Pubblicità

ARTEOGGI

Il prodigio del Cristo

Le monumentali sculture di Amedeo Balzan

di Elisabetta Zanchetta

Ventaglio Novanta n. 17 1998 pp. 95–98

Sgrassamenti del tronco, ritagli, levigature. Le prime percosse di scalpello (chissà come riuscirà l'opera!), la riproduzione di un corpo umano in grande, sempre più particolareggiato, di giorno in giorno, di colpo in colpo. Una fede fuori discussione, la molla che ha spinto Amedeo Balzan ad intraprendere il lavoro.

La fatica sublimata da fede e arte, un progetto esaltante, ma non per questo meno grave da portare a termine.

La storia di Amedeo Balzan inizia con un tronco d'olmo di 273 anni, lungo 6 metri e 33 centimetri sradicato da un temporale estivo e diventa quasi una leggenda, tanto è densa di sentimenti autentici, di una fede espressa apertamente, non tenuta nascosta come qualcosa di fuori moda. Indimenticabili i momenti che lui e il suo Cristo hanno condiviso in cinque anni di lavoro. E proprio alla vigilia della separazione dal capolavoro, Amedeo si è alzato alle prime luci dell'alba, per vivere un' ora da solo, lui e il suo Cristo, una scultura grandiosa che ha raggiunto da un paio di mesi la sua destinazione: il santuario di Affi, vicino a Verona.

"Non avevo mai visto martello e scalpello. Io ho messo solo le braccia, Lui la vita. A fare questo lavoro non ero solo. Di fuori lo maltrattavo, lo martellavo, lo disossavo, Lui da dentro mi animava, mi ispirava, mi guidava". Così Amedeo Balzan, un tempo proprietario della fornace di Crespino, riesce con entusiasmo, spontaneità, lucidità, a raccontarsi, a nascondere i suoi 75 anni, confidando che "da quando la fornace è stata chiusa nell'84, modellare l'argilla è diventato un hobby, un divertimento".

Dall'argilla al legno il passo è stato breve e il Cristo si è modellato nel tronco d'olmo pian piano, grazie a 5 anni di lavoro costante, al coperto di un capannone, di una tettoia dell'ex fornace.

Ma come hanno fatto i frati di Affi a sapere che Amedeo stava creando Gesù oggi riposto nel santuario veronese?

"Un giorno ho ricevuto per posta uno dei tanti giornali religiosi, con il bollettino di versamento di un'offerta – spiega lo scultore – ma sul retro anziché la causale di versamento ho lasciato un messaggio: offrivo una 'pietà' in creta, una delle mie prime creazioni".

Dopo qualche mese Amedeo riceve una telefonata. La sua proposta era stata accettata, "ma purtroppo avevo appena donato la scultura ai frati di Conselve – continua – così l'Abate del Santuario della Corona di Verona è venuto a trovarmi per vedere con i suoi occhi cosa riuscivo a plasmare con l'argilla. Ha visto il Cristo in terracotta di 12 quintali, ci dimensioni di circa sei metri e ha esclamato: 'Ecco, questo è proprio quello che fa per noi. Sarà il Cristo della strada, incastonato in una grotta tra due montagne, a Spiazzi, vicino a Verona, proprio sopra l'autostrada, visibile a tutti".

Ma la vicenda si colora di altri particolari. All'aperto, sotto la tettoia, semicoperto da un telo, giaceva scolpito a metà proprio quel tronco di olmo di 273 anni.

"L'Abate mi ha chiesto se anche questo Cristo che avevo appena iniziato, poteva raggiungere Verona, ornando il nuovo santuario di Affi, ed io non ho potuto dire di no".

Dalle mani alla corona di spine, dalle braccia alle gambe, alle sopracciglia, tutto ha un senso, si completa in un unico corpo studiato, immaginato reale, adattato con l'ingegno, la fantasia e l'intelligenza.

"Le dita dei piedi sono storte rispetto alla linea generale, dall'alto al basso" fa notare Balzan, che subito ce ne spiega il motivo: "Per capire come dovevo scolpire mi sono messo davanti allo specchio, mi sono tolto le calze e mi sono copiato. Così anche le mie malformazioni le ho ricalcate sul Cristo. Ma quando mi sono chiesto, arrivato al viso, che espressione dargli, non ho esitato – spiega -. L'ho pensato dolce, riappacificato con il mondo, in attesa dello sprint della resurrezione, dopo 30 ore di morte il richiamo alla vita".

Tutto aveva già un senso in quel tronco, ancora prima del modellamento; e adesso che non è più soltanto un pezzo di legno è evidente tutto ciò. Il petto scende come un baratro: "Gesù era un bel ragazzo di 30 anni ma dopo giorni di torture, schiaffi, battiture non doveva esserci rimasto molto di lui sulla croce". Le fessure naturali del tronco non sono state chiuse: "Sotto gli occhi sembrano lacrime, quella nel costato corrisponde ad un colpo di lancia di un soldato".

Semplici coincidenze? Per un credente come Amedeo Balzan una simile spiegazione non basta, e nemmeno per tutte le persone che lo ammirano, che da sempre gli sono vicine. Un brivido attraversa la schiena mentre l'artista spiega la vicenda e si racconta con essa; lo scetticismo non ha spazio nel cuore.

"Il Cristo è stato il gioiello più caro di questo mio transito terreno, da quando me ne sono separato mi manca come un figlio – dice Balzan con le lacrime agli occhi -. Gesù è passato silenzioso sulla terra, ma le sue parole restano vive, si allargano come i circoli sempre più ampi lasciati da un sasso lanciato in uno stagno".

L’articolo nella sua veste originale

Leggi questo articolo come sulla rivista

Ritrova l’impaginazione originale, con fotografie e didascalie. Con Il mio Ventaglio puoi acquistare una raccolta anche di un solo articolo e consultarla online nella tua Biblioteca.

Vai a Il mio Ventaglio →

Utilizzo dei contenuti

Le informazioni contenute in questo articolo possono essere utilizzate come fonte per realizzare documenti, articoli, studi, ricerche e altri elaborati, anche mediante strumenti di intelligenza artificiale, a condizione che siano citati Ventaglio Novanta, l’autore, il titolo dell’articolo, il numero e l’anno della rivista e il collegamento alla scheda dell’articolo nell’Archivio Ventaglio.

La riproduzione integrale resta soggetta alla normativa sul diritto d’autore.

Come citare questo articolo

Elisabetta Zanchetta. “Il prodigio del Cristo”. Ventaglio Novanta, n. 17, 1998. https://ventaglionovanta.it/archivio/il-prodigio-del-cristo/

Pubblicità