Percorrendo la terra che giace fra Adige e Po, pedalando perché la bicicletta è l’unica macchina fatta a misura d’uomo che permette di “vedere” e godere l’ambiente, si nota come sia quasi sparita del tutto la vite che, fino a non molti anni fa, ornava le ripe (le strene o le bine), le alberate o costituiva impianti specializzati, come i vigneti.
E non mancavano apprezzamenti per alcuni vini ‘nostrani’, come ricordato nell’articolo “Il ritorno del baseganin” nel n. 36 di questa rivista, in cui si è espresso l’auspicio di recuperare tale produzione ormai desueta. Un vino in questo caso ottenuto dall’uva Basegana lodato dal prof. Salvini, animatore negli anni ‘50 della mitica “Repubblica di Bosgattìa”, nata nella golena del Po presso Papozze.
Ma proprio dalla seconda metà del secolo scorso è iniziato il declino della coltura del vino nella pianura tra Adige e Po. Le ragioni del progressivo abbandono sono complesse e s’inquadrano nella situazione più generale della cosiddetta “rivoluzione verde” che ha caratterizzato l’impetuoso sviluppo dell’agricoltura e, in genere, di tutto l’assetto socio-economico, di quel periodo storico.
Il Polesine vantava una sua viticoltura stimata 7-8.000 ettari, in genere promiscua in quanto costituita dalle “strene” con la vite maritata ai tutori viventi, quali l’olmo, l’oppio o le salicacee. Preferito era l’oppio (L’Acero campestris) perché offriva sicuro appoggio con la sua lunga vita e poca ombra ai tralci: per la vite, pianta eliofila per eccellenza, un marito ideale. Non c’era azienda, grande o piccola, campo, orto, o anche singola casa con pergola, che non avesse la sua vite.
La viticoltura era dunque importante anche in Polesine, tanto che, come riferì il “Polesine Agricolo”, organo della Cattedra Ambulante di Agricoltura, nel 1887 venne organizzata una “Mostra-fiera di vini”. Le varietà coltivate e i metodi di allevamento differivano dagli attuali che trovano applicazione in quel poco che rimane della viticoltura nostrana, stimato attualmente in meno di mille ettari.
Erano varietà locali, come la citata Basegana dagli acini rossastri coltivata nel medio-basso Polesine, conosciuta come “ua da balansa” perché venduta anche per il consumo, che “mostava” molto ma di modesto contenuto zuccherino. Un’altra varietà era il Bacò con acini rosso-neri al quale si affiancavano gli ibridi produttori diretti di provenienza nord americana, quali l’uva Fragola, o Isabella o uva Americana, tuttora coltivata, sempre per consumo fresco; il Clinto rosso e bianco e il Clinton, tre varietà dall’inconfondibile profumo volpino. Sparuti amatori le coltivano tuttora.
A partire, però, dalla seconda metà dell’’800 sui vigneti si manifestò una congiura di tre pericolosissime avversità. Due di origine fungina, la peronospora e l’oidio e l’altra di origine animale, la fillossera. Le prime due attaccavano, e attaccano, l’apparato fogliare, i tralci e i grappoli e, se non prevenute, li distruggono; la terza, la fillossera, è un insetto dall’apparato boccale pungente-succhiante che si nutre a spese delle radici. Quest’ultima avversità costrinse al rinnovamento dell’intera viticoltura europea sostituendo i vecchi vitigni con piante innestate su piedi di vite americane, dimostratisi resistenti alle punture dell’insetto.
Comparvero allora le varietà, per lo più di origine dalla Borgogna che, innestate sul piede americano, costituiscono tuttora larga parte del patrimonio viticolo, come il Merlot e i Cabernet, il Sauvignon per citare le varietà più famose che affiancano le nostrane Barbera, i Rabosi, il Friularo, il SanGiovese, il Trebbiano, il Tocai, la Garganega, il Malbec, il Refosco dal peduncolo rosso, l’Albana e tante altre che producono buoni vini da tavola anche nelle nostre terre. Forse i nostri sono vini un pò rustici, ricchi di corpo ma che esprimono la vera personalità costituita, oltre che dalle caratteristiche della varietà, anche da quelle del particolare terreno che ospita la vite.
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Come citare questo articolo
Orazio Cappellari. “I rustici vini polesani”. Ventaglio Novanta, n. 39, 2009. https://ventaglionovanta.it/archivio/i-rustici-vini-polesani/