D’estate, quando la calura era opprimente e non si aveva voglia di correre a perdifiato, o semplicemente si aveva voglia di riposarsi un po’ dopo giochi scatenati, ecco venirci incontro un divertimento tranquillo.
“Dai! Zoghemo a Morti?”- questa era la proposta alternativa.
Detto!.. Fatto! Vinta qualche timida resistenza, trovato l’accordo, in due minuti tutto il necessario era apparecchiato!
A Bagnolo di Po era uno dei giochi preferiti dalla combriccola di piazza, dato che si poteva stare all’ombra delle grandi robinie e, al bisogno, ci si poteva dissetare con l’acqua freschissima della pompa pubblica. L’alternativa era il prato di piazza Marconi, attorno al monumento, ma lì a volte si incorreva nelle ire degli stradini comunali impegnati nella pulizia del piazzale e del verde pubblico.
Fatta l’immancabile conta per trovare chi avrebbe fatto il “becchino”, di regola l’ultimo che rimaneva, tutti gli altri andavano a formare la squadra dei tiratori che dovevano possedere doti non indifferenti di abilità, destrezza, mira, precisione nel lancio oltre che capacità strategiche se si voleva vincere.
Il gioco era semplice e, come tutti i giochi di un tempo, richiedeva materiali facilmente reperibili nell’ambiente circostante e facilmente sostituibili in caso di rottura: in questo caso bastavano due mattoni, due mezze pietre, di cui una capace di stare ritta in piedi a simulare lapidi tombali. L’altra, di solito più piccola e maneggevole, commisurata alla mano ed alla forza del giocatore, serviva come pietra da lancio.
Era importantissimo trovare la pietra giusta, adeguata, di facile presa, perché ciò ti consentiva un lancio più sicuro, più forte e, soprattutto più preciso. La sua scelta quindi era un momento cruciale: ognuno provava, riprovava, soppesava, valutava grandezza, peso e maneggiabilità. Trovata quella adatta, essa veniva custodita gelosamente e spesso, alla fine del gioco, contrassegnata dal nome del possessore. Quindi veniva riposta in un luogo sicuro per la volta successiva a meno che, per disgrazia, il prezioso mattoncino, nell’impatto con la “lapide” non andasse in frantumi.
Il gioco era individuale ed iniziava dopo la solita conta che doveva decidere il turno di lancio.
Prima di iniziare si tracciavano due linee, distanti 7 / 8 metri l’una dall’altra. Su una delle linee venivano poste le pietre che fungevano da lapide, ben ritte e separate da un intervallo di una ventina di centimetri. La seconda linea era quella di lancio.
Il giocatore che iniziava la serie dei lanci, deciso “il morto”, presa la mira, doveva cercare di abbattere la lapide prescelta con un colpo preciso. Se la pietra lanciata colpiva il nominato, questi veniva dichiarato “morto”, e la sua “pietra”, divenuta “lapide”, veniva spostata indietro rispetto alla linea delle altre di una trentina di centimetri.
Il morto usciva dal gioco e saltava il proprio turno di gioco, a meno che qualche giocatore, per sbaglio o per buona volontà, non colpisse di nuovo la sua lapide: nel qual caso, tra le urla di gioia, il “defunto” veniva dichiarato “resuscitato” e rientrava di diritto fra i giocatori. Vinceva la partita colui che atterrava tutte le altre lapidi e riusciva a “far morti” tutti gli altri.
Di solito riusciva vincitore chi sapeva adottare la strategia migliore, che alla fine consisteva nell’abbattere per primi i più abili, nel colpire le lapidi più lontane dalla propria per evitare di “suicidarsi” con un colpo sbagliato.
Il gioco dei morti a volte veniva soppiantato da un altro dal nome particolare e simpatico, quasi una onomatopea: “el gnao”. Niente a che fare con il gatto anche se la sua denominazione ne richiamava il verso! La sua origine non ci è nota, e resta un mistero la nascita della denominazione, ma ci sono ben note le innumerevoli ore trascorse a rimettere in pila delle semplici pietre e la preziosa “scaia”, “el gnao” appunto.
Anche qui poche regole semplici, ma rigorose. I soliti rituali della conta per scegliere i lanciatori e il solito ultimo, il custode del gnao che dava inizio al gioco “stando sotto”. Più si era, più divertente ed animata era la partita.
Tracciata sul terreno una retta che costituiva la riga di lancio, si passava a disegnare, ad una distanza concordata (di solito dieci/quindici passi) la casa del gnao, un bel cerchio di raggio almeno di un paio di metri. Al centro dello spazio circolare si erigeva una pila di 4 o 5 pietre sulla cui sommità veniva posto un sasso piatto detto appunto Gnao. Quella zona era di proprietà del custode che doveva difenderla e salvaguardarla dalle incursioni dei lanciatori. A volte la casa era costituita da una semplice linea retta oltre la quale si entrava nel territorio nemico del custode e potevi entrarci se – e solo se – la pila del gnao veniva atterrata.
Scopo del gioco consisteva infatti nell’abbattere la pila e recuperare la pietra senza essere catturato dal custode che prima di rincorrerti doveva però rimetterla in piedi. Era importantissimo prendere la pila alla base per guadagnare più tempo nel recupero. Chi veniva catturato diventava il nuovo custode.
Molto spesso succedeva che nessuno riuscisse ad abbattere la pila e qui si apriva il momento più divertente del recupero delle pietre di lancio: tutti cercavano di entrare nella zona proibita del custode che cercava di catturarti. Ci si affidava di solito al più veloce che metteva in atto una tattica diversiva. Il nostro “piè veloce” entrava e si faceva rincorrere allontanando il custode dal “gnao” che, rimanendo incustodito, diventava facile preda degli altri. Al grido di “Gnao” lanciato dal temerario rapinatore, ci si bloccava e tutti recuperavano la propria pietra senza problemi. Ora bisognava però rimettere a posto il gnao e scappare via senza essere toccato.
Tra finte e contro finte, mosse diversive e “schincheti”, la “scaia” stretta in mano a garanzia d’immunità, si dava inizio al tentativo di fuga che spesso si concludeva con la cattura, lasciando spazio ad una nuova partita con nuovi protagonisti.
Logica vorrebbe che ad impossessarsi del gnao avrebbero dovuto esser i più veloci, i più agili e scattanti. Non sempre era così. Spesso era il meno forte a tentare la sorte. Questo a dimostrazione che nel giocare non si segue sempre la ragione: son certo che nessuno di noi seguisse criteri razionali. Sicuramente ognuno giocava seguendo gli impulsi del proprio cuore, mosso più dalla voglia di mettersi alla prova, di mostrare il proprio coraggio e la propria temerarietà in nome di sentimenti di simpatia, di amicizia, ma anche dai vincoli delle alleanze e dei patti momentanei che ben presto si scioglievano come neve la sole ad ogni nuovo cimento.
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Come citare questo articolo
Massimo Vigna. “I zoghi de ‘na olta”. Ventaglio Novanta, n. 65, 2024. https://ventaglionovanta.it/archivio/i-zoghi-de-na-olta/