alla quale appartiene la chiesa loredana, Lorenzo Prezzato, reggente fin dal 4 giugno 1601 su nomina di Papa Clemente VIII. Energico e riformatore, Mons. Prezzato si rende subito conto dell’importanza di questa associazione di fedeli, sorta non solo per far preghiere ed atti di riparazione ai molti delitti del momento, ma anche per un reciproco mutuo soccorso degli iscritti, gravati dalle intimazioni padronali e dai potenti del tempo.
La Scuola dei Flagellanti in breve tempo si sviluppa numericamente, tanto da indurre i reggenti a richiedere al Doge Leonardo Donà, dopo soli sei anni, il permesso alla costruzione di un “oratorio” per i suoi iscritti, con una lettera che così inizia:
“Serenissimo Principe, nella sua terra di Loredo è stata da quelli suoi fedelissimi sudditi creata una compagnia di Battuti ad onor della SS.ma Trinità, alla quale, non havendo luogo per congregarsi ed far le sue orationi, è stato da quella Comunità concesso di eleggersene uno dove gli tornerà comodo per fabricare un oratorio (…) per il che humilmente compàremo ai piedi suoi gli interventi di detta compagnia riverentemente supplicandola di concedergli licentia di potersi fabbricare in la Terra di Loredo un oratorio dove li fratelli di quella possano eseguir le loro orationi”. (1)
Il Doge trasferisce al Podestà di Chioggia Gerolamo Corner la pratica, ed il 18 giugno 1610 viene espresso da quella autorità parere favorevole alla edificazione dell’oratorio.
Nel 1613, essendo vescovo di Chioggia Ranuccio Farnese, inizia la costruzione che negli anni viene più volte ampliata ed adattata alle crescenti esigenze numeriche dei “Fradéi”. Tempi non sempre facili per la Scuola, governata da un Priore laico, scelto a vita dagli iscritti, con possibilità di sostituzione solo per sua rinuncia, per morte o destinazione. Le Regole vengono approvate nel 1612 dal vescovo Angelo Baroni, ed il controllo affidato allo stesso Vescovo ed alla Serenissima che si avvale, in quel tempo, del terribile “Congresso dei Dieci” per interventi di giustizia non sempre retti ed equi.
E la Chiesa, che comprende come queste iniziative religiose popolari possano anche sfuggirle di mano, affianca la figura del Padre Guardiano a quella del Priore laico, in assistenza spirituale alla Confraternita, per controllarne da vicino il funzionamento.
I riti di preghiera si ripetono frequenti nel corso dell’anno rinvigorendo la salute cristiana della importante Confraternita. Nel tempo, poi, si ridurranno di molto, restando l’incontro della Festa della Trinità, il più importante.
Ma vediamo da vicino come si svolge ancor oggi il rito annuale più significativo dei “Fradéi”, non più numerosi come nei tempi trascorsi, ma sparsi, comunque, in tutto il mondo, portati dai molteplici eventi della vita.
Convengono in Loreo alla Vigilia della Trinità animando l’attesa del centro polesano che ogni anno aspetta, con rispetto ed impazienza, la “notte” del grande incontro.
Va qui ricordato un curioso episodio che vide nel 1774 l’intervento del Consiglio dei Dieci il quale, chiamato in causa da una anonima denuncia circa l’abuso dei tempi notturni da parte di alcuni confratelli, che ne approffitavano per gozzovigliare e per insani bagordi, vieta ogni rito notturno imponendo la durata della preghiera solo fino al calar del sole con ripresa all’alba del giorno successivo.
Dopo gli scambi affettuosi di amicizia e di gioia nel ritrovarsi dei vecchi amici, la cena, chi presso parenti o conoscenti, chi in trattorie; e poi, poco prima della mezzanotte, l’appuntamento all’oratorio della Trinità, annesso alla Chiesa Parrocchiale, per l’accettazione dei “novizi” rito che durerà circa un’ora. Questa funzione è pubblica ed è dato di assistervi in silenzio e con devozione a chiunque lo desideri.
Dopo il canto del “Miserere” ed alcune preghiere in latino, lingua nella quale vengono espresse la maggior parte delle orazioni, il Priore accetta i “novizi”, ciascuno presentato da un padrino (fratello anziano), con un antico rituale:
– Fratelli, che dimandate?
– La misericordia di Dio e la pace di questa Compagnia.
– Vi preghiamo che osserviate i precetti di Dio e i nostri capitoli, acciò siate pienamente consolati.
– Iddio ce ne dia grazia.
Dominus custodiat introitum vestrum ed exitum vestrum (…) (2)
Indi l’oremus e la vestizione con il caratteristico saio rosso che tutti i fratelli portano per adozione fin dalla fondazione della Confraternita. Poi il Priore ricorda ai presenti le sofferenze e tribolazioni patite dal Signore, flagellato alla colonna “seimilaseicentosessantasei” volte e, nel segno di questa amara riflessione, i novizi procedono a cingersi i fianchi e ad alzare il cappuccio del saio sulla testa. Il Priore ricorda le regole (capitoli) della Confraternita e si procede al bacio del Crocifisso, fonte e richiamo dell’amore comune. Ancora una menzione ai doveri che spettano ai “fratelli” devoti della Santissima Trinità, e poi, alle ore 1 circa, il Padre Guardiano e tutti i Fratelli si portano nella adiacente più ampia Chiesa parrocchiale per il rito segreto dal quale, con l’extra omnes, sono esclusi tutti all’infuori dei Fratelli (neppure le sorelle presenzieranno ai riti della notte).
Questa seconda parte della preghiera notturna si svolgeva, in antico, nell’oratorio della Trinità, ma oggi la si celebra, appunto, nel Duomo loredano.
Il rito segreto vuole un duro richiamo dei Confratelli alla loro impotenza dinanzi alla morte terrena, ed è in buona parte dedicato alla riflessione spirituale personale, fatta in massimo silenzio ed in contemplazione. Poco si conosce di questa parte di cerimonia, che è espressa quasi al completo in lingua latina e che viene dedicata, oltre che a riflessioni sull’ultima ora della vita, anche al ricordo dei fratelli defunti e dei benefattori antichi ed attuali della Scuola.
Riporta la voce di popolo, non meglio suffragata da documento, che, in questo momento della notte, in antico, i Confratelli si sottoponessero a pene corporali in memoria della flaggelazione di Nostro Signore Gesù Cristo.
Alle ore 3 della notte, avvertiti dal Priore, i fratelli, alla luce di torce, escono incappucciati, in processione e si portano, al canto di salmi, inni e preghiere, alla Chiesa del Pilastro che dista circa due chilometri da Loreo, essendo adiacente al cimitero del paese.
È in questa Chiesa che avviene la terza parte del rito, ovvero, la “Vigilia Cimiteriale” vissuta con antiche orazioni e canti religiosi, restando aperte le porte dell’oratorio del Pilastro. Si ricorda la devozione alla Vergine Santissima, si prega per la Chiesa, per gli eretici e per i Reggenti (in antico per il Re) e, dopo aver cantato il salmo 132, ci si confessa pubblicamente.
Sono circa le 6 del mattino quando i Flagellanti, benedetti dal Padre Guardiano o dal Priore, ritornano processionalmente all’oratorio della Trinità in Loreo, per concludere la lunga notte di preghiera con la Santa Messa mattutina, alla quale possono assistere anche le Sorelle.
Spogliati del rosso saio, dopo l’ultima benedizione del Padre Guardiano, ci si incammina verso la propria dimora.
Nell’anima la chiarezza, nella mente le riflessioni che accompagneranno i “Fradéi de Loreo” fino al prossimo incontro, con l’impegno della preghiera giornaliera e notturna prevista dalla Confraternita.
Si tratta di un regolamento preciso, che impone anche agli iscritti, al momento della morte, la sepoltura con una pietra per cuscino e con il rosso saio indosso, a ricordare la severità delle “Regole” ed il martirio del Cristo.
Una espressione di religiosità divenuta quasi leggenda, ma che forma la storia di una delle più antiche associazioni religiose del Polesine.
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Come citare questo articolo
Romano Beltramini. “I Flagellanti della SS. Trinità”. Ventaglio Novanta, n. 6, 1992. https://ventaglionovanta.it/archivio/i-flagellanti-della-ss-trinita/