"Dobbiamo cominciare ad immedesimarci nel passato" scriveva un grande regista tedesco di nome Werner Herzog. Questa frase è ritornata alla mente, (non più applicata a fantasmi cinematografici o mitologie teutoniche), in occasione dell'intervento, al "Simposio Internazionale dei Grandi Fiumi" (nel marzo scorso), dei maestri ceramisti Gianpaolo Stella di Venezia e Matteo Capitini di Arezzo, che hanno mostrato i risultati della loro ricerca sull'antico metodo di lavorazione della Terra Sigillata, un segreto perduto dell'arte ceramica risalente all'età romana.
Se ci abbandonassimo al sogno titanico e impossibile di recuperare il passato, assimileremmo questi due studiosi-artigiani al Parsifal wagneriano (anch'egli alla ricerca di una materia da sogno, di una testimonianza materiale dell' utopia cristiana), ma di fronte all'ampia documentazione storica e scientifica presentata dai due esperti ceramisti, l'orizzontale velato dell'idealismo lascia spazio alla concretezza della tecnica e alla lettera dei documenti storici.
Gianpaolo Stella è noto per le riproduzioni in terracotta di vasi greci, fenici e celti (esposti anche a Palazzo Grassi di Venezia) ma in questo caso, affiancato dal maestro aretino, ha voluto mettere sotto gli occhi dei contemporanei riproduzioni di vasi romani (copie che si possono definire autentiche, per paradossale che sia), frutto delle sue sperimentazioni votate al recupero della tecnica denominata anche vernice corallina.
Per conoscere i segreti dell'antica lavorazione, ci incontriamo con Gianpaolo Stella che ci spiega come la patina delle ceramiche classiche (altrimenti detta lucido, vernice nera, vernice corallina) consista in un involucro esilissimo, si direbbe senza corpo, tanto è sottile lo spessore, e di una certa lucentezza. Nella ceramica classica a impasto colorato, nonostante le varie espressioni cromatiche di questo rivestimento parziale o totale si può affermare che esso è costituito da un'unica materia, applicata con diverso processo tecnico.
Ma qual è questa materia? La materia di cui sono fatti i sogni (fantasticherebbe l'idealista), ma il ricercatore si chiede, più ossessivo e scrupoloso: qual è la natura dei rivestimenti antichi e quali sono gli ingredienti che determinano il colore del manufatto? E qui inizia la ricerca in profondità, altra curiosa anomalia, trattandosi di un segreto di "superficie" …
Il ricercatore moderno deve mettersi sulle tracce di studiosi ed artigiani del passato (e l'indagine diventa ardua da seguire se non si è ceramisti e chimici, appassionante solo se si rimane idealisti. G.B. Passeri, che fin dall'anno 1739 aveva intrapreso la stampa delle sue Lucernae fictiles esprimeva l'avviso che la rubricazione (segnatura, n.d.r.) delle antiche ceramiche fosse dovuta ad una vernice di calcina di piombo e bolo armeno (silicato di alluminio ferruginoso). A sua volta il Conte de Caylus a seguito di ricerche iniziate nell'anno 1752, asseriva che la colorazione nera di dette ceramiche è basata sull' impiego delle terre ferruginose. Nel 1832 il duca di Luynes, distinguendo nei fittili (manufatti di argilla, dal latino traducibile in fingere, plasmare, n.d.r.) attici il color rosso dal color nero, li attribuì rispettivamente agli ossidi ferrico e ferroso, mentre affermò che il color bianco era dovuto al caolino.
Nel corso del tempo un esercito di altri studiosi si avvicendano nello studio della materia (Blümner, Birch, Keller, Durand-Gréville, Jamot, Hans Dragendorff, Verneuil, Franchet, LeChatellier, Reichold, Neuburger) e, passando al nostro secolo nel 1916, incontriamo il Miller che afferma: "i romani, anzi gli etruschi, avevano adoperato l'acido borico per la lucidatura dei loro vasi". Un'idea questa che fu successivamente approfondita dai due scienziati italiani, Nasini e Grassini. I risultati del loro studio datati 1930, evidenziano come l'acido predetto fosse presente nella vernice non come casuale impurezza, ma come "costituente necessario, indispensabile".
Una successiva conferma venne dal Neumann che concludeva definendo la “terra sigillata" (egli indica così la superficie della ceramica studiata) come un rivestimento ottenuto con l'aggiunta di acido borico e perciò da considerarsi come un vetro alcalino-argilloso. La brillantezza della vetratura è dovuta alla presenza di un sale di sodio; l'elemento che fornisce i colori è l'ossido di ferro, che allo stato di ferrico dà il rosso, allo stato di ferroso dà il nero.
Da questi ed altri studi eseguiti nel laboratorio sperimentale dell'Istituto d'Arte per la ceramica in Faenza, si passa alle odierne esperienze dei due maestri Capitini e Stella che hanno dato prova dei successi delle loro sperimentazioni presso il Museo Civico di Rovigo. Costoro sono dunque depositari di un segreto che sopravvive alle tenebre del tempo e si materializza in oggetti quotidiani che possiamo ancora osservare e toccare.
È forse questa la morale (se ce n'è una) di questi oggetti che tornano sotto i nostri occhi nella loro intatta arcaicità. Oggetti nei quali possiamo perfino riconoscerci (forse molto più che in un frullatore … ), vicini così, per sempre, a quei folli ottocenteschi di un villaggio tedesco che cercavano la loro anima (il passato, il futuro e l'indecifrabile "ora") nel vetro rosso di cui non ricordavano (ma l'avevano mai saputa?) la formula. Erano i protatonisti di Cuore di vetro, uno dei grandi racconti romantici anni '70 di Werner Herzog. Se l'idea del Simposio (e, nel più ampio orizzonte temporale, del Museo dei Grandi Fiumi) è capire, dalle diverse angolazioni, di che pasta è fatta la nostra storia, è bello pensare che anche gli individui troppo spesso frenetici e distratti di oggi riescano a riconoscere il battito di un cuore di ceramica.
Le opere di Gianpaolo Stella in ceramica corallina sono prenotabili presso la Coop. “Turismo & Cultura", presso la Torre Mozza di Rovigo – Tel. 0425/25.795.
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Come citare questo articolo
Riccardo Stevanin. “I segreti degli antichi ceramisti”. Ventaglio Novanta, n. 17, 1998. https://ventaglionovanta.it/archivio/i-segreti-degli-antichi-ceramisti/